Non provo una particolare simpatia per i biopic per cui, provare a scriverne qualcosa, mi risulta sempre difficile anche perché rischio che la mia avversione per il genere mini le basi d'obiettività necessarie per parlare del film.Ma l'obiettività è messa a rischio anche quando si prova a raccontarem, in un film, la vita e la storia di un personaggio che in qualche modo la storia l' ha fatta. Si può rimanere eccessivamente distaccati o eccessivamente coinvolti, mitizzarne o demonizzarne la figura. Insomma, affrontare un impegno del genere significa sapere bene di maneggiare materiale instabile che rischia di scoppiarti tra le mani.
Avendo in qualche modo immortalato nelle sue celebri foto e nei suoi videoclip, la MUSICA e i suoi interpreti dalla fine degli anni '70 a oggi, nel raccontare la vita di Ian Curtis, il fotografo olandese Anton Corbijn correva questo grosso rischio, forse in parte bilanciato dal trattare una sceneggiatura adattata dall' autobiografia "Touching from a distance" di Deborah Curtis, vedova del cantante.
Il film di Corbijn, uscito adesso qui da noi ma datato 2007, ripercorre gli anni della vita del leader dei Joy Division dall' incontro con Deborah, al prematuro matrimonio, la nascita della figlia Natalie e la formazione della band. Ma la sua vita raggiunge presto il suo punto più alto per iniziare una rapida discesa: la scoperta di soffrire d'epilessia, la conseguente depressione, la relazione extraconiugale con Annik Honoré e il divorzio dalla moglie, lo conducono inevitabilmente al suicidio a soli 23 anni, alla vigilia dell' inizio della prima tournee americana del gruppo.
Il bianco e nero utilizzato dal regista, non solo sembra perfetto per raccontare questo personaggio e quegli anni, ma aumenta, fino a farlo diventare oppressivo, il grigiore del sobborgo di Manchester dal quale Ian ha sempre voluto fuggire ma nel quale si è trovato sempre imprigionato. Nonostante l'avventura musicale con i Joy Division e l'amore per Annik potessero in qualche modo prospettargli un futuro lontano dai quei luoghi, il matrimonio, la famiglia e l'epilessia lo tenevano legato ad una vita che non voleva. La libertà arriva nel modo più drastico possibile in un finale molto bello e intenso dove si contrappongono le lacrime d'accettazione di Annik e il rifiuto di Deborah in un disperato tentativo di trovare un aiuto che non potrà comunque cambiare le cose.
Control è un film che, nonostante non sia perfetto (ma potrebbe tutto dipendere dai limiti di giudizio di cui parlavo in apertura o da ltroppo contrasto tra i sentimenti del regista è i ltesto dal quale il film è tratto), mi ha convinto, arrivando addirittura a conquistarmi in particolari momenti che Corbijn e la straordinaria interpretazione di Sam Riley sono riusciti a catturare. E la musica è li, non per ricordarci che quello che guardiamo è un film su Ian Curtis, ma per raccontare, senza essere invasiva ma perfettamente "narrativa", le tappe che hanno consegnato una vita breve e infelice all' immortalità.



































