Sunday, June 16, 2013

Lyrics of the Week + Video / STARSAILOR - BORN AGAIN



But for the grace of God, she cries herself to sleep
Because the grace of God is something she can't keep.
Oh, it won't be long
Before their hold is broken
No, it won't be long
Until we find our home.

It's for the good of you I write sweet melodies
They'll cast the first stone when the last one's out of reach
Oh, it won't be long
Before their hold is broken
No, it won't be long
Until we've found our home.

Forget where to begin
Mother, I have not sinned
I have not sinned

But for the grace of God, she cries herself to sleep
But now the grace of God's the reason why she weeps
Oh, it won't be long
Before their hold is broken
No, it won't be long
Until we find our home.

When summer comes
Light my life
Snow will melt away
When summer comes
Light my life
Snow will melt away

I was born again, I was born again
Not into the world they put me in
She was born again, she was born again
Not into the world they put her in
I was born again, I was born again
Not into the world they put me in
She was born again, she was born again
Not into the world they put her in

The hope and the spirit
I'd rather not feel it
The hope and the spirit
I'd rather not fear it

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Thursday, June 13, 2013

CINE20 - 101^ PUNTATA


Come promesso, il ritorno di Kusa dopo qualche settimana d' assenza, porta con se la succosissima recensione di Star Trek Into Darkness che, se per caso non lo sapeste, esce proprio oggi quindi, come si usa dire, siamo proprio sul pezzo.
Delle altre uscite, sempre curate dal preziosissimo socio, ci importa poco anche se qualche alternativa al blockbuster di Abrams lo si può pure trovare.
In home video invece, solo il quinto capitol odelle avventure di John McClane.
Online qui, signore e signori.

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Wednesday, June 12, 2013

DEXTER - SEASON 06 -

TITOLO ORIGINALE: DEXTER
TITOLO ITALIANO: DEXTER
NUMERO EPISODI: 12


-TRAMA-
Dopo aver aiutato Lumen a vendicarsi dei suoi aguzzini, arriva per Dexter il momento di confrontarsi con la religione.


-COMMENTO-
Dexter è da sempre stata una serie composta da cicli narrativi ben definiti nei dodici episodi nei quali si compongono le varie stagioni, sicuramente collegate tra loro, soprattutto per quel che concerne le dinamiche marginali dei personaggi secondari. Per il nostro amato Dexter le cose sono un po' differenti: ogni stagione è stata occasione per porre il protagonista di fronte a nuove esperienze che gli permettessero di trovare una sorta di normalità in una vita finta vissuta soprattutto per coprire la sua natura di serial killer. E dopo la rivalità competitiva, la complicità di una compagna, l' amicizia e la figura paterna, arriva il confronto con la Fede. Al di la del codice impostogli dal padre, in cosa può credere un assassino ora che ha su di se la responsabilità di crescere un figlio nella maniera più normale possibile. Un dilemma che dovrà risolvere mentre da la caccia ad un serial killer che inneggiando alla fine del mondo si ispira per i suoi efferati omicidi all' Apocalisse biblica. Fatta questa (forse) lunga ma doverosa introduzione, bisogna togliersi subito il dente e andare avanti: non è difficile capire il perchè di un dissenso praticamente unanime su questa sesta stagione di Dexter. Il perchè anche i sostenitori si arrendono a mani basse. Questi dodici episodi rappresentano infatti il definitivo tramonto di una serie che, con la quarta stagione, sembrava avesse davvero ancora qualcosa di importante da dire. Ma si è tirato troppo la corda ed è evidente che gli argomenti si sono lentamente esauriti: non è un caso che il personaggio (interpretato da Mos Def) che avrebbe dovuto scortare Dexter verso la scoperta e la comprensione della Fede, venga fatto sparire dopo sei puntate. Non è un caso che non ci importi più nulla dei vari personaggi che ruotano intorno al nostro (ex) serial killer preferito, tanto quelli vecchi che quelli nuovi. Non è un caso che anche la nemesi di turno sembri davvero una scolaretta rispetto a Trinity. Non è un caso che, per salvare baracca e burattini, si punti tutto sul finale che, si spera, ci porti verso una chiusura dignitosa (prevista con l' ottava stagione) per una serie che si è comunque amata molto.

-DVD/BLURAY-
Già disponibile la versione italiana, sia in DVD che in supporto Bluray. Entrambe le edizioni rispecchiano le controparti estere.

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Tuesday, June 11, 2013

Wanna fight?

"Ecco il mio pugno chiuso professore!
Può essere usato come ci ha insegnato Cable...per colpire...cosa su cui lei non è d'accordo.
Ma può essere usato anche per riscaldare...aiutare...proteggere!
Quanto al metodo pacifico del palmo aperto...beh, lo si può usare anche per fare del male!"
X-Force n° 12 (ed. italiana)

Per ammissione dello stesso regista Nicolas Winding Refn, la sua ultima fatica "Only God Forgives" (tradotto letteralmente in Solo Dio Perdona) si è sviluppata fin dal principio con l' immagine di una persona che si guarda le mani. Mani distese, mani chiuse in un pugno, mani che si sporcano per quanto si cerchi di lavarle, mani offerte in sacrificio. Tutta il film si regge su di una facile ma efficace simbologia che trova proprio nelle mani il mezzo per consolidare una riflessione sulla violenza intesa come retaggio, come legame di sangue al quale non si può sfuggire se non proprio attraverso il sangue. Julian, l' impassibile protagonista al quale la bravura di Ryan Gosling da molto più di quello che possa sembrare, si guarda le mani e non vede altro che uno strumento per fare del male, intrappolato in un morboso rapporto familiare, con il fratello prima e con la madre poi (straordinaria Kristin Scott Thomas), incapace di usare quelle stesse mani per toccare una donna, per amare. Più che una storia di vendetta, quella di Solo Dio Perdona sembra il racconto di un uomo tormentato che ricerca la propria catarsi nel giudizio di una forza superiore (ed in questo senso il personaggio del thailandese Vithaya Pansringarm sembra molto più che un semplice uomo di legge) per recidere i legami ed il passato in cui è costretto. Quasi in controtendenza rispetto a quanto fatto con il precedente Drive, Refn riduce ai minimi termini la narrazione, abbandonandosi ad atmosfere ipnotiche dove immagini e musiche si intersecano in perfetta sintonia, dove l' esotica Bangkok si tinge con i colori saturi dei neon ed il sangue che scorre copioso. La violenza, esplicita e volutamente disturbante, è uno dei tanti elementi che fanno di Solo Dio Perdona un film impermeabile, difficile, respingente eppure affascinante nella sua confezione esteticamente esaltata dalla regia sempre più matura di Refn. Una confezione che, come già capitato con Valhalla Rising, potrebbe nascondere al suo interno molto più di quello che può sembrare. O anche il suo esatto contrario.

Recensione già pubblicata su CINE20.


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Monday, June 10, 2013

Far East Film Festival 15 - Day 9

MARIPOSA IN THE CAGE OF THE NIGHT
Regia di Richard V. Somes


L' anima pulp del cinema filippino si agita e scalpita con tutta l' urgenza che ha una piccola cinematografia di essere ascoltata e capita. Il regista Richard V. Somes ci catapulta in una Manila notturna dove la protagonista Maya si trova a vagare nel disperato tentativo di scoprire che cosa è successo a sua sorella. Ma la grande città, foriera di promesse e miraggi ingannevoli, si dimostra un buco nero popolato da poliziotti corrotti e boss ossessionati da un' immagine femminile ideale, disposti a deturpare giovani donne con la chirurgia estetica pur di ottenerla. Questa lenta ma inesorabile discesa nell'incubo è resa acusticamente da una colonna sonora disturbante e visivamente da un lavoro sulle scenografie specificatamente curato per far sembrare ogni location sporca ed inospitale. Somes non si risparmia in brutalità e dettagli macabri anche di dubbio gusto, ma tutto è funzionale e nulla fine a se stesso. Peccato per qualche evidente problema di regia e montaggio nelle scene più concitate ma, per il resto, ci troviamo di fronte ad una delle sorprese nascoste del festival.

GHOST SWEEPERS
Regia di Shin Jung-won


Un gruppo di cartomanti, esorcisti, sensitivi ed esperti di occulto in generale, vengono radunati per cercare di svelare il mistero che si cela dietro l' isola di Ujin. Curioso ma funzionale mix di generi questo Ghost Sweepers che prende elementi horror (da L' Esorcista fino ai classici giapponesi come The Ring o Ju- on) ma li veicola attraverso il linguaggio della commedia. Naturalmente qui si parla di un tipo di comicità molto facile e immediato, che gioca a spezzare la tensione nel momento stesso in cui la si crea mettendo in piedi gag davvero riuscite. Pellicola di importanza minore all'interno della selezione coreana ma sicuramente in grado di regalare un intrattenimento senza compromessi.

SAVING GENERAL YANG
Regia di Ronnie Yu


Si diceva a proposito dell' orrido The Guillotines, di come la storia cinese offra spunti pressochè illimitati per il cinema che da anni attinge a piene mani. Questa volta è il turno della dinastia Yang, padre e i suoi sette figli che per decenni difesero l' impero Song. Quando però il padre, Yang Ye, viene costretto alla ritirata in battaglia, i suoi sette figli partono per salvarlo a costo di immani sacrifici. Quello di Ronnie Yu è, per nostra fortuna, un film di “cappa e spada” cinese puro e semplice: tanti personaggi, curatissimi costumi, ricche scenografie e studiate coreografie. C'è anche tanta computer grafica ma nei momenti migliori questa si fonde bene con l' azione “live” garantendo momenti di grande epicità e grande coinvolgimento e divertimento per tutti gli amanti del genere.

Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.

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Sunday, June 09, 2013

Lyrics of the Week + Video / GOTYE - EASY WAY OUT



Seventeen seconds and I'm over it
Ready for the disconnect
Putting on a brave face
Trying not to listen
to the voices in the back of my head

(But it's alright now)
It's a distant memory baby
(It's alright now)
You know you should just let it go

But some feelings have a habit of persisting
even though you wouldn't let it show

Wearing me out
(All this)
Hanging around
(It just starts)
Getting me down
('till I'm just)
Looking for an easy way out

Braindead from boredom
I'm led to distraction
Scratching the surface of life
Nothing really happens
But it's easy to keep busy
When you tell yourself you're traveling right

(But it's alright now)
Was it really worth it baby?
(It's alright now)
Was it just a waste of time?

Keep on second-guessing
Use my memory like a weapon
On everything I try

Wearing me out
(All this)
Hanging around
(It just starts)
Getting me down
('till I'm just)
Looking for an easy way out

Wearing me out
(But it's alright now)
Hanging around
(It's alright now)
Getting me down
(It's alright now)
Looking for an easy way out

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Friday, June 07, 2013

Lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile

Impossibile ormai affrontare il discorso Paolo Sorrentino mantenendo una qualsiasi discussione su toni pacati e civili. La causa è da ricercarsi nella maniera in cui il regista italiano ha letteralmente diviso critici e cinefili, tra chi adora incondizionatamente il suo coerente percorso cinematografico e chi invece ne disprezza il manierismo sfacciato e quell'insistere su di una forma ricercata ma vuota. Escludendo a priori la comodità di piazzarsi nel mezzo della contesa, si potrebbe provare ad analizzare il suo cinema, ed il suo ultimo film La Grande Bellezza, dal punto di vista di chi il cinema lo ama a prescindere, senza avere dietro un' educazione precisa, senza conoscere i significati del linguaggio cinematografico. L' approccio insomma, di chi percepisce a pelle una bella sequenza, dal modo in cui si muove la macchina da presa o dal modo in cui la musica si sposa con le immagini. Perché, indipendentemente dall'importanza della forma, la storia di Jep Gambardella, scrittore con all'attivo un solo romanzo di successo scritto quarant'anni prima ed ora protagonista assoluto della mondanità capitolina, arriva con forza implacabile: diverte, inquieta, rattrista e commuove nel suo raccontare un microcosmo imbalsamato nel kitsch di feste interminabili in cima a terrazze che dominano Roma, e che rimugina su tutte le occasioni perdute. Ma La Grande Bellezza, tra alcuni momenti surreali e altri grotteschi, è anche un film che traccia un ritratto implacabile di una società decadente che trova nella Capitale un punto di riferimento per parlare dell' intero Paese, triste, annoiato, che in vent'anni ha saputo solo tirare i remi in barca e vivere di rendita, aggrappandosi all'arte, alla cultura e alla Fede, come avvoltoi su di un cadavere al quale è rimasto ben poco oltre alle ossa. Forse per questo una nave da crociera affondata diventa l' immagine più rappresentativa di un' Italia a cui non resta altro che trovare, come Jep, il coraggio di guardarsi indietro, ripercorrere i propri passi per trovare quel bandolo di una matassa che si è aggrovigliata su se stessa. Il punto preciso dove ci siamo persi e dove ricominciare, perchè "le radici sono importanti".

Recensione già pubblicata su CINE20.


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Thursday, June 06, 2013

CINE20 - 100^ PUNTATA


Ci siamo! Incredibilmente ci siamo arrivati!!!
100^ puntata di CINE20 e nonostante il traguardo tante cose di cui parlare: Kusa è ancora assente (ma la settimana prossima sarà nuovamente dei nostri) ed in attesa della SUA recensione parliamo di Solo Dio Perdona, film che ha fatto e farà molto discutere ma che rappresenta, per chi vi scrive, una conferma del talento di Refn. Seguono le uscite in sala con la pelle d' oca per il nuovo Shyamalan patrocinato dalla famiglia Smith e l' arrivo, dopo quasi un anno, di Holy Motors di Leos Carax. Nei negozi invece, arriva The Master.
Leggeteci qui e cento di questi post per noi!!!


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Wednesday, June 05, 2013

Far East Film Festival 15 - Day 8

PAINTED SKIN: THE RESURRECTION
Regia di Wuershan


Uno spirito-volpe fugge dalla prigione di ghiaccio nella quale era rinchiuso da cinquecento anni e, assunte le sembianze di una bellissima donna, ruba e mangia il cuore a giovani uomini per mantenere il suo aspetto. Nel suo peregrinare conosce una giovane principessa sfigurata il cui calore è in grado di difenderla dal ghiaccio che la perseguita. Imponente film in costume ma anche fantasy melodrammatico, Painted Skin è un progetto nel quale l' utilizzo di effetti speciali è assolutamente complementare al resto, tanto al ruolo degli attori che a quello delle coreografie nei combattimenti. Lo stile visivo (il design è affidato a Yoshitaka Amano) è davvero bello ma l' attenzione che richiedono gli occhi non distrae dal resto ed è quindi impossibile non accorgersi di una sceneggiatura che va un po' a singhiozzo ma che riesce comunque a raccontare un grande amore sofferto con tutte le enfasi del caso.

HOW TO USE GUYS WITH SECRET TIPS
Regia di Lee Won-suk


Crescere in un mondo dove la presenza maschile è spesso ingombrante e soffocante non è facile. Non lo è neanche in ambiente lavorativo e lo sa bene Choi Bona che come assistente di regia ne deve sopportare tante, anche per il suo aspetto sciatto che non le permette di avere un arma in più contro i colleghi uomini. Ma quando in una misteriosa bancarella trova una serie di video che spiegano come usare gli uomini con semplici trucchi, tutto cambia. Esordio col botto quello del giovane regista Lee Won-suk che, con la sua surreale commedia romantica, conquista senza sforzo il pubblico festivaliero. Gli ingredienti sono semplici alla fine, cominciando da tempi comici davvero sostenuti (cosa sempre più rara) arrivando a  personaggi ben scritti ma soprattutto ben interpretati. Son questi elementi che permettono al film un' andatura sostenuta anche quando entra in gioco la parte romantica dell' equazione, comunque sempre ben bilanciata da qualche assurda ed esilarante trovata. E la Corea del Sud si aggiudica senza sforzo la miglior commedia di questo FEFF.

COMRADE KIM GOES FLYING
Regia di Kim Gwang-hun, Nicholas Bonner, Anja Daelemans


La commozione sincera dell' attrice Hang Jong-sim, nel trovarsi per la prima volta difronte ad un pubblico caloroso come quello del Far East, ha reso la proiezione di Comrade Kim Goes Flying uno dei momenti più toccanti ed importanti del festival. Indipendentemente dal particolare momento storico che stiamo vivendo, questa co-produzione nord coreana, belga e inglese, ci permette di aprire la finestra su di un mondo a parte, raccontato attraverso la storia della giovane Kim, minatrice con il sogno di diventare trapezista. Il singolo piuttosto che la comunità, concetto che sembra un po' stonare considerando la nazionalità del film, ma che rende l' idea del difficile percorso produttivo (ci son voluti circa sei anni per completarlo) affrontato dal regista e da chi l' ha sostenuto. Ed è per questo che la lotta di una donna per realizzare il suo sogno diventa una lotta comune, ed il suo trionfo è un trionfo collettivo. Anche l' immagine che viene data del Paese, i fiori alle finestre, i sorrisi sia che si lavori in miniera che in cantiere, ci fa rendere conto di quanto fosse impossibile tenersi troppo distanti dalla propaganda. Nella sua forma poi (e si parla in particolar modo di fotografia e recitazione), Comrade Kim sembra un film molto più vecchio di quello che in realtà è, il che lo rendo un oggetto di cinema davvero curioso, assolutamente imperfetto ma con diversi motivi per essere riscoperto.

THE THIEVES
Regia di Choi Dong-hoon


Il dream team dei migliori ladri coreani ed hongkonghesi viene radunato dal veterano Macao Park per rubare il leggendario diamante Lacrima del Sole. Ma rivalità e vecchi attriti potrebbero portare al fallimento anche il loro piano perfetto. Sembra proprio che il cinema coreano, anche quello potenzialmente commerciale come The Thieves (pare sia stato il film più visto nella storia del cinema coreano), non possa rinunciare a sceneggiature complicate e stratificate nelle quali si intersecano le storie di una moltitudine di personaggi. The Thieves sembra la versione asiatica di Ocean's Eleven con la sostanziale differenza che, in Corea del Sud, la forma è sempre importante, qualsiasi genere si tratti. E nonostante il suo essere così articolato (ai limiti dello sfiancante) il film di Choi Dong-hoon ha un ritmo instancabile, sostenuto sia da una regia che non rinuncia a sottolineare i segmenti più action, che dalle ottime interpretazioni del cast. E' il grande cinema di intrattenimento di Seul, prendere o lasciare.

Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.

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Monday, June 03, 2013

AKIRA su I-FILMSonline

16 Luglio 1988. Una violenta esplosione rade al suolo la città di Tokyo dando inizio alla terza Guerra Mondiale. Trent' anni dopo, sulle ceneri della vecchia capitale giapponese sorge Neo Tokyo, il cui skyline futuristico nasconde un malcontento che cresce e si agita nei suoi bassifondi dove la gente si ribella ed invoca a gran voce il ritorno di Akira, il salvatore. 16 Luglio 1988. Akira di Katsuhiro Otomo arriva nelle sale giapponesi con l' impatto di una violenta esplosione, la cui potenza scuote il mondo intero dell' animazione arrivando anche a svegliare da un lungo torpore perfino gli Stati Uniti e l' Europa, anche se con un paio d' anni di ritardo. Se fino a quel momento l' idea che si aveva dell' animazione giapponese arrivava unicamente dai prodotti seriali, trasmessi da circa un decennio nelle tv nazionali, e sul mercato la Disney dominava con i suoi Classici, Akira si impose come la prima vera alternativa, il "cartone animato" che mostra i denti ed uno sfarzo produttivo degno di un vero e proprio blockbuster. Infatti, per portare in sala il suo ambizioso progetto, Otomo riunisce ben dieci studi d' animazione (ribattezzati Akira Commettee) ed il risultato è un opera visivamente stupefacente, sia per la ricchezza di dettagli di ogni singolo quadro, che per il livello delle animazioni ancora lontane dall' intervento invasivo della computer grafica, usata qui in maniera davvero marginale. La storia, accompagnata delle musiche perfette e stranianti del collettivo musicale Geinoh Yamashirogumi, è un adattamento diretto del manga omonimo scritto e disegnato dallo stesso Otomo, ed è anche l' elemento dell' insieme che pone il film in una posizione difficile soprattutto nei confronti di un pubblico poco propenso a vedere accomunati animazione con atmosfere cupe e tematiche di un certo peso. C' è anche da dire che, rispetto al manga, dove la storia la storia poteva vantare un respiro più ampio ed un approfondimento maggiore su diversi personaggi secondari, il film risulta più asciutto, concentrato, essenziale ma non per questo sacrificato: nelle due ore di durata del lungometraggio, Otomo è riuscito comunque a mantenere intatto il "cuore" di Akira, il ritratto di un futuro che riflette un presente dove il progresso dell' uomo passa per la sua disumanizzazione, dove la società si frantuma e si sedimenta in strati in cui, i più deboli e gli emarginati, occupano quelli più bassi. Ma è anche la storia di due di questi reietti, Kaneda e Testsuo, praticamente fratelli ma messi l' uno contro l' altro dal destino. Il primo un leader nato, il secondo logorato da un complesso di inferiorità che lo renderà vittima del suo stesso delirio di onnipotenza. Rispetto alla sua versione cartacea quindi, il film sfiora il capolavoro ma, proprio grazie alla sua complessità e ricchezza di suggestioni (le mutazioni carne/metallo di Testsuo richiamano un po' il cyberpunk ma anche il cinema di Cronenberg), si può tranquillamente ascrivere tra quelle pellicole che non riescono ad invecchiare sopravvivendo alle decadi, che rimangono impresse a prescindere, anche quando non vengono comprese o vengono sminuite in maniera pregiudizievole.
"Il ricordo di Akira vive per sempre nei nostri cuori"

Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.

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Sunday, June 02, 2013

Lyrics of the Week + Video / DEPECHE MODE - HEAVEN



Sometimes I slide away, silently
I slowly lose myself, over and over
Take comfort in my skin endlessly
Surrender to my will forever and ever

I dissolve in trust
I will sing with joy
I will end up dust
I’m in heaven

I stand in golden rays, radiantly
I burn a fire of love, over and over
Reflecting endless light, relentlessly
I have embraced the flame forever and ever

I will scream the word
Jump into the void
I will guide the herd
Up to heaven

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Friday, May 31, 2013

Far East Film Festival 15 - Day 7

TIKTIK – THE ASWANG CHRONICLES
Regia di Erik  Matti


A voler essere completamente onesti, non si potrebbe salvare l' ultimo film di Erik Matti ma, in piena coscienza, non lo si può neanche condannare. Non si tratta di voler mettere le mani avanti ma di inquadrare nella giusta ottica una produzione che viene da una cinematografia minore, in termini di tecnica, mezzi e budget. Tiktik – The Aswang Chronicles è un film dove tutti questi limiti sono belli che evidenti ma non hanno fermato Erik Matti dal mettere in scena il suo film action / commedia e poco horror con protagonista una famiglia barricata in casa per difendersi dagli aswang, vampiri mannari della tradizione filippina, affamati di carne umana ma soprattutto dal bambino che una ragazza porta in grembo. Si configura quasi da subito la tipica situazione da film d' assedio ma la tensione è sostituita dalle risate, fortunatamente volute, anche quando ci si addentra nei territori del gore. Un filmetto insomma, che ha almeno l' onestà di non prendersi sul serio nemmeno per un minuto.

APOLITICAL ROMANCE
Regia di Hsieh Chun-yi


Una ragazza di reca a Taiwan per trovare il primo amore di sua nonna. Si fa aiutare nella ricerca da un ragazzo del luogo e, nonostante gli attriti iniziali, dovuti alle differenze culturali, tra loro nasce lentamente qualcosa. Messa così la commedia romantica made in Taiwan non sembra particolarmente promettente, anzi, difficilmente si può pensare a qualcosa di più ordinario e scontato. Eppure il giovane regista (esordiente) e sceneggiatore Hsieh Chun-yi, riesce nell' intento di dare alla storia dei suoi personaggi un' impronta politica sulla quale si basano i divertenti battibecchi tra lui e lei ma, in senso più generale, un' idea generale su ciò che divide Cina e Taiwan. Naturalmente però sempre di commedia romantica si tratta, con tutti i pro ed i contro del caso, ma per fortuna si evita qualsiasi forzato sentimentalismo e smancerie tipiche del genere, senza che questa mancanza renda meno esplicito il legame che si instaura tra i due. E chi l' ha detto che i baci sono necessari?

AN INACCURATE MEMOIR
Regia di Yang Shupeng


An Inaccurate Memoire è, come dice in maniera abbastanza esplicita già il titolo, una cronaca inesatta, narrata da uno dei protagonisti, delle gesta di una banda di ladri in Cina durante l' occupazione giapponese. La loro indifferenza verso la situazione politica del Paese cambia quando si unisce a loro un militante anti-giapponese che li convince a prendere parte attiva nella lotta contro gli invasori. Argomento sentito quello trattato nel film di Yang Shupeng ma, probabilmente per evitare problemi di obiettività, si sposta piuttosto l' attenzione sulla presa di coscienza dei protagonisti che sul particolare contesto storico. Si respirano atmosfere western in An Inaccurate Memoir anche se i toni generali spesso si inclinano verso la commedia con virate all' action troppo sporadiche per poterne fare segno riconoscibile di un film in bilico tra registri diversi, che pare trascinarsi piuttosto che andare spedito per la sua strada. C'è da ire però che il regista cinese sembra sapere il fatto suo quando si tratta di stare dietro la macchina da presa e ce lo dimostra in un paio di piano sequenza davvero notevoli.

LONG WEEKEND
Regia di Taweewat Wantha


Un gruppo di ragazzi parte per un weekend da passare in una casa isolata in una piccola isola ricoperta di vegetazione. Si unisce, a sorpresa, Thongsook un giovane con qualche ritardo mentale che gli altri ragazzi decidono, per scherzo, di rinchiudere in un tempio dove, anni addietro gli abitanti del luogo offrivano animali in sacrificavano ad un entità conosciuta come il fantasma divoratore. Se a questo aggiungiamo che il venerdì 13 cade esattamente in quel week end, si può capire molto facilmente dove vada a parare il film di Wantha, fulgido esempio dell' horror thailandese, costruito soprattutto sugli effetti sonori e visivi piuttosto che su di una sceneggiatura i cui sviluppi appaiono piuttosto intuibili e telefonati. C'è da dire però che qualche bel colpo lo assesta e pure qualche spavento arriva quando non te lo aspetti. Si cita un po' di tutto (da Venerdì 13 a L' Esorcista) e non ci si risparmia nemmeno qualche frecciatina ironica ai più riciclati clichè del genere. Già visto, già sentito ma divertente.

Resoconti di Apolitical Romance, An Inaccurate Memoir e Long Weekend, già pubblicati su I-FILMSonline.


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Thursday, May 30, 2013

CINE20 - 99^ PUNTATA


Ad un passo dalla centesima puntata, ancora conduzione in solitaria in attesa che il buon Kusa ritorni più in forma di prima.
Si apre con la recensione de La Grande Bellezza (o meglio, quel che riesci a scrivere dopo una sola visione e poco tempo per mettere insieme le idee) e si prosegue con le uscite in sala delle quali, in fondo, mi importa solo del nuovo Refn, Solo Dio Perdona.
Nei negozi arriva invece Cloud Atlas e Mad Detective, primo di quattro uscite che la Ripley home Video dedica a Johnnie To.
Online qui, cari lettori.

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Wednesday, May 29, 2013

Far East Film Festival 15 - Day 6

THE WAY WE DANCE
Regia di Adam Wong


Mai ci si sarebbe aspettato di andare a vedere un film  “di ballo” e finire per non trovarlo neanche troppo spiacevole. Ma questo è l' effetto FEFF, dove la curiosità che ti spinge in sala a volte viene adeguatamente ricompensata. The Way We Dance è un film che si rifà, senza tanti giri di parole, a quelle pellicole statunitensi, tipo Step Up e compagnia danzante, che sembrano avere sempre una certa presa sul pubblico. La formula proposta da Adam Wong non sembra particolarmente originale e vede una ragazza costretta a lavorare nel ristorante di tofu dei genitori, trovare nella danza una via di fuga. Si unisce al gruppo di ballo della sua scuola che, guarda caso, si sta preparando ad una sfida con un quotatissimo team rivale. Naturalmente ci si butta dentro anche amicizia e amore con il classico triangolo funesto. Come i film di arti marziali anche questo è un film di coreografie, di sicuro diverso impatto, ma comunque ben girate e divertenti. Per non far mancare il tocco orientale, oltre alla cornice hongkonghese, ci si butta dentro anche il tai chi. Non gli si chieda di più perchè di più non può dare.

HOME
Regia di Chookiat Sakveerakul


Un giovane fotografo passa la notte a catturare istantanee della sua scuola in compagnia di un caro amico che dovrà salutare per sempre la mattina seguente. Una vedova si trova ad affrontare il suo lutto ed allo stesso tempo badare ai problemi economici della tenuta lasciata dal marito. Una giovane promessa sposa si trova travolta dai dubbi sulla sua scelta la mattina prima del matrimonio. Tre storie diverse ma collegate tra loro che raccontano, da punti di vista anche distanti, l' amore nelle sue forme più disparate, un sentimento universale ritratto in modo innocente, struggente ed ironico. Forse l' unico e più ingombrante limite del film risiede proprio nella maniera in cui, tra i vari segmenti, ci sia un brusco cambio di registro che lascia un po' spaesati ma non è da escludere che si tratti di un effetto voluto dal regista. Home è un film che riesce ad essere toccante, sincero ed anche un po' retorico, ma che arriva dove deve arrivare.

SEE YOU TOMORROW, EVERYONE
Regia di Nakamura Yoshihiro


Presentato come uno dei migliori film della selezione, l' ultima fatica di Nakamura Yoshihiro è, così come i suoi film precedenti e più personali presentati al FEFF negli scorsi anni, una delusione irritante più che cocente. La storia prende piede negli anni '80 dove si sviluppò in Giappone la costruzione di caseggiati popolari che andarono a formare veri e propri quartieri. Qui vive Satoru che, vittima di un trauma infantile, decide di passare tutta la sua vita all' interno del quartiere, lavorarci e difenderlo come fosse la cosa più preziosa al mondo mentre, anno dopo anno, i suoi amici se ne vanno e il quartiere diventa sempre più abbandonato e fatiscente. Nakamura riesce a fare con See You Tomorrow Everyone un efficace spaccato sociale ma anche un, a tratti, toccante racconto di formazione piuttosto atipico. Ma come per Fish Story e Golden Slumber, non si viene mai abbandonati dalla sensazione di aver assistito ad un film fine a se stesso, che non chiude efficacemente le riflessioni aperte ma preferisce raccontare una storia di cui avremo fatto anche a meno, intrisa com'è, soprattutto nell' ultima insopportabile mezz' ora di, un buonismo che si fa davvero fatica a giustificare.

THE BULLET VANISHES
Regia di Lo Chi-leung


Nella Cina degli anni '30, la guardia carceraria con il pallino per le investigazioni Donglu, viene promosso ed inviato a collaborare con un poliziotto su dei  misteriosi casi di omicidio con arma da fuoco dove i proiettili non vengono mai ritrovati. Che fin dai primi minuti il film faccia pensare a Sherlock Holmes (nella sua ultima incarnazione firmata Guy Ritchie) non è certo un segreto ma sarebbe alquanto riduttivo etichettare il film di Lo Chi-leung come una riproposizione in chiave orientale del celebre investigatore inglese. The Bullet Vanishes è un film dalla forte impronta personale che non scimmiotta il cinema occidentale, trattandosi a conti fatti di un classico poliziesco con un' ambientazione storica ben precisa, costruito intorno ad un mistero che riserva alcuni efficaci colpi di scena ed altri forse un po' telefonati per un pubblico smaliziato. Niente di nuovo sotto il sole, per carità, ma ad avercene di pellicole d' intrattenimento così.

Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.


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Tuesday, May 28, 2013

...e la pillola va giù.

Regista indecifrabile Steven Soderbergh, amato ed odiato forse in egual misura. Capace ci saltare di genere in genere, passare da produzioni praticamente indipendenti (Bubble) a vere e proprie macchine per soldi (i vari Ocean's), dedicarsi al cinema impegnato socialmente (Erin Brokovich) e a remake "pesanti" al limite del suicidio artistico (il Solaris di Tarkovski). Neanche il suo tanto annunciato ritiro dalle scene sembra aver avvicinato le due parti nonostante ci si trovi quasi tutti concordi nel trovare gli ultimi lavori del regista tutt' altro che banali anzi, piuttosto interessanti e ricchi di spunti. Si può identificare l' inizio di questa fase con Contagion, film che con la sua ultima fatica, Effetti Collaterali, condivide la spina dorsale di pellicola di genere  intrisa però di riflessioni e critiche piuttosto mirate. Ma dove in Contagion era il genere a veicolare il contenuto, in Effetti Collaterali avviene esattamente il contrario perchè fin da subito la storia di una giovane coppia, lui appena uscito di galera dopo aver scontato quattro anni per insider trading e lei pubblicitaria affetta da depressione, sembra voler puntare il dito contro la condotta delle case farmaceutiche, la loro disumanizzazione che ha portato la cura a diventare esperimento ed il malato una mera cavia da laboratorio. Ma dalla seconda metà in poi il film svela i suoi intenti mostrandosi come un efficace thriller a sfondo medico costruito su di un inaspettato twist narrativo il cui svelamento graduale coinvolge e convince, almeno fino a quando l' azzeccato stillicidio di dettagli non sfora nella necessità di dire troppo e al momento sbagliato. Si tratta effettivamente di un piccolo neo che arriva però in un momento chiave e fa stridere un meccanismo perfettamente funzionante, al quale contribuisce un cast di nomi importanti sui quali spicca sicuramente una Rooney Mara che dimostra di sapersela cavare anche in un ruolo certamente meno vincolante e iconico come quello di Lisbeth Salander in Uomini che Odiano le Donne di Fincher. Un risultato positivo insomma, che si spera convinca Soderbergh a riconsiderare la sua decisione in virtù anche di una ritrovata ispirazione.

Recensione già pubblicata su CINE20.

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Sunday, May 26, 2013

Lyrics of the Week + Video / SHE & HIM - I COULD'VE BEEN YOUR GIRL

Attrice, cantantautrice e ora anche regista.



It doesn’t matter, 
If I were willing
It doesn’t matter that the lights are tender love
Oh, oh, 
I know you have to go
It doesn’t matter, 
I fought my heart
It’s broken, shattered to a million and one

Cause I could’ve been your girl
And you could’ve been my four leaf clover
If I could do it over 
I’d send you the pillow that I cry on

It doesn’t matter, 
I just begun.
And if you see me, 
Just move on.
Cause we are free and never meant to be

Cause I could’ve been your girl
And you could’ve been my four leaf clover
If I could do it over 
I’d send you the pillow that I cry on

Cause I could’ve been your girl
And you could’ve been my four leaf clover
If I could do it over 
I’d send you the pillow that I cry on

Cause I could’ve been your girl
And you could’ve been my four leaf clover
If I could do it over 
I’d send you the pillow that I cry on

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Thursday, May 23, 2013

CINE20 - 98^ PUNTATA


Per la sorpresa promessa manca ancora un po' e, anche senza recensioni da proporvi, le uscite in sala sembrano fatte apposta per soddisfare tutti i palati: c'è cinema d' animazione (Epic e Akira), grande cinema italiano (La Grande Bellezza) e anche cinema d' intrattenimento (Fast & Furious 6).
Nei negozi, per la collana Far East, arriva il coreano The Man From Nowhere.
Online qui.

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Wednesday, May 22, 2013

Far East Film Festival 15 - Day 5

DESIGN OF DEATH
Regia di Guan Hu


Un dottore (il veterano del cinema di Hong Kong, Simon Yam) si trova ad investigare sulla misteriosa morte di un uomo, abitante del remoto Villaggio della Longevità. Man mano che le sue indagini procedono si fa sempre più evidente la possibilità che gli abitanti del villaggio possano essere i primi responsabili. Una storia ricca di mistero e commedia quella di Design of Death, strutturata in flashback che, pian piano, costruiscono gli episodi chiave della vita del protagonista (interpretato dal comico Huang Bo, già visto in Lost In Thailand) svelandone anche i motivi della morte. Il principale problema del film sta proprio  nell' eccessiva sovrapposizione dei flashback che rendono lo “svelamento” finale poco naturale e troppo costruito. D' altro canto però, il regista Guan Hu propone una sentita e commovente riflessione sull' impermeabilità delle vecchie tradizioni, quelle più radicate nella cultura popolare, che rifuggono qualsiasi idea di pensiero innovativo o rivoluzionario, lo tengono lontano, lo isolano fino ad eliminarlo.

THE GUILLOTINES
Regia di Andrew Lau


I millenni di storia cinese sono fonte inesauribile d' ispirazione, cosa che sa bene  chi segue il cinema asiatico. Altrettanto bene si sa che è davvero difficile riuscire a sbagliare questo genere di film, affascinanti anche solo per la ricostruzione storica, soprattutto quando sono virati verso l' action. Eppure c'è anche chi riesce a sbagliarli in maniera clamorosa come Andrew Lau con il suo The Guillotines. Durante la dinastia Quin, l' imperatore si serviva di una personale squadra di assassini noti come le “ghigliottine”, nome derivato dalla particolare arma di cui erano maestri. Durante una missione per catturare un pericoloso fuorilegge, finiscono invischiati in macchinazioni di corte atte ad eliminarli in vista di un importante rinnovamento dell' impero. Nonostante l' inizio puramente action, dove però ralenty e computer grafica coprono una evidente incapacità a girare certe scene, la speranza che il film prosegua su quella strada, e magari vedere ancora in azione le ghigliottine, lascia tristemente con l' amaro in bocca. The Guillotines è un film che, al racconto epico promesso, preferisce la pedanteria di intrighi di palazzo e personaggi dalla lacrima facile capaci solo di morire in maniera ridicola. Un totale spreco di costumi e scenografie.

IP MAN – THE FINAL FIGHT
Regia di Herman Yau


La stagione cinematografica di Ip Man sembra ben lontana dal concludersi. Dopo i due film diretti da Wilson Ip (un terzo è già in cantiere) e The Grandmaster di Wong Kar Wai, la vita del Maestro Ip (interpretato questa volta dal grande  Anthony Wong) arriva nelle mani esperte di Herman Yau, già regista di Ip Man – The Legend is Born. Ambientato nel periodo che va dal suo trasferimento ad Hong Kong fino alla sua morte nei primi anni '70, Ip Man – the Final Fight vede il Gran Maestro, testimone delle difficoltà sociali dell' epoca, accogliere i suoi primi allievi, confrontarsi con altre scuole rivali e con le triadi della “città murata” di Kowloon. Rispetto ai film di Wilson Ip, maggiormente votati all' azione, alle arti marziali ma limitati nella rappresentazione macchiettistica delle controparti giapponesi e inglesi, il film di Herman Yau si concentra sull' aspetto biografico utilizzando la voce fuori campo del figlio per introdurre i vari episodi della sua vita. Questo non significa però che si rinuncia a mostrare il Wing Chun in tutta la sua splendida e precisa eleganza: se tanto è stato fatto per la ricostruzione storica dell' epoca, altrettanto impegno è stato messo nelle sequenze di combattimento, coreografie che si possono contare sulle dita di una mano ma valgono sempre l' attesa, come il lungo duello finale. Insomma, anche Herman Yau è riuscito a celebrare con successo una delle figure più importanti del kung fu e della storia cinese recente.

THE COMPLEX
Regia di Hideo Nakata


The Complex non segna solo il ritorno in patria di Hideo Nakata ma anche la definitiva conferma che ci siamo giocati uno dei maestri dell' horror nipponico degli anni novanta. Nakata infatti, insieme a Takashi Shimitzu e pochi altri, aveva scritto una delle pagine fondamentali del genere grazie a pellicole come The Ring (e relativo seguito) e Dark Water. Le tentazioni americane (il remake di Ring 2 e l' insulso Chatroom) e progetti di dubbia utilità (L Change The World) erano già dei brutti presagi che forse ci eravamo sforzati di ignorare. The Complex ci porta però alla cruda realtà dove un genere in agonia sta trascinando a fondo un regista che meriterebbe ben altra fine. Eppure la pochezza della sua ultima “fatica”, dove una ragazza va a vivere in un condominio infestato da spiriti pieni di rancore verso i vivi, non lascia spazio ad appelli di qualsiasi tipo soprattutto quando ad una trama dai risvolti telefonati si uniscono attori dalla dubbia espressività e gli immancabili scivoloni nel ridicolo. Del vecchio Nakata rimane solo l' associazione acqua – regno dei morti, mentre il resto è il nulla quasi assoluto.

Resoconto già pubblicato su I-FILMSonline.


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Tuesday, May 21, 2013

"I always bring a gun to a knife fight."

Rapper con il pallino per il cinema, RZA, leader dei Wu-Tang Clan, sono anni che cercava invano di portare in sala un suo progetto cinematografico. Ma fallimenti, delusioni e porte in faccia sbattute dai distributori, gli hanno permesso di stringere amicizia con personaggini del calibro di Eli Roth e Quentino Tarantino con i quali il nostro ha una certa infinità. Infatti, proprio come i due signori di poco sopra, anche RZA è un cinefilo compulsivo con una spiccata passione, maturata fin da piccolo, per i film di kung fu della storica casa di produzione Shaw Brothers, da qui il suo desiderio di fare un film ispirandosi ed omaggiando quel cinema con cui è cresciuto. Ed è proprio grazie a Eli Roth, che produce ed in parte scrive, ed il marchio di "qualità" Quentin Tarantino Presenta, che arriva nelle sale L' Uomo con i Pugni di Ferro. La storia prende piede nella Cine feudale dove un uomo di colore, schiavo fuggito con una nave dal continente americano e naufragato in Asia, lavora come fabbro producendo armi letali per due clan rivali, i Leoni e i Lupi. Il suo desiderio di fuggire con una prostituta di cui si è innamorato, si infrange quando, un importante carico d' oro, infiamma maggiormente la contesa tra i due clan e lui finisce per rimanerci coinvolto suo malgrado. Appare piuttosto evidente che, alla base di un progetto come L' Uomo con i Pugni di Ferro c'è, non soltanto una sincera passione per un genere, ma anche una conoscenza davvero profonda di una cinematografia sicuramente di nicchia: sono elementi che emergono fin dall' incipit, la cui immagini si alternano ai caratteristici titoli di testa. Ma anche da un' attenta scelta del cast (sia tecnico che artistico) che, oltre ai nomi di richiamo (un Russel Crowe extra large, Lucy Liu ed il wrestler Dave Bautista), vanta tutta una serie di attori orientali di tutto rispetto. Spettacolare (le coreografie sono di Corey Yuen) e sanguinolento (pregevoli effetti visivi di Greg Nicotero) L' Uomo con i Pugni di Ferro è un film che diverte, indubbiamente, ma che soccombe sotto il peso  dell' omaggio. Perchè oltre a quello c'è poco, sia nella storia, scritta allo stesso RZA e tenuta insieme a fatica, che nei personaggi, soprattutto il protagonista, quasi tutti poco accattivanti e privi di spessore. Funziona, poco, il gioco dei contrasti "occidente / oriente" soprattutto nella colonna sonora ma è davvero difficile trovare nel complesso un minimo di personalità. Certo, non tutti sono in grado di metabolizzare il cinema e rendere l' omaggio riconoscibile, ma anche nuovo ed unico, come fa Tarantino, ma un qualcosa in più, vista l' attesa, ce lo si aspettava.

Recensione già pubblicata su CINE20.


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Monday, May 20, 2013

CONFESSIONS su I-FILMSonline

"And if I'm gonna talk
I just want to talk
Please don't interrupt
Just sit back and listen"

Radiohead - Last Flowers

Un' insegnante parla alla sua classe, tono pacato ma deciso nonostante l' indifferenza generale. L' attenzione non è importante al momento perché quella arriverà insieme alle sue parole, in un modo o nell' altro: lei é Yuko Moriguchi (la bravissima Takako Matsu) e quello sarà il suo ultimo giorno di insegnamento ma non se ne andrà senza aver messo i colpevoli della morte di sua figlia di fronte alla loro responsabilità, colpevoli che sono li in quella classe inconsapevoli del fatto che lei ha già messo in moto la sua atroce vendetta. Si apre così Confessions di Tetsuya Nakashima, con una lunga sequenza che costituisce il principale raccordo narrativo del film ma anche quello tematico. Come in Kamikaze Girls e Memories of Matsuko quello che si percepisce dai protagonisti è un profondo senso di inadeguatezza verso una società che nasconde le sue falle dietro un muro di regole etiche e morali fini a se stesse. Ma dove nei film precedenti questo veniva filtrato anche da uno stile visivo particolarmente colorato, qui tutto ci arriva in maniera diretta attraverso una fotografia fredda che restituisce atmosfere plumbee e soffocanti. Nakashima, adattando per lo schermo il romanzo di Kanae Minato, non si limita a rimanere nel sottotesto ma punta il dito in un atto d' accusa che non lascia spazio ad equivoci nel mostrare le fratture nel sistema-scuola, nel sistema-famiglia, nel sistema-giustizia, esponendole come ferite infette stuzzicate da un torturatore impietoso. Gli adolescenti di Confessions sono il risultato scientificamente esatto dell' abisso creatosi tra adulti e giovani, tra insegnati e studenti, tra genitori e figli, tra legge e giustizia, che ha trasformato la società civile in una giungla dove vige la legge del più forte, dove i deboli soccombono ai predatori e agli sciacalli. Le cause non diventano automaticamente una giustificazione però, anzi, non sembra ci sia volontà nel film di Nakashima di giustificare chicchessia (perfino la protagonista) ma di fare un ritratto freddo e pessimista di una realtà che non concede la catarsi a nessuno, ne il benché minimo sollievo allo spettatore. Pochi cineasti giapponesi hanno avuto il coraggio di affrontare, o mostrare, senza i patinati stereotipi del cinema commerciale, questa realtà e Nakashima conferma i meriti con i quali si è ritagliato il posto che gli spetta tra i migliori di loro, firmando con Confessions il suo personalissimo capolavoro.

Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.


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Sunday, May 19, 2013

Lyrics of the Week + Video / EDITORS - A TON OF LOVE




I lit a match in Vienna tonight, 
It caused a fire in New York. 
Where is my self-control? 

You gotta learn to be thankful, 
For the things that you have. 
Now bathe my idle soul in 

Desire, desire
Desire, desire
Taken by force, 
Twisted fate, 
Well, what weighs more, 
Down on your plate. 
A ton of love, 
A ton of hate, 
We're waiting for, 
A chance of, a chance of, a chance of,
 

Desire, desire
Desire, desire

I don't trust the government, 
I don't trust myself, 
What is a boy gonna do? 

Build a church in the city, 
A place to crawl with our own, 
We'll give our God away. 

Taken by force, 
Twisted fate, 
Well, what weighs more, 
Down on your plate. 
A ton of love, 
A ton of hate, 
We're waiting for, 
A chance of, a chance of, a chance of, 

Desire, desire
Desire, desire, desire
Desire, desire
Desire, desire
Taken by force, 
Twisted fate, 
Well, what weighs more, 
Down on your plate. 
A ton of love, 
A ton of hate, 
We're waiting for, 
A chance of, a chance of, a chance of.

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Friday, May 17, 2013

Far East Film Festival 15 - Day 4

LETHAL HOSTAGE
Regia di Cheng Er


Frammentato in quattro capitoli che oscillano tra presente e passato, il film di Cheng Er muove i suoi personaggi nelle regioni di confine tra Cina e Birmania dove il traffico di droga è particolarmente florido. Qui, durante uno scambio finito male, una bambina viene rapita da un trafficante mentre il padre, nel tentativo di riscattarla, viene arrestato e tenuto in prigione per dieci anni. In questo lasso di tempo il trafficante cresce la bambina e, una volta adulta, la sposa sperando di abbandonare insieme a lei la vita criminale. Lethal Hostage è un noir che racconta, oltre ad un sottobosco criminale che prolifera in regioni del mondo particolarmente difficili, anche una redenzione impossibile. Ma a tenere banco è soprattutto l' atipico triangolo che si crea tra i protagonisti, un padre che non può rinunciare all' amore di sua figlia, un criminale che si scopre capace di cambiare grazie a sentimenti che non credeva neanche di poter provare, una donna legata in maniera indissolubile a quello che un tempo era il suo carceriere. Cheng Er dirige un film dalle tinte forti riducendo al minimo i dialoghi e lasciando che siano i volti dei personaggi a raccontare una storia difficile ma apprezzabile su più livelli.

NEW WORLD
Regia di Park Hoon-jung


Portare sullo schermo una storia di gangster rappresenta sempre un rischio concreto soprattutto in un mercato congestionato come quello sud coreano. Ma per fortuna ci sono delle importanti eccezioni, rappresentate da quegli autori in grado di tirare fuori il meglio anche da soggetti non proprio nuovissimi. E' il caso di Park Hoon-jung, fervida penna dietro film come I Saw The Devil e The Unjust, che in questo caso scrive e dirige questo intenso dramma gangster, New World. Il titolo nasce dall'operazione di polizia messa in atto per scatenare gli uni contro gli altri i successori di un gruppo criminale a seguito della morte del loro boss. Lo scopo delle forze dell' ordine è quello di favorire, anche con l' aiuto di alcuni infiltrati tra cui il protagonista Ja-sung, un terzo e più controllabile candidato. New World non è certo un action (nonostante l' esaltante scena di combattimento all' arma bianca girato in un affollato garage ed in un ascensore) ma è talmente ben scritto da tenere lo spettatore attaccato allo schermo nel seguire questa feroce lotta per il potere dove si fa davvero difficile distinguere buoni e cattivi. Park Hoon-jung dice di essersi ispirato a film come Il Padrino, e si vede soprattutto nella resa dei conti finale, ma il suo New World sopravvive a questi pesanti paragoni e brilla con orgoglio di luce propria.

KEY OF LIFE
Regia di Uchida Kenji


Un giovane attore, Sakurada, squattrinato e senza prospettive, si reca ai bagni pubblici dopo aver  tentato inutilmente il suicidio. Qui assiste all'incidente di un uomo, Kondo, che dopo aver sbattuto violentemente la testa perde la memoria. Il ragazzo approfitta della situazione per mettere in scena uno scambio d' identità ma la situazione si complica quando scopre che l' uomo è un assassino a pagamento. La chiave del titolo, che apre a Sakurada nuove prospettive e così a Kondo, incluso l' amore per una bella redattrice, tanto fisica che figurata, rappresenta le seconde possibilità che la vita ci pone davanti, la cui realizzazione non è garantita senza un minimo sforzo per sostenerle. Uchida Kenji mette tutto questo in chiave di commedia con tanto di inevitabili equivoci, situazioni paradossali ed omicidi. Il film risulta insomma piacevole e divertente anche se eccessivamente “diluito”. Qualcuno dovrebbe dire ai registi giapponesi che non è un obbligo far durare un film due ore.

Resoconto di Lethal Hostage già pubblicato su I-FILMSonline.

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Thursday, May 16, 2013

CINE20 - 97^ PUNTATA


Solo Il Grande Gatsby sembra darci un minimo stimolo per recarci in sala, peccato. Ma questa novantasettesima puntata di CINE20 si apre comunque con ben due recensioni (L' Uomo con i Pugni di Ferro ed Effetti Collaterali) ed un titolo in uscita per il mercato home video, tra i più attesi dell' anno, Django Unchained di Quentin Tarantino.
Senza contare che questo appuntamento di CINE20, un po' fiacco nelle uscite settimanali, fa da preludio ad una sorpresa che vi attende la settimana prossima ad opera del buon Kusa.
Rimanete sintonizzati e leggeteci qui.


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Wednesday, May 15, 2013

PRINCESS MONONOKE su I-FILMSonline

Il rapporto fra uomo e natura ha da sempre rappresentato uno dei temi cardine dello Studio Ghibli che ne ha raccontato ed illustrato come i primi siano la principale causa destabilizzante di un equilibrio già di per se precario. Come efficacemente raccontato in Pom Poko di Isao Takahata, l' iniziale timore reverenziale dell' uomo verso la natura, alimentato da credenze e superstizioni, ha ceduto il passo al desiderio di espandersi e di conquista, trasformando la necessità in avidità. Anche se non ambientato nei giorni nostri, Princess Mononoke ha parecchi punti in comune con il film di Takahata e porta il conflitto ai suoi albori, negli anni in cui il Giappone entrava nell' Età del Ferro trasformando un rapporto di simbiosi in una lotta per la sopravvivenza. Attingendo ai territori della Leggenda, le foreste rappresentate nel film sono popolate da spiriti e divinità dalle sembianze di giganteschi animali, ultimi Guardiani contro l' espansione dell' uomo che, per alimentare le sue fornaci, non si fa scrupolo nel procurarsi la materia prima "aggredendo" una natura fino ad allora incontaminata. Impossibile semplificare questo scontro in una lotta tra il bene ed il male, in quanto Miyazaki identifica le due parti in causa attraverso due personaggi femminili che, rifuggendo qualsiasi retorica, sono definite in maniera complessa e articolata: sia San che Eboshi combattono per una causa in cui credono ciecamente e non si fanno scrupolo ad uccidere per difenderla. Tra di loro si pone Ashitaka, ultimo principe di un'antica stirpe di uomini, costretto da una maledizione ad abbandonare il suo villaggio per scoprire la natura del male che affligge lui ed il mondo, osservando quel che accade "con occhi non velati dall' odio". É proprio da qui che Miyazaki sviluppa la riflessione piú importante ed urgente del suo film identificando proprio nell' odio, non tanto l' origine dei conflitti, quanto la materia attraverso la quale questi si autoalimentano, in un ciclo infinito dove il sangue richiama irrimediabilmente altro sangue. Nonostante una chiusura (parzialmente) positiva e consolatoria, Princess Mononoke si distingue per una rappresentazione esplicita della violenza, che non arriva ad essere disturbante ma é certamente una rarità nel cinema del Maestro giapponese, parte integrante di un gioco di contrasti che rappresentano visivamente e tematicamente una delle pellicole più adulte, complesse e riuscite di Miyazaki.

Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.

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Tuesday, May 14, 2013

"Nothing's been the same since New York."

Tony Stark è sempre il solito milionario egocentrico, ma è anche cambiato perchè l' esperienza vissuta a New York l' ha cambiato. Ora dorme pochissimo e quando può si rifugia nel suo laboratorio per sperimentare le sue armature. E mentre la sua salute psicofisica si logora pian piano, una nuova minaccia si profila all' orizzonte: il Mandarino, terrorista internazionale, minaccia gli Stati Uniti spalleggiato dall' AIM (Avanzate Idee Meccaniche) una società di ricerca genetica. Iron Man 3 prende piede insomma dopo gli eventi di Avengers, articolando ancora di più la continuity dell' universo Marvel cinematografico e portando ad uno step successivo, forse conclusivo, lo sviluppo del personaggio di Tony Stark. Trattandosi del terzo capitolo di una trilogia infatti (e forse anche spinti dalla scadenza di contratto di Robert Downey Jr.) si è cercato di mettere un punto fermo allo sviluppo del personaggio, ponendo l' accento sulla sua necessità di separare l' uomo dal guscio che lo rende “super”, dimostrando di eroe indipendentemente dall' armatura. Al di la di discorsi che possono poco interessare chi non ha particolare interesse nelle “dinamiche fumettistiche”, che sono però alla base di tutto il progetto portato avanti dalla Marvel, Iron Man 3 è il grande Blockbuster di intrattenimento che ci si aspettava, ironico (così come i vari Thor, Captain America e gli stessi Avengers) e spettacolare (in questo senso non si avverte il passaggio di testimone tra Jon Favreau e Shane Black), coraggioso anche nello riscrivere alcuni personaggi in chiavi decisamente inedite (il Mandarino su tutti) e nel pescare nel materiale cartaceo classico e più moderno di Testa di Ferro adattandolo alle necessità narrative di un lungometraggio. Non è tutto oro e sarebbe francamente impossibile accontentare tutti, anche quando si cerca il compromesso tra lo zoccolo duro dei “marveliani” e i fan dell' ultima ora, ma se questo è il biglietto da visita della Fase 2 della Marvel, non si sta più nella pelle per vedere il resto.

Recensione già pubblicata su CINE20.