Tuesday, February 26, 2013

Accettiamo l' amore che crediamo di meritare

Ragazzo da parete è il titolo italiano del romanzo epistolare di Stephen Chbosky, piccolo caso letterario di fine anni '90 dove il "caso" nasce probabilmente nell' incapacità di taluni lettori di associare argomenti pesanti, come l' uso di droghe o il suicidio, ad un' età difficile come l' adolescenza. Fatto sta che a più di dieci anni dalla prima pubblicazione, Chbosky scrive la sceneggiatura del suo stesso romanzo e finisce anche per dirigerne l' adattamento che, arrivato nelle sale italiane, diventa Noi Siamo Infinito dall' originale The Perks of Being a Wallflower. La confusione che generano queste curiose, inspiegabili, ma ormai consone scelte di adattamento, non sono neanche minimamente paragonabili a quella che prova il protagonista Charlie, ragazzo timido e introverso, che si prepara ad affrontare il primo giorno di liceo nella speranza di sopravvivere in un mondo al quale sente di non appartenere e, naturalmente, di riuscire a legare presto con qualcuno affine a lui. Chbosky non è nuovo al dorato mondo del cinema ne a quello della tv ma il suo curriculum non è certo dei più memorabili. Perciò, la scelta di prendere completamente il controllo del progetto della trasposizione del suo romanzo, oltre a dimostrare un profondo ed encomiabile attaccamento alla sua creatura, poteva apparire una scelta molto rischiosa. Di rischi ne corre, non c'è dubbio, e più di una volta si ha la sensazione che il film corra a testa bassa verso il baratro. Il problema risiede nel fatto che Noi Siamo Infinito non dice nulla di nuovo e non c'è nulla (o quasi) di nuovo nel modo in cui lo fa: si affida a giovani attori (tra l' altro davvero bravi) e ad una colonna sonora scelta non a caso. La cosa che stupisce maggiormente è che questi sono anche gli stessi motivi per i quali il film si salva miracolosamente: la semplicità con la quale si affrontano tematiche complesse o anche il modo in cui vengono rappresentate alcune tappe fondamentali dell' adolescenza, non possono che creare un legame empatico con i protagonisti e in qualche maniera questo spinge lo spettatore ad immedesimarsi in questo e quel particolare dettaglio. Alla fine Chbosky si comporta in maniera molto più onesta di tanti suoi altri colleghi, evitando di sprofondare nel drammatico lasciando che i traumi di Charlie non diventino il centro della narrazione ma ne occupino una zona periferica. D'altronde Noi Siamo Infinito racconta del desiderio e la difficoltà di trovare se stessi al di fuori della massa, della scoperta di un mondo pieno di persone simili a noi alle quali appoggiarsi o sostenere a nostra volta.

6 comments:

lavitaenientaltro said...

Bella anche la tua caro collega. Concordo con te che la scelta di far restare a margine il dramma di Charlie è vincente, bastava poco per rovinare l'equilibrio del film. Per me comunque l'effetto immedesimazione ha totalmente coperto i vari clichè del caso: d'altronde mi succede sempre di perdere completamente il distacco quando un film mi coinvolge emotivamente come questo ...

Pupottina said...

del libro ho sentito parlare e mi aveva già incuriosita. non sapevo questo fosse il film...

alessio borzani said...

Ciao piacere di commentarti eheheh! Il tuo blog è interessante io ne ho 4 se vuoi passare sarai il ben venuto

Weltall said...

@Kusanagi: lo posso capire bene ^^

@Pupottina: eh si, poi visto come hanno incasinato i titoli, difficile collegare il libro al film ^^"

@Alessio: passo volentieri ^^

Babi said...

Mi ha coinvolto tantissimo e confesso che ho pianto... ma io ho la lacrima facile al cinema (ho pianto pure guardando Up).

Weltall said...

@Babi: non è un male che scenda qualche lacrimuccia, soprattutto con un film che, pur nella sua semplicità, sembra parlare di esperienze e sensazioni che abbiamo vissuto un po' tutti quanti ^^ (e vorrei proprio sapere a chi, guardando i primi dieci minuti di Up, non gli siano venuti i lucciconi ^__*)