Friday, October 10, 2008

Il Western secondo Miike

Dipenderà forse dalla grande attenzione che diversi cineasti occidentali e i Festival internazionali hanno verso di lui, ma non è difficile notare come negli ultimi anni i produttori nipponici abbiano iniziato a trovare particolare interesse nella figura di Takashi Miike, affidandogli sempre più progetti di una certa rilevanza commerciale. In casi del genere non è raro che un autore sacrifichi il suo genio a favore di incassi facili e decisamente elevati, fenomeno che Miike è riuscito ad arginare riuscendo in diversi casi (si vedano Zebraman, Great Yokai War e l'ultimo Crows Zero) a coniugare elementi di richiamo per il pubblico (soggetti particolarmente accattivanti e attori bellocci) con il suo stile inconfondibile, quasi una firma che toglie ogni dubbio su di chi sia la mano dietro la macchina da presa. Ora immaginate di unire gli elementi di poco sopra ad un soggetto tipicamente Western, anzi, un omaggio allo Spaghetti Western tutto italiano, unito con elementi storici del medioevo giapponese. Miscelate insieme riferimenti "shakespeariani", Quentin Tarantino ed otterrete Sukiyaki Western Django (chiaro riferimento al cult di Sergio Corbucci), che già dal titolo fa intuire una curiosa contaminazione di generi e culture cinematografiche ("Spaghetti" diventa "Sukiyaki" tipico piatto della tradizione culinaria giapponese). Il film si apre con un incipit apparentemente slegato dal resto (alcuni precedenti del regista potrebbero trarre in inganno) ambientato in una location palesemente finta (lo sfondo, il sole e il vulcano sono disegnati) dove un cowboy americano, Ringo, (interpretato da Quentin Tarantino) affronta alcuni banditi giapponesi e getta le basi per la narrazione della storia principale: in un tempo imprecisato, in un villaggio che potrebbe anche trovarsi in Giappone, una leggenda narra che la vi sia nascosto un tesoro in pepite d'oro. La voce gira velocemente e presto il villaggio viene invaso dai cercatori d'oro prima, e da due bande rivali, i Genji e gli Heike, poi. La lotta tra questi due gruppi dura ormai da secoli e il villaggio, diventato il nuovo centro dei loro scontri, sembra ormai perduto fino al giorno in cui arriva un cowboy straniero la cui straordianaria abilità fa gola ad entrambi. Chiunque riesca a portarlo dalla propria parte potrebbe avere in pugno le sorti dello scontro. Se da una parte la storia mostra il fianco a qualche possibile e giustificata critica (per quanto originale, la sconclusionatezza della trama fa subire al film alcuni cali di ritmo) non si può certo dire che Sukiyaki Western Django non sia un riuscitissimo e divertentissimo esperimento cinematografico: architetture tipicamente giapponesi unite ad elementi western, cowboy dall' anima samurai, uno sceriffo dalla due personalità in perenne conflitto, un' arma segreta nascosta in una cassa da morto, attori giapponesi che recitano in inglese (vi assicuro che si capisce chi lo sa parlare e chi recita a memoria), sono solo alcuni degli elementi che fanno di Sukiyaki Western Django un film difficile da etichettare ma impossibile da non apprezzare, se non altro per le citazioni e i riferimenti registici al genere Spaghetti Western e lo straordinario impatto visivo della pellicola che mostra il grado di maturità raggiunto da Miike. Assolutamente da recuperare per placare l'attesa del suo ormai imminente Yattaman.

Thursday, October 09, 2008

CINEBLOGGERS CONNECTION


Con mia grande sorpresa gli amici di CINEROOM, Para e Chimy, mi hanno invitato ad entrare a far parte della Cinebloggers Connection, sito dove i cineblog della rete convergono per esprimere il loro giudizio (con un chiaro e semplice sistema di votazione) sui film che escono in sala. Sito, tra l'altro, che ho il piacere di frequentare già da qualche tempo perché mostra in maniera piuttosto chiara il valore delle pellicole (ogni giudizio è soggettivo naturalmente, ma per lo meno ci si fa un' idea).
E' già un onore per me veder definito
WELTALL'S WOR(L)D un cineblog, immaginate quindi quanto mi riempia d'orgoglio entrare nella Connection ^___^.
Ringrazio perciò ancora una volta (già fatto nella
sede opportuna) Para e Chimy e i cineblogger che hanno approvato l'invito, Luciano, Ale55andra e Iggy.
Grazie a tutti ^__*

Wednesday, October 08, 2008

BORIS

TITOLO ORIGINALE: BORIS
NUMERO EPISODI: 14

-TRAMA-
La creazione della fiction TV "Gli Occhi del Cuore 2" tra gli scazzi personali e lavorativi di registi, direttori di produzione, della fotografia, tecnici, assistenti, attori e stagisti.

-COMMENTO-
Boris è una serie geniale!
Considerata la scarsissima stima che provo nei confronti delle produzioni nostrane, trovarmi a definirla in questo modo significa che questa serie se lo merita al 100%. I nostri palinsesti sono affollati da prodotti seriali italiani brutti, ridicoli, che pescano a piene mani delle ben più riuscite serie americane senza riuscire a tirar fuori qualcosa di buono o una benché minima idea originale. Serie che comunque vengono seguite dall' assuefatto pubblico televisivo e perciò si riciclano anno dopo anno. Mentre Rai e Mediaset continuano a propinarci serial sulle forze dell'ordine o mini serie di scarso interesse, è la Fox Italia (canale a pagamento del pacchetto Sky) a produrre questo piccolo gioiello televisivo. Quando ci si trova di fronte ad una serie come Boris è giusto quindi darle tutti i meriti che si è guadagnata, soprattutto se il serial in questione è ambientata proprio "dietro le quinte" di una fittizia fiction/trash italiana.
Nonostante si tratti di una serie comica che "attacca" con una satira feroce il mondo, davanti e dietro la telecamera, delle produzioni televisive a basso costo, è impossibile non immaginare come vere alcune delle situazioni paradossali che si vengono a creare sul set di Occhi del Cuore e che vedono coinvolti la moltitudine di persone che ci lavorano: c'è il regista (l' ormai mitico René Ferretti) costretto a soffocare i suoi virtuosismi registici per adeguarsi al profilo low-budget delle produzioni televisive, facendo le cose alla "cazzo di cane" pur di girare il più possibile e portare a casa la giornata. C'è un direttore della fotografia cocainomane e un direttore di produzione votato al risparmio di ogni singolo centesimo. C'è un' algida assistente alla regia (la grande Caterina Guzzanti) e stagisti ridotti in schiavitù. C'è un attore vanesio ed un' attrice cagna. Poi naturalmente c'è Boris, pesciolino rosso portafortuna del regista, che muto da dentro la sua boccia di vetro assiste a tutto ciò che capita nel set di Occhi del Cuore 2.  
E in queste quattordici puntate da mezz'ora (circa) ciascuna, Boris riflette ciò che la televisione è diventata: si punta alla quantità più che alla qualità e se il pubblico premia queste scelte con gli ascolti, perché cambiare questa politica? Insomma, tra una risata e l'altra (e vi assicuro che si ride) si riflette su come il mezzo mass mediatico più diffuso sia diventato un ricettacolo di format da comprare e da vendere all'estero.
Da recuperare e vedere senza pensarci un secondo di più.

-DVD-
Produttore: Mondo Home Entertainment
Distributore: Mondo Home entertainment
Video: 1.66:1 letterbox
Audio: Italiano Dolby Digital 2.0
Sottotitoli: n.d.
Extra: Backstage
Regione: 2 Italia
Confezione: digipack

Tuesday, October 07, 2008

Quando oltre alle Regole manca anche tutto il resto del film...

I Detective Turk e Rooster sono una affiatata coppia di poliziotti che, per mandare in galera l'assassino di una bambina, scagionato dalla testimonianza della madre della piccola, diventano complici nel "produrre" delle prove incriminanti a suo carico. Anni più tardi si trovano ancora insieme ad indagare su di un serial killer che uccide i criminali lasciando di fianco al cadavere, l'arma del delitto ed una poesia. Mentre le indagini proseguono appare sempre più evidente che l' assassino possa essere proprio un poliziotto e i sospetti non tardano a cadere sul Detective Turk, considerati i rapporti che lo legano con alcune delle vittime. Sfida senza Regole, titolo che già di per se fa ribrezzo, (adattamento dall' originale Righteus Kill) più che un film è un gigantesco specchietto per le allodole che non riesce ad andar oltre (per demeriti del cast tecnico e artistico) lo scontento e l' irritazione dello spettatore. I timori cominciano a partire dalla fase promozionale del film perchè, quando i nomi degli attori vengono prima del nome del regista, già si avverte odore di fregatura (per non dire di merda) ancor prima che la pellicola arrivi nelle sale. Sfida senza Regole è stato sbandierato come il film dove la coppia Robert DeNiro - Al Pacino tornava a recitare insieme dopo filmoni come Heat e Il Padrino Parte II. Forse qualcuno avrebbe dovuto fermarsi a pensare al fatto che i due attori sono avanti negli anni e già da tempo faticano (DeNiro più di Pacino) a sposare progetti di qualità. Anche qui la loro prova è del tutto anomima e i personaggi che si trovano a rappresentare sono copie sbiadite dei characters che gli hanno resi famosi. Fatto sta che questi due grossi nomi riescono a far piombare il regista Jon Avnet nell' oblio e lui non fa niente per ritagliarsi il giusto spazio dovuto a chi sta dietro la macchina da presa. Certo, il buon Jon non è Micheal Mann ne Francis Ford Coppola, ma da qui alla nullità assoluta ce ne passa: Avnet mette insieme un'ora e mezza di riprese senza riuscire a azzeccare un' inquadratura od una scena che valga la pena di essere ricordata (se si esclude quella della morte di 50 Cent che vola da una finestra neanche fosse un foglio di carta velina). Neanche il confronto finale si salva perchè, a quel punto, il pathos ha ceduto da tempo il posto ad una gran voglia di martellarsi le gengive. la sceneggiatura di Russel Gerwitz non aiuta di certo tanto è piatta e priva di qualsiasi mordente: trama risaputa, risvolti scontati e un colpo di scena telefonato già da prima di metà film. Veramente difficile trovare qualcosa che possa salvare anche di un pochino questo film e per dovere d' obiettività potrei anche provarci ma...no, non ci riesco. Questo Sfida senza Regole è troppo brutto e non ne ho proprio voglia.

Monday, October 06, 2008

"Semplicemente, ti amo" e 'sti cazzi!

Guardare un film del genere Jun-ai (vero amore) è come buttarsi da un grattacielo sapendo di atterrare su di una fabbrica di materassi: lo si affronta con la sicurezza di sapere perfettamente cosa ci si troverà davanti, come si svilupperanno gli eventi, senza troppe sorprese e riuscendo ad anticipare in alcuni casi i comportamenti dei personaggi. Questo perché gli script di questo genere si muovono su binari ben collaudati che comunque funzionano, nonostante possano far apparire questi film tutti uguali e monotoni. Lo schema è quasi sempre il seguente: storia in bilico tra l'adolescenza e l'età adulta dei personaggi, magari si va avanti e indietro grazie a dei flashback che tengono all' oscuro lo spettatore sulla risoluzione della storia fino alla fine del film. Personaggi collaudati: lui, bruttino, idiota e negli occhi quell' espressione fissa tipica dell' ottuso. Di buon cuore, si innamora della controparte femminile senza mai riuscire a confessare i suoi sentimenti. Lei, molto carina oppure carina che però si sente brutta. Di solito fa lei la prima mossa perché, come dicevo prima, lui è un' idiota che risponde ad ogni cosa che gli si dice con un "Eh?" o al massimo con un "Uh?". Naturalmente possono esserci due lui e una lei o viceversa, in modo da creare il solito triangolo che porta con se malintesi ed equivoci. Poi c'è la malattia: la malattia colpisce sempre lei ed è di quelle rarissime ed incurabili che verranno tenute nascoste a lui che, povero sfigato, si ritroverà ben presto con una fidanzata morta senza neanche averle dato un bacio. Ed ecco un altro punto fondamentale di questi film, il bacio: in questo genere (e sembra veramente un controsenso) i personaggi non si danno quasi mai un bacio. Perché? Vorrei tanto saperlo anche io. Heavenly Forest rientra perfettamente in questo schema: il film si apre con il protagonista, Makoto, a New York per assistere alla mostra fotografica dell' amica Shizuru. Flashback di un paio d'anni e ritroviamo Makoto matricola all' università ossessionato all' idea di puzzare a causa di una pomata che è costretto a mettersi su di uno sfogo che ha sul fianco. Ad un attraversamento pedonale conosce Shizuru, ragazza molto particolare che sembra molto più piccola rispetto alla sua vera età. Soffre inoltre di una rinite cronica e perciò, con l'olfatto limitato, Makoto non ha problemi a starle vicino. Diventano amici, iniziano a condividere la passione per la fotografia e Shizuru non nasconde i suoi sentimenti verso il ragazzo che però è molto attratto da Miyuki, ragazza molto bella che termina ogni frase con un sorriso e che tiene alto il suo livello culturale leggendo riviste di abiti da sposa durante le lezioni universitarie. Come si evolverà il triangolo? Chi sceglierà il povero Makoto? La bruttina (per modo di dire) ma simpatica Shizuru o la gnoccolona con l' intelligenza di una tegola, Miyuki? Ma al di la della scelta (che scoprirete solo guardando il film) pensate forse che il destino non ci metterà lo zampino? Come potete vedere Heavenly Forest rispetta tutte le regole del perfetto Jun-ai e anche se non vorrete vi farà commuovere perché da questo punto di vista questi film sono infidi e bastardi. Ma come ho già ripetuto diverse volte, guardo con piacere queste pellicole anche perché vengono confezionate sempre con estrema cura e girati in posti meravigliosi che trasmettono tutto il fascino di quella terra così magica e lontana (almeno per noi occidentali) che è il Giappone. Consigliato a tutti i romanticoni senza troppe pretese.

Sunday, October 05, 2008

Lyric of the Week + Video / RADIOHEAD - RECKONER

**Video di Clement Picon vincitore del contest per selezionare il nuovo video ufficiale dei Radiohead**


Reckoner
Can you take it with you
Disavow the pleasure

You were not to blame for
Bittersweet distractors
Dare not speak his name
Did I cater to all you
All your needs?

Because we separate
it ripples our reflections
Because we separate
it ripples our reflections

Reckoner

Did I cater to all you
All your needs?

Friday, October 03, 2008

A closer look to these japanese stuff - 02 -

Se non leggete il blog Nicola in Giappone (che state aspettando?) allora non saprete neanche che il buon Nick, per ampliare la sua conoscenza nipponica, si è recato durante la seconda metà dell' agosto scorso, per la seconda volta nella sua vita nella Terra del Sol Levante. Come per il primo viaggio, in tasca aveva anche una simpatica lista da me redatta contenente alcuna cose sfiziose che mi avrebbe fatto immenso piacere se le avesse cercate per me. Bé, punto per punto gli oggetti in lista sono stati smarcati e in aggiunta ho avuto anche due graditissimi regali.
Ora vi mostro il tutto:

Ecco gli oggetti del desiderio fotografati tutti insieme. Vediamo nel dettaglio:

Il singolo giapponese di Let There Be Love. Potrà sembrare poco interessante ma...è un pezzo per collezionisti, fidatevi ^__*

Pensavate forse che non mi sarei fatto cercare qualche bel dvd da aggiungere alla mia videoteca? Ecco il primo, Water Boys, simpatica commedia che vede alcuni studenti sfigati trovare il giusto riscatto mettendo insieme una squadra di nuoto sincronizzato.

Glory to the Filmmaker, discusso film di Kitano e da me ancora non digerito. Preso per dovere di collezione.

Il FILM di Hideaki Anno. Ritual è un film da vedere assolutamente!!!

Veniamo ora ai regali: durante la sua permanenza in Giappone, Nick ha avuto la fortuna di visitare una mostra dello Studio Ghibli e quello che vedete è il libro(ne) stampato per l'occasione, dedicato ai layout dei film dello studio fondato da Miyazaki. Bellissimo!!!

All'interno della mostra c'era anche uno store nel quale Nick ha trovato l'artbook di uno dei film più belli del MAESTRO: Totoro (con tanto di fascetta dedicata a Ponyo)!!!

Thursday, October 02, 2008

Una famiglia tranquilla e lo Yakuza indemoniato

A seguito del licenziamento del capo famiglia, i Kang decidono di trasferirsi in una casa in montagna e di avviare un' attività alberghiera convinti anche dal fatto che da li a pochi giorni sarebbero iniziati i lavori per una nuova autostrada che avrebbe sicuramente facilitato l'arrivo dei turisti. Ma a distanza di settimane, dei lavori neppure l'ombra e gli affari per la famiglia Kang non decollano. Quando il loro primo cliente si suicida nella propria camera, la famiglia si trova di fronte ad una scelta: denunciare il fatto alla polizia e chiudere definitivamente l' albergo o nascondere il cadavere facendo finta che nulla sia successo. Ma quello sarà solo il primo di una serie di avvenimenti che porterà la famiglia Kang ad avere più cadaveri da occultare che clienti e a diventare piuttosto esperti nello sbarazzarsi dei corpi o di chi viene sfortunatamente a conoscenza del loro segreto. Nell' ormai lontano 1998 Kim Ji-woon esordiva con un film scritto e diretto da lui stesso, The Quiet Family, una divertente commedia nera sul "fare di necessità virtù" cosa che per i membri della famiglia Kang diventa una questione di sopravvivenza. I tentativi maldestri (dai risvolti spesso macabri) di far funzionare l'albergo regalano qualche sincera risata e ci si ricorda con un sorriso soprattutto delle performance dei grandi Choi Min-sik e Song Kang-ho. Alcuni personaggi rimangono misteriosamente marginali e le situazioni si ripetono un po' troppo, diventando quasi monotone e facendo sorgere il dubbio che il film non sappia dove andare a parare. Anche tecnicamente siamo lontani dai suoi film successivi (Tale of Two Sisters e A Bittersweet Life) dove ha sicuramente dimostrato maggiore maturità registica e sceneggiativa. Metterlo in confronto diretto con il suo remake, Happiness of the Katakuris di Miike, non sarebbe molto corretto anche perché il geniaccio giapponese ha preso il soggetto di Ji-woon e ne ha colmato tutte le lacune partorendo un vero gioiellino. Meglio quindi approcciarsi a questo The Quiet Family lasciando da parte i Katakuris e godersi senza troppe aspettative questa piccola opera d'esordio.

Quando dei membri della gigantesca organizzazione malavitosa Heaven uccidono due uomini della famiglia Ida la guerra tra clan diventa inevitabile. I vertici della famiglia chiedono al boss Muto di spartire con la famiglia i proventi per la vendita di armi e finanziare così la guerra. Muto però ha usato quei soldi per curare la moglie malata e pertanto si offre di uccidere con le sue mani il boss del' organizzazione Heaven. Seiji, sottoposto di Muto e a lui profondamente legato, per evitare che il suo boss rischi inutilmente la vita lo fa arrestare decidendo di occuparsi direttamente dell' organizzazione Heaven, rubando i loro soldi e ferendo a morte il loro boss. A quel punto Seiji e tutti quelli che gli stanno vicino diverranno bersagli della violenta rappresaglia della società Heaven. Esaminando la sterminata filmografia del prolifico Takashi Miike non si può certo dire che non abbia esplorato e sviscerato a dovere la tematica Yakuza, anzi, in qualche modo sono sempre presenti in quasi tutti i suoi film dei precisi richiami al genere. Non si può dire altresì che il sottoscritto non apprezzi e non trovi affascinate il mondo (cinematografico) della malavita giapponese anche quando Miike trattiene più che può i suoi istinti geniali regalandoci pellicole uniche come Agitator o Graveyard of Honour. In questo Kikoku - Yakuza Demon il regista giapponese evita gli "eccessi" che contraddistinguono il suo cinema per raccontare una storia Yakuza classica, mettendo in evidenza il lato romantico dei suoi anti-eroi e dei rapporti di fedeltà e onore che legano tra loro i boss ai sottoposti, i membri più giovani ai loro "aniki", e come le loro vite siano tragicamente segnate dal sangue e dalla morte. Un film un po' discontinuo che però regala dei momenti splendidi (in particolar modo, l'incipit e la conclusione) e l'ennesima interpretazione di Riki Takeuchi che, neanche ci fosse bisogno di dirlo, spacca il culo a tutti.

Wednesday, October 01, 2008

PUSHING DAISIES - SEASON 01 -

TITOLO ORIGINALE: PUSHING DAISIES
TITOLO ITALIANO: PUSHING DAISIES
NUMERO EPISODI: 9

-TRAMA-
Ned scopre da bambino di possedere un incredibile dono: riportare in vita tutto ciò che è morto semplicemente toccandolo. Ma questo potere miracoloso porta con se anche un lato oscuro perchè tutto ciò che Ned ha riportato in vita ritorna morto per sempre se il bambino lo tocca una seconda volta. Inoltre se ciò che è tornato dall' aldilà rimane in vita per più di 60 secondi, qualcos'altro nelle vicinanze irrimediabilmente muore.

-COMMENTO-
Se mi dovessero chiedere: "Cosa ne pensi di Pushing Daisies?" la mia risposta sarebbe "Pushing Daisies è una serie che non piace".
La prima stagione dura solo nove puntate ma ne basta una per lasciarsi conquistare dal colorato mondo dove si svolgono le vicende di Ned e degli altri comprimari: Emerson Cod, investigatore privato che collabora con Ned (o meglio, sfrutta il suo talento) per risolvere casi di omicidio ed intascare le ricompense. Chuck, l'amore di sempre di Ned, da lui riportata alla vita e che perciò non potrà mai nemmeno sfiorare. Olive innamorata di Ned ma non ricambiata, si accontenta di lavorare per lui nel suo negozio di torte "The Pie Hole". Le zie di Chuck, Lily e Vivian, ex sirenette del nuoto sincronizzato ormai ritiratesi a vita solitaria dentro la loro casa piena di ricordi. Ma anche i personaggi che compaiono episodio dopo episodio, protagonisti del caso che Ned, Emerson e Chuck si trovano a dover risolvere, sono caratterizzati in maniera veramente unica ed è incredibile la cura per il dettaglio con il quale sono stati scritti e concepiti, stessa cura che si ritrova nelle scenografie, sia quelle che si ritornano in ogni puntata, sia in quelle relative ad un singolo episodio.
Nonostante non ci sia una vera e propria trama che unisca gli episodi (a parte alcuni misteri legati al passato di Ned e Chuck) Pushing Daisies è veramente una serie sorprendente, ogni episodio una piccola perla che conquista grazie ad una alchimia perfetta di romanticismo, commedia, un pizzico di poliziesco e ad uno stile che non può che portare alla mente Wes Anderson e Tim Burton.
Perciò se mi chiedete: "Cosa ne pensi di Pushing Daisies?" la mia risposta sarebbe "Pushing Daisies è una serie che non piace. Di Pushing Daisies semlicemente ci si innamora".

-DVD-
Il cofanetto con tutti gli episodi è disponibile in UK (quindi R2)
qui.

Tuesday, September 30, 2008

WELTALL'S WOR(L)D - ANNO 02

Eccomi di nuovo qui, 365 giorni dopo (non corrispondenti ad altrettanti post) a segnare una nuova tacca nella blogosfera perché, ebbene si, WELTALL'S WOR(L)D compie oggi 2 anni.
E non sono certo qui ad autocelebrarmi convinto di aver fatto in qualche modo la storia di Internet ma semplicemente perché è una grande soddisfazione aver portato avanti questo piccolo progetto cercando di mantenere una pubblicazione il più regolare possibile e un profilo, se non basso, sicuramente modesto.
Non sono stato mai, infatti, un fan sfegatato della "follia da scambio link" anche perché per lo più si ha a che fare con persone che copiano/incollano lo stesso messaggio su tutti i siti che vogliono incorporare nel loro blogroll ("Ciao, bel blog! Ti va uno scambio link?" tanto per fare un esempio). Da quel punto di vista sono diventato più selettivo (con l' età si acquista esperienza ^__*) e cerco di linkare solo quei blog che, anche se non trattano argomenti simili ai miei, sono comunque interessanti da leggere. Scalare classifiche non ha mai avuto molto senso: meglio un lettore regolare e "silenzioso" che una riga in più nella colonna link. Meglio ancora se si instaura un rapporto di reciproco scambio di opinioni attraverso i commenti, che possono anche sembrare inutili ma servono ad interagire "quasi" direttamente con gli altri, a dare forza alle proprie opinioni o a metterle in discussione.
Anche se appare scontato, approfitto perciò dell' occasione per ringraziare i lettori di vecchia data e quelli nuovi: anche se uno dice sempre che scrive il blog per se stesso, sapere che ci siete è sempre una gran bella soddisfazione.
Non prometto nulla questa volta, niente nuove rubriche, modifiche e quant'altro. So per certo che non potrò mantenere gli impegni se non (FORSE!!!) quello di ricominciare presto con i post fotografici (si, la fotocamera è stata riparata e non è costato neanche tanto) e a mettere un po' di ordine nel template e nella colonna link ormai piena di siti che hanno chiuso i battenti già da tempo.
Allora tanti auguri a me, al blog e che la terza stagione di WELTALL'S WOR(L)D abbia inizio.
See ya ^__^

Monday, September 29, 2008

"Intelligence is relative" mai frase fu più vera

L' eco di Non è un Paese Per Vecchi non si è ancora spenta. La sua importanza, la sua profondità si lega al nome Coen diventando un' ombra minacciosa che aleggia sopra il loro nuovo progetto che arriva (almeno per quel che riguarda la distribuzione italiana) a distanza di poco più di sei mesi dal film precedente. Burn After Reading non è Non è un Paese per Vecchi. La sua sceneggiatura non esce direttamente dalle pagine di un libro di Cormac McCarthy ma segna un ritorno alla scrittura dei due fratelli di Minneapolis, un ritorno che si aspettava dai tempi dei due tentativi (non riuscitissimi) di fondere il loro cinema con quello più prettamente commerciale di Intolerable Cruelty e Ladykillers. In quel di Venezia, gli stessi Coen hanno descritto il loro film come il capitolo conclusivo della "trilogia degli idioti", una sparata adatta forse a rimbalzare nelle rubriche di cinema dei TG nostrani ma non credo corrisponda a qualcosa di concreto. Se si esamina la cinematografia dei Coen è possibile osservare una galleria di personaggi corrispondenti alla definizione più larga del termine idiota e Burn After Reading non fa certo eccezione: un' inquadratura "satellitare" precipita sulla Terra per farci conoscere il primo degli ignari burattini dello spettacolo che i Coen hanno organizzato, Osbourne Cox (un grandissimo John Malkovich), analista della CIA che viene licenziato senza tante spiegazioni. Cox è intenzionato ad utilizzare il ritrovato "tempo libero" per scrivere le sue memorie. La moglie Katie (quanto mi piace Tilda Swinton) non vede di buon occhio la cosa ma potrebbe usarla a suo vantaggio per divorziare finalmente dal marito. La donna infatti intrattiene già da tempo una relazione con Harry Pfaffer (un Clooney più "coeniano" che mai) agente federale impiegato al Ministero del Tesoro. Anche Harry è sposato ma coltiva con passione diverse relazioni extraconiugali con donne conosciute su internet. Tra queste c'è Linda (grande ritorno della McDormand), personal trainer insoddisfatta del proprio corpo ma senza i soldi che le permetterebbero di intervenire chirurgicamente sui suoi presunti difetti estetici. Insieme al collega Chad (un Brad Pitt da lacrime agli occhi - in senso positivo -) trovano in palestra un CD contenente le memorie di Cox e pensando si tratti di materiale riservato, decidono di ricattarlo per tirar su un po' di soldi. Tanti personaggi che incrociano, volontariamente o meno, le loro vite ma che i Coen riescono a gestire splendidamente grazie ad una sceneggiatura precisa e perfetta nel far quadrare tutti gli elementi messi in gioco. Burn After Reading restituisce, a noi spettatori, un ritratto di una società che ha buttato tutti valori nel cesso e che punta ad ottenere il meglio senza sacrificio. Una società egoista legata alla realizzazione personale (in questo caso la ricerca ossessiva della perfezione fisica) a discapito di tutto e di tutti, una società arida e paranoica. Intorno a tutto questo i Coen ci mostrano, con il loro sguardo tagliente, un Intelligence americana diventata la macchietta di se stessa (rappresentata da un J.K. Simmons da applausi), che tra occultamenti ed echi di Guerra Fredda agisce senza sapere cosa e perché lo fa. E come spesso accade nei loro film, la violenza esplode improvvisa, ricordandoci che le azioni portano conseguenze, strozzando la risata a chi credeva di trovarsi di fronte ad una semplice commedia. Sarebbe ingiusto dire che non si ride in questo film perché, in più di un' occasione, si ride proprio di gusto. Ma di fronte a tanto cinismo (riflesso, purtroppo, della realtà in cui viviamo) forse si ride per non piangere.

Sunday, September 28, 2008

Lyric of the Week + Video / OASIS - THE SHOCK OF THE LIGHTNING

**WTF!!!**


I'm all over my heart's desire
I feel cold but I'm back in the fire
Out of control but I'm tied up tight
Come in, come out tonight

Comin' up in the early morning
I feel love in the shock of the lightning
I fall into the blinding light
Come in, come out, come in, come out tonight

Love is a time machine
Up on the silver screen
It's all in my mind
Love is a litany
A magical mystery
And all in good time
And all in good time
And all in good time

I got my feet on the street but I can't stop flyin'
My head is in the clouds but at least I'm tryin'
I'm out of control but I'm tied up tight
Come in, come out tonight

There's a hole in the ground into which I'm fallin'
So God's speed to the sound of the poundin'
I'm all into the blinding light
Come in, come out, come in, come out tonight

Love is a time machine
Up on the silver screen
It's all in my mind
Love is a litany
A magical mystery
And all in good time
And all in good time
And all in good time

It's all in my mind
Love is a time machine
Up on the silver screen
And all in good time
And all in good time
And all in good time

Friday, September 26, 2008

Ma qualcuno si ricorda di: SUPER VICKY

Gli ultimi post dedicati a questa rubrica si sono focalizzati sui telefilm del passato e anche questo mese non fa eccezione.
Questa volta vi parlo di Super Vicky (Small Wonder in originale) simpatica Sit-Com dove un genio della robotica, Ted Lawson costruiva un robot-bambina (Vicky appunto) integrandola nella sua famiglia, "spacciandola" agli altri come figlia adottiva (con tutte le situazioni paradossali che una cosa del genere porta con se).
"Girando" sul sito
IMDB ho notato che, come nel caso di "Arnold", gli attori protagonisti non abbiano fatto una gran carriera soprattutto Jerry Supiran, che interpretava Jamie, il figlio "umano" di Ted, (da Wikipedia scopro che si credeva fosse in realtà Billie Corgan degli Smashing Pumpkins) che l' ha iniziata e terminata con questo telefilm. Probabilmente ora fa il sottobicchiere in qualche bar della provincia americana.
Mentre cercate di ricordare vi agevolo la sigla:


NOTE: ringrazio Rosuen per aver rispolverato questo telefilm dai miei ricordi ^__^

Thursday, September 25, 2008

Fuck the sheep!

Henry torna a casa, la cara vecchia fattoria di famiglia, dopo quindici anni, per chiudere tutti i conti lasciati aperti con il proprio passato: la morte del padre e quel brutto scherzo tiratogli dal fratello Angus che gli ha scatenato una "ovinofobia" che lo tormenta ancora oggi. Angus ora tiene le redini dell' attività di famiglia e vuole liquidare ad Henry la sua quota di proprietà per poter gestire a suo piacimento l' allevamento di pecore che, a suo dire, è pronto ad una vera e propria evoluzione. Quello che la gente non sa è che Angus sta conducendo, con un team di scienziati, esperimenti genetici sugli ovini. Un fervente ed un tantino incauto ambientalista, ruba un campione dal laboratorio e durante la fuga lo fa cadere liberandone il contenuto: una sorta di agnellino famelico il cui morso trasforma gli umani in abomini "ovinoidi" e le pecore in assatanate bestie carnivore. E così, per mano di Jonathan King qui al suo esordio registico, le pecorelle perdono il loro innato candore, la loro aria rassicurante che concilia il sonno a contarle, e diventano veicolo di morte e contaminazione, qualcosa che nella cinematografia horror ancora non si era visto. Uscito nel 2006 ma arrivato qui da noi con "solo" due anni di ritardo, Black Sheep rientra in quel filone horror che non punta allo spavento ma più che altro sull' effettaccio splatter unito ad un umorismo che scivola spesso e volentieri sul demenziale/becero. Un cinema, quello di King, che non può che riportare alla mente quello del connazionale Peter Jackson, non solo perché è ambientato nei meravigliosi e "breathtaking" paesaggi neozelandesi o perchè il make up e le creature sono opera della Weta, ma perché Black Sheep omaggia le prime opere del regista del Signore Degli Anelli, gli ormai divenuti cult Bad Taste e Brain Dead. Certo, l' estro artigianale dei film di Jackson qui è in gran parte sostituito da effetti digitali, ma l' aria che si respira è proprio quella. Purtroppo (c'è un "purtroppo" ma non è così brutto) lo schema attraverso il quale si sviluppano gli eventi è risaputo e non sono certo le scoreggie al metanolo delle pecore a salvare il film dalla noia che monta lentamente ma progressivamente negli ultimi 15/20 minuti. Bisogna ammettere però che Black Sheep è un film onesto perché sa, trattando di pecore che mangiano le persone, che non è proprio il caso di prendersi sul serio. Una cosa che apprezzo sempre e che rende meritevole questo film di almeno una visione ma soprattutto di essere ricordato.

Wednesday, September 24, 2008

Donne nude e zombi

Tette, culi, scene lesbo e tanto gore. Si guarda un film per i motivi più disparati ma quando si decide di impiegare ottanta minuti della propria vita per vedere un film come questo "The Girls Rebel Force of Competitive Swimmers" di Koji Kawano, lo si fa per i motivi su indicati: tette, culi, scene lesbo e tanto gore. Veniamo al film: dopo un breve incipit da ghost movie, assolutamente slegato da quel che verrà dopo (probabilmente qualche sbadato ha pinzato il primo foglio di un' altra sceneggiatura allo script del film), facciamo la conoscenza di Aki, che ci vorrebbero far credere sia una normale studentessa liceale quando appare evidente che sia una gran zozzona. Il caso vuole infatti che dopo pochi minuti, a seguito di una "fortuita" caduta in piscina, la ritroviamo con le zizze di fuori intenta a confrontare curiose somiglianze di nei e voglie con una ragazza appena conosciuta...naturalmente sotto la doccia. Tornando al film, Aki è una studentessa che si è appena trasferita in una nuova scuola proprio il giorno in cui l' Autorità Sanitaria giapponese sta effettuando le vacinazioni per un virus che si sta diffondendo per tutto il Giappone. Questo virus trasforma in poco tempo insegnanti e studentesse in pericolosi zombi affamati e le uniche immuni all' infezione sembrano essere le ragazze della squadra di nuoto. Potrei anche approfondire, rivelandovi chi è vermante Aki, il suo tormentato passato, di come la squadra di nuotatrici non duri neanche cinque minuti contro gli zombi e qualche altra piccola chicca, ma si capisce che non si guarda un film così per la trama, soprattutto quando è così inconsistente, inutile, dove le cose sembrano accadere per puro caso. E nonostante un paio di sequenze azzeccate a fine film, appare evidente che il tutto è stato messo su per far da contesto alle tette della protagonista a alla scena di petting sfrenato con la sua nuova amica proprio a metà film. Non lo guarderete certo per la regia, che ha guizzi di vitalità solo quando si va alla ricerca dell' angolazione giusta per inquadrare le mutandine delle studentesse o quando c'è da fare un close-up su natiche e capezzoli. Sconsigliata la visione solitaria: nonostante le tette, il piattume generale vi porterà a darvi fuoco dopo neanche un quarto d'ora di visione. Questo è un film da guardare assolutamente in compagnia, solo così potrete godervi uno splatter usato in maniera dilettantesca, le tette, situazioni al limite dell' idiozia (il professore che usa righe e squadrette come armi), le tette, un flauto traverso che suona come una pianola e procura orgasmi, le tette ma soprattutto la perla delle perle: un cannone laser vaginale. Non mi sento di aggiungere altro, credo capirete.

NOTE A MARGINE: Caro
Tora, il sottoscritto e Nick sentitamente ringraziano ^__^

Tuesday, September 23, 2008

"This isn't Paris. This is hell."

Cosa sono due giorni nella vita di una coppia?
Ben poca cosa, ma possono rappresentare tutto a seconda delle circostanze e del contesto nel quale due persone si trovano.
Lui è Jack, americano che di lavoro fa il designer. Lei è Marion, fotografa francese. Dopo due anni la loro storia arriva ad un crocevia fondamentale quando, di ritorno da un viaggio a Venezia, decidono di trascorrere due giorni a Parigi. Ma l'immersione di lui nel mondo di lei, e soprattutto nei suoi passati trascorsi sentimentali, avrà delle ripercussioni del tutto inaspettate nel loro rapporto.
Julie Delphy, che qui dirige, scrive, monta, musica e recita anche nel ruolo di Marion, imbastisce su questi presupposti una commedia deliziosa con la quale non solo mette a nudo il rapporto tra Jack e Marion ma, in scala più grande, i rapporti sentimentali nel loro complesso. Jack e Marion si frequentano da due anni ma in fondo, fino alla loro sosta a Parigi, non si "conoscevano" ancora.
La particolare cornice che fa da sfondo alle vicende, spogliata completamente del suo romanticismo, non rappresenta di per se un ostacolo tra i due: le differenze culturali permettono alla Delphy di giocare con particolari situazioni (i turisti americani in pieni "Codice Da Vinci Tour" e il pranzo con i genitori di Marion) e con i classici luoghi comuni (le frecciatina alla politica estera americana o sul fatto che i francesi non si lavino). I problemi che vengono a galla, alla resa dei conti, vanno oltre il "lost in translation" perché non è nella comunicazione che io due difettano (anzi, il film è sorretto soprattutto dai dialoghi tra i due, tra l'altro veramente ben scritti) ma più che altro nella comprensione reciproca, nell' accettare il partner in tutte le sue sfumature, nella capacità di scendere a compromessi con il passato. Scoprire la vita amorosa di lei ma soprattutto il fatto che tiene ancora ottimi rapporti con i suoi ex amanti, fa si che Jack erga un muro tra i due. Le piccole ed in fondo ingenue bugie che Marion dice per proteggerlo, non fanno che rafforzare questo muro. Riuscire a guardare oltre quel muro è un primo passo per stabilire quell' equilibrio fondamentale per due persone che si trovano a dover condividere la propria vita.
Sorprendente come la regista francese riesce a fare questa riflessione sulla coppia mantenendo il film costantemente sui binari del divertimento e dell' ironia. A tal proposito credo valga la pena menzionare l'interpretazione di Adam Goldberg (la Delphy, che lo dico a fare, è splendida come sempre) che trasmette costantemente la sensazione di un uomo perduto in un universo alieno e incomprensibile.

Monday, September 22, 2008

PRISON BREAK - SEASON 03 -

TITOLO ORIGINALE: PRISON BREAK
TITOLO ITALIANO: PRISON BREAK
NUMERO EPISODI: 13

-TRAMA-
La lunga fuga degli evasi di Fox River finisce a Panama. Il complotto che aveva mandato Lincoln in prigione viene svelato è l'uomo scagionato da tutte le accuse. Michael, Bellick, T-Bag e Mahone vengono arrestati però dalle autorità panamensi e rinchiusi nel carcere di Sona, particolare struttura detentiva "governata" dagli stessi prigionieri. La Compagnia sembra avere un ruolo fondamentale in tutti questi eventi.

-COMMENTO-
Alla luce di questi tredici episodi (si, anche Prison Break è stata ridotta per via dello sciopero degli sceneggiatori) appare chiaro che la serie si sarebbe dovuta concludere con la seconda stagione. Il risolversi del blocco narrativo principale non lasciava molti sbocchi per nuovi sviluppi ma, considerato il successo della serie, si è pensato bene di aggrapparsi ad un filino piccolo piccolo e svilupparlo per far proseguire le avventure di Scoffield e soci.
La serie insomma continua con un pretesto un po' forzato e con un ribaltamento dei ruoli che vede Michael rinchiuso e Lincoln fuori ad aiutarlo. Adesso vi starete chiedendo "come è possibile che, uno capace solo di piantare chiodi a craniate, possa aiutare il fratello genio ad uscire di prigione?". Ed infatti il buon Lincoln ne combinerà una giusta su mille tentativi. A mettere ulteriormente i bastoni tra le ruote, la Compagnia che ha volutamente fatto rinchiudere Micheal per farlo poi evadere e ha rapito LJ e Sara per convincerlo a collaborare. Ci sono poi gli altri ospiti di Sona (T-Bag, Mahone ma anche nuove conoscenze) che con il giovane Scoffield hanno qualche conto in sospeso. Considerate poi che Michael attira antipatie come la merda attira le mosche e avrete un quadro quasi completo di questa terza stagione.
Per limare un po' l'attrito che una nuova evasione può causare agli spettatori più smaliziati ed esigenti, si è deciso di puntare tutto sulle atmosfere rendendo questa stagione molto più "wild" delle precedenti. Sona non è Fox River e ce ne rendiamo conto dai primissimi minuti: i detenuti controllano la prigione e prendono ordini da un ex signore della droga che vive in una "cella" tra mille comodità. Senza contare che a Sona i conti si regolano combattendo fino alla morte nel cortile della prigione. Bisogna ammettere che la serie mantiene per tutta la durata, un ritmo ottimo e non è certo la noia a far storcere il naso ma la sensazione che si sia andati troppo in la, che gli sceneggiatori abbiano forzato la scrittura dove era evidentemente già stata messa la parola fine.
La quarta stagione è già iniziata e dalle foto promozionali non si sa proprio cosa aspettarsi (il ritorno di un personaggio morto lascia parecchi dubbi). Speriamo solo che non buttino alle ortiche quanto di buono fatto fino ad' ora.

-DVD-
Il cofanetto inglese R2 con tutta la terza stagione lo trovate qui. Quello italiano credo non tarderà ad uscire.

Sunday, September 21, 2008

Lyric of the Week + Video / KASABIAN - CLUB FOOT


One...take control of me?
Yer messing with the enemy
Said its 2..it's another trick
Messin with my mind, I wake up
Chase down an empty street
Blindly snap the broken beats
Said it's cut with a dirty trick
Its taken all these days to find ya

(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I want you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I need you

Friends, take control of me
Stalking cross' the gallery
All these pills got to operate
The colour quits and all invade us
There he goes again
Takin' me to the edge again
All I got is a dirty trick
I'm chasin down the wolves to save ya

(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I want you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I need you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... the blood aint on my face
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... Just wanted you near me

(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I want you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I need you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... The blood aint on my hands
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... Just wanted you near me

(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'LL tell you I want you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... I'll tell you I need you
(Uuh! Ah ah ah aha)
I... The blood aint on my face
(Uuh! Ah ah ah aha)
Just wanted you near me

Friday, September 19, 2008

L' Iran a fumetti

Spesso e volentieri arrivo in ritardo sulle cose.
Spesso e volentieri seguo percorsi inversi sempre in virtù dei ritardi di poco sopra.
Anche Persepolis non ha fatto eccezione. Colpito al cuore dal bel film di Marjane Satrapi e Vincent Parannaud ho trovato indispensabile recuperare l'opera cartacea che ha ispirato la trasposizione cinematografica, l'autobiografia a fumetti che la stessa Satrapi ha firmato per raccontare dalla sua infanzia in un Iran in piena transazione sociale e politica, fino al suo abbandono della terra natale.
Rispetto all' opera "figlia" (che comunque risulta "ritagliata" per il cinema come meglio non si sarebbe potuto fare) l' opera "madre" è molto più approfondita, ricca di particolari, approfondimenti e aneddoti che nella pellicola vengono solo accennati, rendendo l'esperienza "Persepolis" molto più completa e coinvolgente. Le tavole della Satrapi, semplice ed essenziali, non impediscono certo a chi legge un' immersione totale nella Teheran vista attraverso gli occhi di una bambina, il succedersi di due regimi, il suo essere costretta a crescere lontana dal proprio paese tenendo sempre vivo dentro di se l'orgoglio delle proprie origini, tornare infine a casa da donna adulta solo per doverla abbandonare per sempre.
Persepolis è un'opera straordinaria nella quale la sua autrice riesce a raccontare episodi anche tragici con estrema lucidità bilanciando il dolore con l'ironia, le lacrime con i sorrisi.
La graphic novel è stata pubblicata inizialmente in Italia in quattro volumi ma ora è disponibile, sempre per la Lizard, un volume unico (brossurato di circa 325 pagine) dal prezzo decisamente alto (€. 22,50). Una spesa da ponderare ma il capolavoro della Starapi si vale ogni singolo centesimo.

Thursday, September 18, 2008

"If you're hungry, have a piece of your friend"

Se ne parlerà come di un "film pessimo" o come "schifezza improponibile". Magari verrà definito, in maniera fantozziana, "una cagata pazzesca". Certo è che Doomsday, l'ultimissima fatica del regista Neil Marshal, ben si presta ad essere bersagliato dalle critiche più feroci. Sembra quasi che dia le spalle dicendo "sparate pure! E se finite i proiettili fatevi avanti con coltelli spuntati ed arrugginiti". E così effettivamente è stato fatto in diverse sedi, ma potete star certi che non verrà fatto qui. Qui si difenderà il film di Marshall con le unghie e con i denti perché questo è cinema che diverte, fatto con amore per il cinema stesso. Tanto per cominciare sarebbe meglio inquadrarlo per quel che è: avete presente The Descent? Bé, Doomsday non ha niente a che vedere con il precedente film di Marshall ma ha ben più punti in comune con Dog Soldiers: una trama non proprio originale ma che permette al regista/sceneggiatore di Newcastle di omaggiare (non senza un tocco molto personale) un certo tipo di cinema anni '80 e anche qualcosa di più recente. La storia inizia nei giorni nostri in Scozia, mentre un virus denominato Reaper si sta diffondendo a macchia d' olio tra la popolazione. Il Governo inglese decide di "arginare" il problema isolando completamente la Scozia con un muro alto nove metri che la circonda sia sulla terra ferma che sul mare. Gli anni passano e mentre nel resto dell' Inghilterra la situazione sociale si fa sempre più problematica, scoppiano nuovi focolai del virus. Prima di risolvere nuovamente il problema in maniera drastica, il governo decide di inviare una squadra di soldati al di la del muro dove, da alcune foto satellitari, risulta che ci siano sopravvissuti, probabilmente persone che hanno sviluppato una immunità al Reaper. A capo del gruppo viene inviata Eden Sinclair, una poliziotta con le palle quadrate. Fin qui niente di nuovo sotto il sole ma nessuno (e qui si intendono sia i protagonisti che noi spettatori) è preparato a quel che si trova al di la del muro. Pescando a piene mani da "Fuga da New York", "Mad Max" e, perché no, anche da Il Signore degli Anelli di Jackson (un paio di sequenze rimandano direttamente alle "passeggiate" della Compagnia per la Terra di Mezzo), Marshall riesce a far convivere comunità di punk cannibali con feroci guerrieri medievali, combattimenti con martelli da guerra, archi e frecce, con adrenalinici inseguimenti in auto, senza farsi mancare quel tocco splatter che lo contraddistingue dall' opera d'esordio. Aggiungete poi che c'è Rhona Mitra che è sexy quando spara, quando picchia, quando guida e anche quando si infila nell' orbita oculare il suo occhio/telecamera artificiale. Poi come ciliegina sulla torta c'è pure Club Foot dei Kasabian in chiusura di film. E mentre un' ora e cinquanta vola senza pesare, si passa sopra anche ai difetti di sceneggiatura e ci si rallegra perché ancora una volta Marshall riesce a rendere interessante un cinema che sembra sempre aver già detto tutto. Io voglio tanto bene a quest' uomo, dico sul serio.

Wednesday, September 17, 2008

Lussuria a metà

Si è fatto un gran parlare dell' ultimo film di Ang Lee per diversi motivi. I principali sono sicuramente due: 1) il secondo Leone D'oro vinto a Venezia dopo quello di Brokeback Mountain, meritato, non meritato bla bla bla (a mio modesto parere vinto con merito solo a metà). 2) le ormai famigerate scene di sesso, dove tutti gridavano allo scandalo, scene che hanno poco di scandaloso ma che risultano invece perfettamente inserite nel contesto. C'è da dire che il buon Ang Lee ha voluto divertirsi con la cosa intitolando il film, Lust: Caution, come fosse un'avviso per gli spettatori (per la serie: "Ehi! Io vi ho avvertito! Non venite poi a lamentarvi con me!") trovata molto intelligente che purtroppo in Italia ce la siamo bruciata con il titolo Lussuria - Seduzione e Tradimento. La storia è ambientata tra Hong Kong e Shangai a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Wang è una giovane studentessa che si unisce ad un gruppo teatrale universitario. Le loro rappresentazioni di propaganda sono solo il primo passo di un progetto più ambizioso: risvegliare il popolo cinese e collaborare in maniera attiva con i rivoluzionari contro gli invasori giapponesi. Il loro primo obiettivo diventa Mr Yee, un cinese collaborazionista con i giapponesi. Per poterlo avvicinare Wang si finge moglie di un importante uomo da fari di Hong Kong ed entra nelle grazie della moglie di Yee e delle sue amiche. Il fascino di Wang non tarda a conquistare il diffidente Yee. Lust Caution è fondamentalmente un melodramma a fondo storico dove Ang Lee da dimostrazione di essere un grandissimo regista. Da un punto di vista puramente "formale" infatti, il film del regista di Taiwan è semplicemente meraviglioso: la regia (la sequenza della partita di Majong all' inizio del film) e la fotografia sono praticamente inattaccabili, per non parlare di scenografie e costumi che aiutano a raggiungere vette di perfezione per quel che riguarda la maniacale ricostruzione storica del film. Se ci dovessimo basare solo su questo per giudicarlo, la pellicola di Lee avrebbe ben pochi difetti. Invece trattandosi di un film con una durata considerevole (due ore e mezza) è un vero dispiacere notare che ben poco si riesce a trasmettere agli spettatori delle vicende narrate. Intendiamoci, nel film sono presenti alcune sequenze veramente intense, in grado di emozionare e coinvolgere (la sequenza nel locale giapponese, le su citate scene di sesso e quella in gioielleria) ma in più di 150 minuti sono come piccole isole in un gigantesco oceano. Forse proprio i tempi eccessivamente dilatati raffreddano l' interesse dello spettatore e da qui alla noia il passo è veramente troppo breve. Bisogna comunque rendere merito agli attori protagonisti, soprattutto alla straordianria esordiente Wei Tang e un Tony Leung talmente grande da potersi permettere di mostrare con orgoglio le sue palle in primo piano. A scanso di equivoci, Lussuria è un film bello, incantevole da guardare ma che non si fa "sentire" oltre le immagini, mancando così il gradino per essere qualcosa di più.

NOTE A MARGINE: se avessi recuperato in tempo questo film, nella mia classifica avrebbe vinto il

PREMIO SPECIALE "PALLE DI TONY LEUNG"

Tuesday, September 16, 2008

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI - STALKER

Produttore: General Video
Distributore: Medusa
Video: 1.66:1 anamorfico
Audio: Italiano, Russo Dolby Digital 5.1
Sottotitoli: Italiano
Extra: Featurette "La Casa" di Tarkovskij, biografia e filmografia del regista
Regione: 2 Italia
Confezione: amaray




Note: come per
Solaris, la General Video (distribuita prima da Fox e poi da Medusa) porta in Italia un'altro capolavoro di Tarkovskij con delle caratteristiche tecniche non perfette ma accettabili. Cominciamo dal video, presentato in un curioso formato anamorfico rispetto all' originale 1.33:1 letterboxed. Questo comporta che l'immagine è già adattata ad avere due bande nere ai lati se si riproduce il dvd in un televisore 16:9. La qualità delle immagini mostra una pellicola non esente da difetti dovuti al tempo e alla quale un restauro non potrebbe che giovare. La General Video sceglie di inserire il film (della durata di quasi tre ore) in un unico supporto e questo, considerata anche la presenza seppur irrisoria di contenuti extra, non fa che togliere "spazio" sul supporto, fattore che va direttamente ad influire sulla compressione video. L' audio è presente sia nel doppiaggio italiano che nell' originale russo (sottotitolato in italiano) codificati entrambi in Dolby Digital 5.1. la cosa può far piacere ai maniaci dell' home theatre ma i puristi (come me) sentono la mancanza della traccia originale mono. Tutto sommato l' edizione da avere se non ci si vuole rivolgere al mercato d' importazione.

Produttore: Artificial Eye
Distributore: World Cinema
Video: 1.33:1
Audio: Russo Dolby Digital 5.1 e Mono
Sottotitoli: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, italiano, olandese, svedese, ebreo, cinese, giapponese, russo
Extra: Disco 1 - Biography, A fragment from the diploma work of Andreij Tarkovskij "The Steamroller and the Violon", Tarkovskij's House, Still Gallery; Disco 2 - Filmography, Interviews with director of photography A. Knyazhinsky and production designer R. Safiullin
Regione: 0 UK
Confezione: amaray

Note: pezzo per pezzo, elemento per elemento, la Artificial Eye ha messo insieme l' edizione più completa del film di Tarkovskij che è possibile trovare in commercio. Il video, presentato nel corretto formato voluto dal regista, pur presentando problemi dovuti all' invecchiamento della pellicola, gode di un' adeguata resa dei dettagli e dei colori, restituendo al meglio le fotografie scelte dal regista russo per il film. Ottima, in questo senso, la scelta di dividere il film in due supporti. Il film non è stato spezzato in maniera casuale ma si interrompe dove nella pellicola originale era presente la pausa per l'intervallo di proiezione. Anche questa edizione non si fa mancare il remix multicanale della traccia audio ma non dimentica (anche se in fascetta non viene riportato) di inserire la traccia mono originale. I sottotitoli presenti sono tantissimi e, come potete notare, miracolosamente sono stati inseriti anche quelli in italiano che, seppur con qualche piccola imprecisione, sono ben fatti e possono fare decisamente la differenza nella scelta di un possibile acquisto. Considerate poi la presenza di qualche pregevole extra, la codifica Regione 0 (quindi leggibile da tutti i lettori) e questo bel prodotto Artificial Eye diventa un must imperdibile per tutti i cinefili. Lo potete acquistare, spese di spedizione incluse,
qui. Se il prezzo dovesse risultare troppo alto (tenete conto che io l'ho pagato circa €. 12,00) aspettate che entri in qualche promozione che il sito lancia ciclicamente.

Monday, September 15, 2008

"They hunt as a team"

Mentre nelle sale italiane si proietta (forse già "proiettava") in queste settimane il suo ultimo lavoro, Doomsday, ho pensato fosse ora di recuperare il primo lungometraggio di Neil Marshall, interessante regista e sceneggiatore di origini inglesi che ho avuto modo di conoscere con il suo secondo film, quel piccolo gioiello horror che risponde al nome di The Descent. Ma torniamo al film di cui voglio parlare oggi, Dog Soldiers, un gustoso horror dalle vivaci tinte splatter, dove Marshall miscela sapientemente militari e lupi mannari immersi nei cupi boschi scozzesi. Dopo una breve introduzione in cui la triste sorte di una coppia di campeggiatori non lascia dubbi su che direzione prenderà il film, l' azione si sposta su di un gruppo di militari che, calatosi da un elicottero si "immergono" nei boschi per un' esercitazione con un' unità delle forze speciali. Giunti sul campo di quest' ultimi, lo trovano devastato e di loro solo brandelli sanguinolenti. L' unico sopravvissuto, gravemente ferito, li mette in guardia dalla minaccia che si nasconde nei boschi, creature fameliche apparentemente inarrestabili. Comincia così una fuga disperata che precede l'inevitabile massacro. Eh si, perché Dog Soldiers non inventa certo nulla di nuovo, non da nuova "verve" al genere ma con il suo profilo visivamente "low-budget" riesce comunque ad avere piacevoli spunti d' originalità, come mettere al centro dell' attenzione non i soliti sprovveduti che finiscono smembrati ad uno ad uno, ma un manipolo di soldati che si difendono grazie all' addestramento militare (anche se questo non gli impedirà di finire smembrati) contro un gruppo di licantropi che attaccano seguendo strategia da branco. Il gore non si spreca di certo ma viene usato con molta ironia e senza esibirlo in maniera troppo morbosa. Non pago di aver dimostrato che si può tirar fuori ancora qualcosa di buono da un genere stra-abusato, Neil Marshall impreziosisce questo piccolo film citando alcuni capisaldi del genere: l'assedio nella casa di campagna, con tanto di finestre sbarrate con assi e mobilia, rimanda direttamente a La Notte dei Morti Viventi di Romero, mentre la soggettiva dei mannari che circondano la casa (rigorosamente in bianco e nero) non può che portare alla mente La Casa di Sam Raimi (senza contare che uno dei personaggi si chiama Bruce Campbell e ho detto tutto!). In definitiva un esordio senza infamia e con qualche meritata lode che diventeranno applausi con il suo film successivo. Consigliabile recuperarlo in lingua originale perché il doppiaggio italiano oscilla tra l'osceno e l' irritante.

Sunday, September 14, 2008

Lyric of the Week + Video / ELLIOT SMITH - ANGELES


Someone's always coming around here trailing some new kill
Says I seen your picture on a hundred dollar bill
And what's a game of chance to you, to him is one of real skill
So glad to meet you, Angeles

Picking up the ticket shows there's money to be made
Go on and lose the gamble that's the history of the trade
You add up all the cards left to play to zero
And sign up with evil, Angeles

Don't start me trying now
'Cos I'm all over it, Angeles

I could make you satisfied in everything you do
All your 'secret wishes' could right now be coming true
And be forever with my broken arms around you
No one's gonna fool around with us
No one's gonna fool around with us
So glad to meet you, Angeles

Friday, September 12, 2008

Un' alternativa per il Weekend


Un post rapido, rapido per segnalare che dall' 11 (quindi da ieri) a domenica 14, si svolgerà a Carloforte la seconda edizione del Festival Crueza de Mà (in onera di Fabrizio De Andrè) che, citando le testuali parole dal sito di presentazione, "focalizza la sua attenzione sull’aspetto musicale del lavoro cinematografico, un punto di vista particolare e poco frequentato da tutti i festival cinematografici. Un “viaggio musicale” attraverso i film, anche molto diversi tra loro, per storie stile e atmosfere, vissuti dalla prospettiva della musica per il cinema."

Di seguito trovate il link con il programma del festival che darà spazio ad alcune produzione cinematografiche italiane della stagione passata, al cinema di Dino Risi e di Charlie Chaplin.

Wednesday, September 10, 2008

From My Personal Library: CORMAC McCARTHY - NON E' UN PAESE PER VECCHI

Non è Un Paese per Vecchi è uno di quei libri che si dovrebbe leggere almeno una volta nella propria vita.
Se si è visto il film omonimo dei fratelli Coen, lo si DEVE leggere per forza per capire quanto le pagine di McCarty siano di per se una perfetta sceneggiatura che Joel e Ethan si sono trovati a modificare solo in minima parte, una storia che sembra essere stata scritta per loro, per il loro cinema.
Ma bisognerebbe leggere Non è Un Paese per Vecchi a prescindere che si sia visto o meno il film, perché è un libro importante scritto in maniera semplice e diretta, un tuffo senza rete in un Paese che cambia troppo in fretta, visto attraverso lo sguardo disincantato di un vecchio che si rende conto di questi cambiamenti e si accolla la responsabilità di mettere in salvo tutto quello che può. Un impresa fallita in partenza quando quest' onda di cambiamento, di violenza, di corruzione, è incarnata nella figura di Anton Chigur, un “uomo” per il quale la vita vale quanto il lancio di una moneta.
Una perdita dell 'innocenza alla quale non si riesce a dare una spiegazione, alla quale è impossibile trovare una ragione, che non lascia altra scelta, a chi ha conosciuto un tempo in cui “gli sceriffi giravano senza pistola”, se non quella di abbandonare tutto, voltare le spalle, guardare quel che resta della propria vita e raggiungere chi ci ha preceduto:

"E poi c'è il fatto che non ho parlato molto di mio padre[...]Dopo che è morto ho fatto due sogni su di lui[...]nel secondo sogno era come se fossimo tornati tutti e due indietro nel tempo[...]E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l'avrei trovato ad aspettarmi."

Tuesday, September 09, 2008

"Nessuno è mai pronto per Paranoid Park"

Paranoid Park è quasi un mondo a se. Un posto per skater, frequentato da skater. Chiunque abbia una tavola prima o poi si ritrova li per provare la proprie abilità su quelle rampe di cemento o semplicemente per sentirsi a "casa" lontani da casa. Alex affronta Paranoid Park come affronta la sua vita, in disparte. Sta seduto sulla sua tavola e osserva gli altri nelle loro evoluzioni quasi ipnotiche, rilassanti. Ed è in quei momenti, mentre immagina di essere li in mezzo a loro, che i suoi grandi occhi guardano più lontano e la sua mente si affolla di pensieri: la scuola, gli amici, la ragazza, il divorzio dei genitori ma soprattutto quell' incidente, capitato chissà per quale beffardo scherzo del destino, seguito da un senso di colpa che lo divora e lo schiaccia sotto un peso che non è in grado di confidare a nessuno.
Gus Van Sant non ha occhi che per lui: Alex è quasi sempre in primo piano, il suo viso pulito e i suoi occhi che esprimono tutto quello che con le parole non può o non vuole comunicare. Questo blocco ha creato una frattura definitiva con il resto, soprattutto con gli adulti sempre meno capaci di avvicinarsi al mondo degli adolescenti. Van Sant sottolinea questa distanza incolmabile tenendo gli adulti (la madre di Alex, il padre o il poliziotto) ai margini dell' inquadratura, ripresi di spalle, fuori fuoco o mandandoli lentamente fuori campo con delicati movimenti di macchina. Gli stessi movimenti di macchina con cui si muove tra gli skater di Paranoid Park, con la musica che ovatta i suoni e le parole, restituendoci il mondo visto da Alex nella sua impossibile ricerca di pace. L'unico sfogo rimane un foglio di carta su cui scrivere i suoi pensieri, una lettera su cui "imprimere" il suo dolore, sulla quale confessare una colpa che brucia dentro di lui come un fuoco, e consegnarla all' unico destinatario possibile, il fuoco stesso. Film di un' intensità capace di togliere il fiato in più di un'occasione.

Monday, September 08, 2008

The fake girlfriend

I delicati equilibri che reggono i rapporti tra gli individui (siano essi dello stesso sesso e di sesso differente) non sono certo vincolati da regole scritte. Ognuno è un caso a se, ogni persona si rapporta agli altri in maniera differente: c'è chi è espansivo, aperto, comunicativo. C'è chi per proteggersi rimane chiuso, evita di avvicinarsi (non solo fisicamente) agli altri. E infine c'è Lars. Fin dai primissimi minuti del film la sua condizione ci vine mostrata in maniera piuttosto esplicita. Lars vuole stare solo, non vuole "avvicinarsi" ad altre persone e non vuole che gli altri si avvicinino a lui. Vive nel garage della casa di famiglia a due passi dal fratello e dalla cognata che cercano in tutti i modi di capire quale sia il suo problema. A lavoro, a mala pena rivolge qualche parola ai suoi colleghi ed evita totalmente una giovane ragazza che sembra avere un particolare interesse per lui. La situazione sembra cambiare improvvisamente quando Lars si presenta a casa del fratello e della cognata chiedendo ospitalità per una ragazza, Bianca, conosciuta su internet. I coniugi sono ben contenti di dare alloggio ad una persona a cui Lars sembra tenere molto e proprio per questo la loro sorpresa (ma sarebbe meglio definirlo "shock") è maggiore quando scoprono che Bianca è in realtà una "real doll", una bambola dalle fattezze umane anatomicamente perfetta e del tutto simile ad una donna vera. Ci sono dei buoni motivi per recuperare il film di Craig Gillespie, gli stessi motivi che ve lo faranno apprezzare per quello che è, un' opera piccola che riesce comunque a fare un' adeguata riflessione sulle problematiche dei rapporti umani. Innanzitutto, "Lars e una Ragazza Tutta Sua", è un' opera prima e solo per questo andrebbe recuperata, ma è soprattutto la maniera in cui Gillespie e la sceneggiatrice Nancy Oliver descrivono e raccontano (rischiando anche di cadere nello stucchevole) la maniera in cui le persone che vivono vicino a Lars (familiari e non) facciano fronte comune per aiutarlo, assecondando la sua "realtà distorta", accettato Bianca nella loro piccola comunità. Ma anche il lavoro fatto sul personaggio principale (interpretato da un perfetto Ryan Goslin), sul suo crearsi la persona perfetta per imparare ad avvicinarsi agli altri, per imparare ad amare, per abbattere le barriere che gli impedivano qualsiasi contatto umano, provocandogli anche dolore quando questo contatto diventava fisico. Lars affronta, grazie a Bianca, un percorso "curativo", una relazione che si evolverà tra alti e bassi fino ad una dolorosa separazione che sarà per lui una rinascita.

Sunday, September 07, 2008

Lyric of the Week + Video / MANSUN - TAXLOSS


He'll be your taxloss lover from Liverpool
Taxloss lover if the truth be told
Taxloss lover still lives in the War
Taxloss lover touching 74
Ah, come back to me
We want your money, taxloss
We think you are stupid
We give you money 'cos our assets are fluid yeah
We'll sell you down the river
Just remember that we said we'd deliver you

Sign on the line and we'll give you the money
And then you'll be mine and we'll fly somewhere sunny
And you'll quibble that our drivel seems unsatifactory
You're a taxloss, come back to me
We want your money, taxloss

He'll be your taxloss lover and his name is Bert
Taxloss lover and he's always a flirt
Your taxloss lover into kinky sex
Your taxloss lover wears a cracking dress
Ah, come back to me
We want your money, taxloss
We think you are stupid
We give you money 'cos our assets are fluid yeah
We'll sell you down the river
Just remember that we said we'd deliver you

Sign on the line and we'll give you the money
And then you'll be mine and we'll fly somewhere sunny
You'll quibble that our drivel seems unsatifactory
We're a taxloss, come back to me
We want your money, taxloss

We think you are stupid
We give you money 'cos our assets are fluid yeah
We'll sell you down the river
Just remember that we said we'd deliver you

Sign on the line and we'll give you the money
And then you'll be mine and we'll fly somewhere sunny
And you'll quibble that our drivel seems unsatifactory
We're a taxloss, come back to me
We want your money, taxloss

Taxloss, mod rock
Junk pop, chart hop
Mop top, swap shop
Who'd you nick your cliche off