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Friday, June 20, 2014
HOMEVIDEO su I-FILMSONLINE - Maggio 2014
Wednesday, April 16, 2014
HOMEVIDEO su I-FILMSONLINE - Aprile 2014
L' appuntamento di aprile con la rubrica home video de I-FILMSonline, si apre con la recensione del bluray di Rush per proseguire con le uscite mensili, tra le quali Venere in Pelliccia, Giovane e Bella e Lo Hobbit - La Desolazione di Smaug.
Wednesday, March 26, 2014
HOMEVIDEO su I-FILMSONLINE - Marzo 2014
Marzo è il mese delle uscite per tutti i gusti: Rush, La Vita di Adele e Blue Jasmine. Ma anche Thor, The Grandmaster e Moebius.
In più la recensione dell' ottimo Bluray di Gravity.
Tutto questo nella rubrica home video di Marzo su I-FILMSonline.
Wednesday, March 05, 2014
CINEQUIZ? Su I-FILMSONLINE!!!
Dopo un anno d' assenza torna il CINEQUIZ ma non su WELTALL'S WOR(L)D: frutto della collaborazione con I-FILMSonline, è su questa nuova piattaforma che rinasce il gioco che vi spinge a spremervi le meningi per riconoscere i film da dei singoli frame. Tre dei sei appuntamenti previsti, con cadenza settimanale a partire da sabato 8 marzo alle ore 15, saranno curati personalmente da me ma il funzionamento sarà il medesimo per tutti: tre frame per film, si parte con il più difficile e poi con il secondo ed il terzo via via sempre più facili e identificabili. Naturalmente i punti ricevuti dipenderanno dalla difficoltà del frame indovinato.
Per partecipare basta mettere "like" alla pagina Facebook de I-FILMSonline e commentare sotto le immagini che verranno postate sul sito a partire dalla data e l' orario indicati poco sopra (il secondo fotogramma verrà poi pubblicato domenica alle 11:00 ed il terzo domenica alle 19:00), ricordando che ogni partecipante avrà in totale tre tentativi ad appuntamento.
Vi aspetto, anzi, vi aspettiamo numerosi!
Tuesday, February 18, 2014
HOME VIDEO su I-FILMSonline - Febbraio 2014
Su I-FILMSonline trovate, sempre curata dal sottoscritto, l' appuntamento con le uscite home video di febbraio introdotte da una valutazione sulla bella Extended Edition di Ardo.
Potete leggere tutto qui.
Monday, January 13, 2014
HOME VIDEO su I-FILMSonline - Gennaio 2014
E' online da ieri su I-FILMSonline, la nuova rubrica sull' home video curata dal sottoscritto
Oltre ad un elenco e ad una breve descrizione delle uscite di Gennaio, prendiamo anche in esame l' ottimo Bluray di Il Seme della Follia di Carpenter.
Correte a leggerla qui.
Tuesday, January 07, 2014
TOP TEN FILM - ANNO 2013
Il primo post dell' anno (nonché il 1900°!!!) è quello della classifica con i dieci migliori film (secondo il sottoscritto) del 2013. Enjoy!
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Per la classifica completa della redazione de I-FILMSonline, dare un' occhiata qui.
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Per la classifica completa della redazione de I-FILMSonline, dare un' occhiata qui.
Wednesday, December 11, 2013
OLDBOY su I-FILMSonline
Prima di Oldboy il cinema coreano nel nostro Paese era conosciuto quasi esclusivamente per il talento immenso di Kim Ki-duk e qualche film horror arrivato nelle nostre sale sulla scia del successo del J-Horror giapponese. Il nome stesso di Park Chan-wook era noto unicamente da quella ristretta comunità cinefila che, in barba alla miope distribuzione italiana, trovava nell' estremo oriente veri e propri tesori. Dopo essere stato portato sul palmo di una mano da Quentin Tarantino a Cannes, Oldboy raggiunge finalmente le sale italiane facendo conoscere al pubblico più ricettivo uno dei nomi più significativi degli ultimi dieci/quindici anni e la sua solidissima trilogia tematica: anticipato da Symapthy for Mr. Vengeance (uscito da noi direttamente in home video con il titolo Mr. Vendetta) Oldboy è il secondo capitolo di quella che è stata definita la "trilogia della vendetta". Per il regista Park Chan-wook infatti, la vendetta rappresenta un sentimento tanto peculiare che decide di affrontare la disamina in tre differenti pellicole sotto tre diversi punti di vista. Se in Sympathy for Mr. Vengeance a muovere il protagonista era il sopruso costretto a subire per la condizione di inferiorità sociale nel quale viveva, dando il via ad un concatenarsi di violenza che non lascia scampo a nessuno, in Oldboy la vendetta è come una mano tesa alla quale ci si aggrappa per non precipitare nel vuoto, spinti unicamente dalla forza della disperazione, esaurita la quale ci si abbandona all'abbraccio dell' abisso. Un'immagine che, forse non a caso, il film propone fin dall'apertura e che in maniera precisa descrive ciò che sorregge e spinge il protagonista Oh Dae-su nella sua instancabile ricerca della persona che per quindici anni l' ha tenuto rinchiuso in una stanza con una televisione come unica finestra sul mondo. Provato dalla prigionia ma rinato a nuova vita una volta liberato (è lui, in fondo, l' "oldboy" del titolo) Oh Dae-su si renderà presto conto di trovarsi nel cerchio più stretto di una spirale di violenza, dolore e solitudine dalla quale è forse impossibile uscire indenni. Lontanissimo dal concetto più occidentale e classico del revenge movie, Oldboy affronta il tema in maniera decisamente singolare e, seppur inserito in un discorso più ampio che si chiuderà solo con il film successivo Sympathy for Lady Vengeance, risulta perfettamente godibile anche singolarmente, merito di una sceneggiatura compiuta che si "schiude" minuto dopo minuto assestando dei colpi precisi e mirati allo stomaco dello spettatore. Visivamente straordinario e stilisticamente ricercato (risulta scontato, ma non si può non citare il lungo combattimento nel corridoio) rimane, forse insieme a titoli come Memories of Murder, The Host o A Bittersweet Life, tra le vette più alte di un cinema coreano a cui va stretta la definizione "commerciale" e che ha reso famosi ed indimenticabili alcuni volti come quello del protagonista assoluto Choi Min-sik.Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Monday, October 07, 2013
EVANGELION 3.0 su I-FILMSonline
Basterebbero i primi dieci minuti di Evangelion 3.0 per mettere in chiaro almeno un paio di aspetti di tutta l' operazione "Rebuilt". Innanzitutto troverebbero valida giustificazione gli enormi ed interminabili tempi di produzione. Riferendosi alle date di uscita nelle sale giapponesi, tra un film e l' altro non passano meno di due anni ma, considerando poi la distribuzione internazionale, i tempi si allungano ancora di più. Tra Evangelion 1.0 ed il suo diretto seguito però c'è quasi un abisso a livello tecnico e, cosa davvero incredibile, con il terzo si punta ancora più in alto: la sequenza d' apertura nello spazio è un biglietto da visita che non può lasciare indifferenti ed è solo l' inizio perchè la pellicola ha altre frecce al suo arco. Il secondo aspetto riguarda le intenzioni di Anno verso il suo pubblico che si divide principalmente in una fan base importante, costruita con l' opera originale serializzata per la TV, e lo spettatore che si avvicina al complesso universo di Evangelion con questi film. Due tipologie di pubblico insomma che si percepiscono l' opera in maniera totalmente differente ma che Anno decide di mettere allo stesso livello con una mossa che forse non si dovrebbe considerare neanche troppo inaspettata, una scelta di sceneggiatura che letteralmente toglia la sedia da sotto al sedere a tutti quanti. Gli eventi di Evangelion 3.0 infatti, si svolgono quattordici anni dopo quelli del precedente film aprendo la strada ad uno scenario completamente inedito: il mondo porta le ferite dell' ennesima scampata catastrofe e anche i personaggi appaiono cambiati e segnati da eventi che possiamo solo immaginare perchè Anno non si prende il tempo per raccontarceli, si limita a suggerirceli concentrandosi invece sul protagonista Shinji, suo malgrado artefice di tutto quanto e pedina in una partita più grande di lui. Una scelta radicale accompagnata da una sceneggiatura forse un po' sbilanciata nei tempi narrativi ma sulla cui validità dovremo aspettare di emettere un giudizio completo solo dopo aver visto il quarto ed ultimo film, seconda parte di quello che è, nelle intenzioni fin dal principio, il capitolo finale. Scemato lo shock e l' effetto meraviglia, esaminando queste prime tre pellicole nel loro complesso ed a mente fredda, appare sempre più plausibile la possibilità che l' anime Neon Genesi Evangelion e la Rebuild, non siano opere poi così separate e ciò che le accomuna sia molto di più di un semplice remake. Dettagli sparsi, dialoghi messi in bocca a personaggi chiave, lasciano intendere che quella di Evangelion sia una storia ciclica, finisce e ricomincia uguale ma allo stesso tempo diversa Come se nel pessimismo con il quale il regista giapponese ha intriso la sua opera ci fosse uno spiraglio per il cambiamento, per operare scelte diverse, per trovare il coraggio di abbattere quelle barriere che rendono l' uomo incapace di avvicinarsi ad un suo simile senza la paura di ferire e rimanere feriti. Accettare i propri limiti senza dover sacrificare tutto per puro egoismo. Una cosa che Anno suggerisce fin dalle prime dichiarazioni all' uscita del capitolo iniziale:
"Ho l' impressione che io stia creando un' opera migliore della precedente. Eva è una storia che si ripete. E' la storia di un protagonista che, malgrado la reiterazione delle stesse esperienze, si rialza costantemente. E' la storia di un tentativo, quello di avanzare, di procedere almeno solo di un passo."Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Wednesday, September 25, 2013
EVANGELION 1.0 e 2.0 su I-FILMSonline
Basta seguire il link qui.
Per le recensioni già pubblicate a suo tempo su WELTALL'S WOR(L)D invece, le trovate qui e qui.
Wednesday, July 24, 2013
MAD DETECTIVE su I-FILMSonline
Il sodalizio tra Johnnie To e Wai Ka Fai non ha portato solo alla fondazione di quella fucina di talenti e grande cinema nota come Milkyway, ma anche ad un gran numero di collaborazioni tra i due, sia come produzioni che come regia. Presentato come film a sorpresa durante Venezia 2007 e nella selezione del Far East Film Festival di Udine l' anno successivo, Mad Detective è sicuramente ascrivibile tra queste ultime. Girata a quattro mani da To e Wai, la pellicola ruota intorno al personaggio di Bun, il miglior investigatore della polizia di Hong Kong dotato di un grandissimo intuito e di un innato talento nell'immedesimarsi tanto nelle vittime che nei carnefici. Ma quel che lo rende un gradino superiore agli altri è la capacità di vedere la reale personalità di ogni individuo, particolarità che, unita a comportamenti estremi, gli sono valsi una diagnosi di schizofrenia e la perdita del suo lavoro. Quando un poliziotto scopare durante un inseguimento e con la sua pistola vengono uccise delle persone in tre diverse rapine, Bun è richiamato in servizio per aiutare un giovane collega a risolvere il caso. Mad Detective è un poliziesco atipico perchè la classica dinamica dei film a matrice "investigativa", fatta anche e soprattutto di inseguimenti e sparatorie, lascia qui molto spazio al ritratto di un personaggio complesso, il detective Bun (interpretato da Lau Ching Wan), benedetto/maledetto da un dono che lo rende una persona mentalmente disturbata agli occhi degli altri. Ma è attraverso i suoi di occhi che osserviamo come le persone appaiono per quello che sono realmente. Il punto di forza del film sta proprio nella scelta di rappresentare "fisicamente" la vera natura dei personaggi, espediente che assume un importante valore narrativo in quanto li approfondisce in maniera molto diretta e precisa: il poliziotto Chi-wai ad esempio, primo sospettato di Bun, persona complessa in equilibrio tra sette diverse personalità (interpretate da altrettanti attori diversi). O ancora il giovane ispettore Ho che, nei panni di un ragazzino spaventano, non può nascondere tutta la sua insicurezza. La regia di To e Wai si dimostra particolarmente incisiva proprio quando si tratta di esaltare gli elementi che costituiscono il fulcro stesso del film, come nella sequenza del pedinamento o quella del confronto finale dove gli specchi, come già accaduto in The Longest Nite, hanno un valore simbolico ma costituiscono anche elemento fondamentale della messa in scena. Dalla produzione fino al cast (nel quale si segnalano anche l' onnipresente Lam Suet e Kelly Lin) Mad Detective ha certamente tutte le carte in regola per essere un ottimo film, ma non un capolavoro al pari di altre produzioni Milkyway. In un periodo in cui il cinema di Hong Kong sembra subire una leggera flessione creativa però, non è un male guardare indietro, anche se di pochi anni, a pellicole come questa (un altro esempio potrebbe essere l' altrettanto ottimo Eye in the Sky) dove con grande creatività si cercano nuovi e originali approcci al cinema di genere (il poliziesco) senza rinunciare e rinnegare mai il suo prezioso dna.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Wednesday, June 05, 2013
Far East Film Festival 15 - Day 8
PAINTED SKIN: THE RESURRECTION
Regia di Wuershan
Uno spirito-volpe fugge dalla prigione di ghiaccio nella quale era rinchiuso da cinquecento anni e, assunte le sembianze di una bellissima donna, ruba e mangia il cuore a giovani uomini per mantenere il suo aspetto. Nel suo peregrinare conosce una giovane principessa sfigurata il cui calore è in grado di difenderla dal ghiaccio che la perseguita. Imponente film in costume ma anche fantasy melodrammatico, Painted Skin è un progetto nel quale l' utilizzo di effetti speciali è assolutamente complementare al resto, tanto al ruolo degli attori che a quello delle coreografie nei combattimenti. Lo stile visivo (il design è affidato a Yoshitaka Amano) è davvero bello ma l' attenzione che richiedono gli occhi non distrae dal resto ed è quindi impossibile non accorgersi di una sceneggiatura che va un po' a singhiozzo ma che riesce comunque a raccontare un grande amore sofferto con tutte le enfasi del caso.
HOW TO USE GUYS WITH SECRET TIPS
Regia di Lee Won-suk
Crescere in un mondo dove la presenza maschile è spesso ingombrante e soffocante non è facile. Non lo è neanche in ambiente lavorativo e lo sa bene Choi Bona che come assistente di regia ne deve sopportare tante, anche per il suo aspetto sciatto che non le permette di avere un arma in più contro i colleghi uomini. Ma quando in una misteriosa bancarella trova una serie di video che spiegano come usare gli uomini con semplici trucchi, tutto cambia. Esordio col botto quello del giovane regista Lee Won-suk che, con la sua surreale commedia romantica, conquista senza sforzo il pubblico festivaliero. Gli ingredienti sono semplici alla fine, cominciando da tempi comici davvero sostenuti (cosa sempre più rara) arrivando a personaggi ben scritti ma soprattutto ben interpretati. Son questi elementi che permettono al film un' andatura sostenuta anche quando entra in gioco la parte romantica dell' equazione, comunque sempre ben bilanciata da qualche assurda ed esilarante trovata. E la Corea del Sud si aggiudica senza sforzo la miglior commedia di questo FEFF.
COMRADE KIM GOES FLYING
Regia di Kim Gwang-hun, Nicholas Bonner, Anja Daelemans
La commozione sincera dell' attrice Hang Jong-sim, nel trovarsi per la prima volta difronte ad un pubblico caloroso come quello del Far East, ha reso la proiezione di Comrade Kim Goes Flying uno dei momenti più toccanti ed importanti del festival. Indipendentemente dal particolare momento storico che stiamo vivendo, questa co-produzione nord coreana, belga e inglese, ci permette di aprire la finestra su di un mondo a parte, raccontato attraverso la storia della giovane Kim, minatrice con il sogno di diventare trapezista. Il singolo piuttosto che la comunità, concetto che sembra un po' stonare considerando la nazionalità del film, ma che rende l' idea del difficile percorso produttivo (ci son voluti circa sei anni per completarlo) affrontato dal regista e da chi l' ha sostenuto. Ed è per questo che la lotta di una donna per realizzare il suo sogno diventa una lotta comune, ed il suo trionfo è un trionfo collettivo. Anche l' immagine che viene data del Paese, i fiori alle finestre, i sorrisi sia che si lavori in miniera che in cantiere, ci fa rendere conto di quanto fosse impossibile tenersi troppo distanti dalla propaganda. Nella sua forma poi (e si parla in particolar modo di fotografia e recitazione), Comrade Kim sembra un film molto più vecchio di quello che in realtà è, il che lo rendo un oggetto di cinema davvero curioso, assolutamente imperfetto ma con diversi motivi per essere riscoperto.
THE THIEVES
Regia di Choi Dong-hoon
Il dream team dei migliori ladri coreani ed hongkonghesi viene radunato dal veterano Macao Park per rubare il leggendario diamante Lacrima del Sole. Ma rivalità e vecchi attriti potrebbero portare al fallimento anche il loro piano perfetto. Sembra proprio che il cinema coreano, anche quello potenzialmente commerciale come The Thieves (pare sia stato il film più visto nella storia del cinema coreano), non possa rinunciare a sceneggiature complicate e stratificate nelle quali si intersecano le storie di una moltitudine di personaggi. The Thieves sembra la versione asiatica di Ocean's Eleven con la sostanziale differenza che, in Corea del Sud, la forma è sempre importante, qualsiasi genere si tratti. E nonostante il suo essere così articolato (ai limiti dello sfiancante) il film di Choi Dong-hoon ha un ritmo instancabile, sostenuto sia da una regia che non rinuncia a sottolineare i segmenti più action, che dalle ottime interpretazioni del cast. E' il grande cinema di intrattenimento di Seul, prendere o lasciare.
Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.
Regia di Wuershan
Uno spirito-volpe fugge dalla prigione di ghiaccio nella quale era rinchiuso da cinquecento anni e, assunte le sembianze di una bellissima donna, ruba e mangia il cuore a giovani uomini per mantenere il suo aspetto. Nel suo peregrinare conosce una giovane principessa sfigurata il cui calore è in grado di difenderla dal ghiaccio che la perseguita. Imponente film in costume ma anche fantasy melodrammatico, Painted Skin è un progetto nel quale l' utilizzo di effetti speciali è assolutamente complementare al resto, tanto al ruolo degli attori che a quello delle coreografie nei combattimenti. Lo stile visivo (il design è affidato a Yoshitaka Amano) è davvero bello ma l' attenzione che richiedono gli occhi non distrae dal resto ed è quindi impossibile non accorgersi di una sceneggiatura che va un po' a singhiozzo ma che riesce comunque a raccontare un grande amore sofferto con tutte le enfasi del caso.
HOW TO USE GUYS WITH SECRET TIPS
Regia di Lee Won-suk
Crescere in un mondo dove la presenza maschile è spesso ingombrante e soffocante non è facile. Non lo è neanche in ambiente lavorativo e lo sa bene Choi Bona che come assistente di regia ne deve sopportare tante, anche per il suo aspetto sciatto che non le permette di avere un arma in più contro i colleghi uomini. Ma quando in una misteriosa bancarella trova una serie di video che spiegano come usare gli uomini con semplici trucchi, tutto cambia. Esordio col botto quello del giovane regista Lee Won-suk che, con la sua surreale commedia romantica, conquista senza sforzo il pubblico festivaliero. Gli ingredienti sono semplici alla fine, cominciando da tempi comici davvero sostenuti (cosa sempre più rara) arrivando a personaggi ben scritti ma soprattutto ben interpretati. Son questi elementi che permettono al film un' andatura sostenuta anche quando entra in gioco la parte romantica dell' equazione, comunque sempre ben bilanciata da qualche assurda ed esilarante trovata. E la Corea del Sud si aggiudica senza sforzo la miglior commedia di questo FEFF.
COMRADE KIM GOES FLYING
Regia di Kim Gwang-hun, Nicholas Bonner, Anja Daelemans
La commozione sincera dell' attrice Hang Jong-sim, nel trovarsi per la prima volta difronte ad un pubblico caloroso come quello del Far East, ha reso la proiezione di Comrade Kim Goes Flying uno dei momenti più toccanti ed importanti del festival. Indipendentemente dal particolare momento storico che stiamo vivendo, questa co-produzione nord coreana, belga e inglese, ci permette di aprire la finestra su di un mondo a parte, raccontato attraverso la storia della giovane Kim, minatrice con il sogno di diventare trapezista. Il singolo piuttosto che la comunità, concetto che sembra un po' stonare considerando la nazionalità del film, ma che rende l' idea del difficile percorso produttivo (ci son voluti circa sei anni per completarlo) affrontato dal regista e da chi l' ha sostenuto. Ed è per questo che la lotta di una donna per realizzare il suo sogno diventa una lotta comune, ed il suo trionfo è un trionfo collettivo. Anche l' immagine che viene data del Paese, i fiori alle finestre, i sorrisi sia che si lavori in miniera che in cantiere, ci fa rendere conto di quanto fosse impossibile tenersi troppo distanti dalla propaganda. Nella sua forma poi (e si parla in particolar modo di fotografia e recitazione), Comrade Kim sembra un film molto più vecchio di quello che in realtà è, il che lo rendo un oggetto di cinema davvero curioso, assolutamente imperfetto ma con diversi motivi per essere riscoperto.
THE THIEVES
Regia di Choi Dong-hoon
Il dream team dei migliori ladri coreani ed hongkonghesi viene radunato dal veterano Macao Park per rubare il leggendario diamante Lacrima del Sole. Ma rivalità e vecchi attriti potrebbero portare al fallimento anche il loro piano perfetto. Sembra proprio che il cinema coreano, anche quello potenzialmente commerciale come The Thieves (pare sia stato il film più visto nella storia del cinema coreano), non possa rinunciare a sceneggiature complicate e stratificate nelle quali si intersecano le storie di una moltitudine di personaggi. The Thieves sembra la versione asiatica di Ocean's Eleven con la sostanziale differenza che, in Corea del Sud, la forma è sempre importante, qualsiasi genere si tratti. E nonostante il suo essere così articolato (ai limiti dello sfiancante) il film di Choi Dong-hoon ha un ritmo instancabile, sostenuto sia da una regia che non rinuncia a sottolineare i segmenti più action, che dalle ottime interpretazioni del cast. E' il grande cinema di intrattenimento di Seul, prendere o lasciare.
Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.
Monday, June 03, 2013
AKIRA su I-FILMSonline
16 Luglio 1988. Una violenta esplosione rade al suolo la città di Tokyo dando inizio alla terza Guerra Mondiale. Trent' anni dopo, sulle ceneri della vecchia capitale giapponese sorge Neo Tokyo, il cui skyline futuristico nasconde un malcontento che cresce e si agita nei suoi bassifondi dove la gente si ribella ed invoca a gran voce il ritorno di Akira, il salvatore. 16 Luglio 1988. Akira di Katsuhiro Otomo arriva nelle sale giapponesi con l' impatto di una violenta esplosione, la cui potenza scuote il mondo intero dell' animazione arrivando anche a svegliare da un lungo torpore perfino gli Stati Uniti e l' Europa, anche se con un paio d' anni di ritardo. Se fino a quel momento l' idea che si aveva dell' animazione giapponese arrivava unicamente dai prodotti seriali, trasmessi da circa un decennio nelle tv nazionali, e sul mercato la Disney dominava con i suoi Classici, Akira si impose come la prima vera alternativa, il "cartone animato" che mostra i denti ed uno sfarzo produttivo degno di un vero e proprio blockbuster. Infatti, per portare in sala il suo ambizioso progetto, Otomo riunisce ben dieci studi d' animazione (ribattezzati Akira Commettee) ed il risultato è un opera visivamente stupefacente, sia per la ricchezza di dettagli di ogni singolo quadro, che per il livello delle animazioni ancora lontane dall' intervento invasivo della computer grafica, usata qui in maniera davvero marginale. La storia, accompagnata delle musiche perfette e stranianti del collettivo musicale Geinoh Yamashirogumi, è un adattamento diretto del manga omonimo scritto e disegnato dallo stesso Otomo, ed è anche l' elemento dell' insieme che pone il film in una posizione difficile soprattutto nei confronti di un pubblico poco propenso a vedere accomunati animazione con atmosfere cupe e tematiche di un certo peso. C' è anche da dire che, rispetto al manga, dove la storia la storia poteva vantare un respiro più ampio ed un approfondimento maggiore su diversi personaggi secondari, il film risulta più asciutto, concentrato, essenziale ma non per questo sacrificato: nelle due ore di durata del lungometraggio, Otomo è riuscito comunque a mantenere intatto il "cuore" di Akira, il ritratto di un futuro che riflette un presente dove il progresso dell' uomo passa per la sua disumanizzazione, dove la società si frantuma e si sedimenta in strati in cui, i più deboli e gli emarginati, occupano quelli più bassi. Ma è anche la storia di due di questi reietti, Kaneda e Testsuo, praticamente fratelli ma messi l' uno contro l' altro dal destino. Il primo un leader nato, il secondo logorato da un complesso di inferiorità che lo renderà vittima del suo stesso delirio di onnipotenza. Rispetto alla sua versione cartacea quindi, il film sfiora il capolavoro ma, proprio grazie alla sua complessità e ricchezza di suggestioni (le mutazioni carne/metallo di Testsuo richiamano un po' il cyberpunk ma anche il cinema di Cronenberg), si può tranquillamente ascrivere tra quelle pellicole che non riescono ad invecchiare sopravvivendo alle decadi, che rimangono impresse a prescindere, anche quando non vengono comprese o vengono sminuite in maniera pregiudizievole.
"Il ricordo di Akira vive per sempre nei nostri cuori"
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
"Il ricordo di Akira vive per sempre nei nostri cuori"
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Wednesday, May 29, 2013
Far East Film Festival 15 - Day 6
THE WAY WE DANCE
Regia di Adam Wong
Mai ci si sarebbe aspettato di andare a vedere un film “di ballo” e finire per non trovarlo neanche troppo spiacevole. Ma questo è l' effetto FEFF, dove la curiosità che ti spinge in sala a volte viene adeguatamente ricompensata. The Way We Dance è un film che si rifà, senza tanti giri di parole, a quelle pellicole statunitensi, tipo Step Up e compagnia danzante, che sembrano avere sempre una certa presa sul pubblico. La formula proposta da Adam Wong non sembra particolarmente originale e vede una ragazza costretta a lavorare nel ristorante di tofu dei genitori, trovare nella danza una via di fuga. Si unisce al gruppo di ballo della sua scuola che, guarda caso, si sta preparando ad una sfida con un quotatissimo team rivale. Naturalmente ci si butta dentro anche amicizia e amore con il classico triangolo funesto. Come i film di arti marziali anche questo è un film di coreografie, di sicuro diverso impatto, ma comunque ben girate e divertenti. Per non far mancare il tocco orientale, oltre alla cornice hongkonghese, ci si butta dentro anche il tai chi. Non gli si chieda di più perchè di più non può dare.
HOME
Regia di Chookiat Sakveerakul
Un giovane fotografo passa la notte a catturare istantanee della sua scuola in compagnia di un caro amico che dovrà salutare per sempre la mattina seguente. Una vedova si trova ad affrontare il suo lutto ed allo stesso tempo badare ai problemi economici della tenuta lasciata dal marito. Una giovane promessa sposa si trova travolta dai dubbi sulla sua scelta la mattina prima del matrimonio. Tre storie diverse ma collegate tra loro che raccontano, da punti di vista anche distanti, l' amore nelle sue forme più disparate, un sentimento universale ritratto in modo innocente, struggente ed ironico. Forse l' unico e più ingombrante limite del film risiede proprio nella maniera in cui, tra i vari segmenti, ci sia un brusco cambio di registro che lascia un po' spaesati ma non è da escludere che si tratti di un effetto voluto dal regista. Home è un film che riesce ad essere toccante, sincero ed anche un po' retorico, ma che arriva dove deve arrivare.
SEE YOU TOMORROW, EVERYONE
Regia di Nakamura Yoshihiro
Presentato come uno dei migliori film della selezione, l' ultima fatica di Nakamura Yoshihiro è, così come i suoi film precedenti e più personali presentati al FEFF negli scorsi anni, una delusione irritante più che cocente. La storia prende piede negli anni '80 dove si sviluppò in Giappone la costruzione di caseggiati popolari che andarono a formare veri e propri quartieri. Qui vive Satoru che, vittima di un trauma infantile, decide di passare tutta la sua vita all' interno del quartiere, lavorarci e difenderlo come fosse la cosa più preziosa al mondo mentre, anno dopo anno, i suoi amici se ne vanno e il quartiere diventa sempre più abbandonato e fatiscente. Nakamura riesce a fare con See You Tomorrow Everyone un efficace spaccato sociale ma anche un, a tratti, toccante racconto di formazione piuttosto atipico. Ma come per Fish Story e Golden Slumber, non si viene mai abbandonati dalla sensazione di aver assistito ad un film fine a se stesso, che non chiude efficacemente le riflessioni aperte ma preferisce raccontare una storia di cui avremo fatto anche a meno, intrisa com'è, soprattutto nell' ultima insopportabile mezz' ora di, un buonismo che si fa davvero fatica a giustificare.
THE BULLET VANISHES
Regia di Lo Chi-leung
Nella Cina degli anni '30, la guardia carceraria con il pallino per le investigazioni Donglu, viene promosso ed inviato a collaborare con un poliziotto su dei misteriosi casi di omicidio con arma da fuoco dove i proiettili non vengono mai ritrovati. Che fin dai primi minuti il film faccia pensare a Sherlock Holmes (nella sua ultima incarnazione firmata Guy Ritchie) non è certo un segreto ma sarebbe alquanto riduttivo etichettare il film di Lo Chi-leung come una riproposizione in chiave orientale del celebre investigatore inglese. The Bullet Vanishes è un film dalla forte impronta personale che non scimmiotta il cinema occidentale, trattandosi a conti fatti di un classico poliziesco con un' ambientazione storica ben precisa, costruito intorno ad un mistero che riserva alcuni efficaci colpi di scena ed altri forse un po' telefonati per un pubblico smaliziato. Niente di nuovo sotto il sole, per carità, ma ad avercene di pellicole d' intrattenimento così.
Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.
Regia di Adam Wong
Mai ci si sarebbe aspettato di andare a vedere un film “di ballo” e finire per non trovarlo neanche troppo spiacevole. Ma questo è l' effetto FEFF, dove la curiosità che ti spinge in sala a volte viene adeguatamente ricompensata. The Way We Dance è un film che si rifà, senza tanti giri di parole, a quelle pellicole statunitensi, tipo Step Up e compagnia danzante, che sembrano avere sempre una certa presa sul pubblico. La formula proposta da Adam Wong non sembra particolarmente originale e vede una ragazza costretta a lavorare nel ristorante di tofu dei genitori, trovare nella danza una via di fuga. Si unisce al gruppo di ballo della sua scuola che, guarda caso, si sta preparando ad una sfida con un quotatissimo team rivale. Naturalmente ci si butta dentro anche amicizia e amore con il classico triangolo funesto. Come i film di arti marziali anche questo è un film di coreografie, di sicuro diverso impatto, ma comunque ben girate e divertenti. Per non far mancare il tocco orientale, oltre alla cornice hongkonghese, ci si butta dentro anche il tai chi. Non gli si chieda di più perchè di più non può dare.
HOME
Regia di Chookiat Sakveerakul
Un giovane fotografo passa la notte a catturare istantanee della sua scuola in compagnia di un caro amico che dovrà salutare per sempre la mattina seguente. Una vedova si trova ad affrontare il suo lutto ed allo stesso tempo badare ai problemi economici della tenuta lasciata dal marito. Una giovane promessa sposa si trova travolta dai dubbi sulla sua scelta la mattina prima del matrimonio. Tre storie diverse ma collegate tra loro che raccontano, da punti di vista anche distanti, l' amore nelle sue forme più disparate, un sentimento universale ritratto in modo innocente, struggente ed ironico. Forse l' unico e più ingombrante limite del film risiede proprio nella maniera in cui, tra i vari segmenti, ci sia un brusco cambio di registro che lascia un po' spaesati ma non è da escludere che si tratti di un effetto voluto dal regista. Home è un film che riesce ad essere toccante, sincero ed anche un po' retorico, ma che arriva dove deve arrivare.
SEE YOU TOMORROW, EVERYONE
Regia di Nakamura Yoshihiro
Presentato come uno dei migliori film della selezione, l' ultima fatica di Nakamura Yoshihiro è, così come i suoi film precedenti e più personali presentati al FEFF negli scorsi anni, una delusione irritante più che cocente. La storia prende piede negli anni '80 dove si sviluppò in Giappone la costruzione di caseggiati popolari che andarono a formare veri e propri quartieri. Qui vive Satoru che, vittima di un trauma infantile, decide di passare tutta la sua vita all' interno del quartiere, lavorarci e difenderlo come fosse la cosa più preziosa al mondo mentre, anno dopo anno, i suoi amici se ne vanno e il quartiere diventa sempre più abbandonato e fatiscente. Nakamura riesce a fare con See You Tomorrow Everyone un efficace spaccato sociale ma anche un, a tratti, toccante racconto di formazione piuttosto atipico. Ma come per Fish Story e Golden Slumber, non si viene mai abbandonati dalla sensazione di aver assistito ad un film fine a se stesso, che non chiude efficacemente le riflessioni aperte ma preferisce raccontare una storia di cui avremo fatto anche a meno, intrisa com'è, soprattutto nell' ultima insopportabile mezz' ora di, un buonismo che si fa davvero fatica a giustificare.
THE BULLET VANISHES
Regia di Lo Chi-leung
Nella Cina degli anni '30, la guardia carceraria con il pallino per le investigazioni Donglu, viene promosso ed inviato a collaborare con un poliziotto su dei misteriosi casi di omicidio con arma da fuoco dove i proiettili non vengono mai ritrovati. Che fin dai primi minuti il film faccia pensare a Sherlock Holmes (nella sua ultima incarnazione firmata Guy Ritchie) non è certo un segreto ma sarebbe alquanto riduttivo etichettare il film di Lo Chi-leung come una riproposizione in chiave orientale del celebre investigatore inglese. The Bullet Vanishes è un film dalla forte impronta personale che non scimmiotta il cinema occidentale, trattandosi a conti fatti di un classico poliziesco con un' ambientazione storica ben precisa, costruito intorno ad un mistero che riserva alcuni efficaci colpi di scena ed altri forse un po' telefonati per un pubblico smaliziato. Niente di nuovo sotto il sole, per carità, ma ad avercene di pellicole d' intrattenimento così.
Resoconti già pubblicati su I-FILMSonline.
Wednesday, May 22, 2013
Far East Film Festival 15 - Day 5
DESIGN OF DEATH
Regia di Guan Hu
Un dottore (il veterano del cinema di Hong Kong, Simon Yam) si trova ad investigare sulla misteriosa morte di un uomo, abitante del remoto Villaggio della Longevità. Man mano che le sue indagini procedono si fa sempre più evidente la possibilità che gli abitanti del villaggio possano essere i primi responsabili. Una storia ricca di mistero e commedia quella di Design of Death, strutturata in flashback che, pian piano, costruiscono gli episodi chiave della vita del protagonista (interpretato dal comico Huang Bo, già visto in Lost In Thailand) svelandone anche i motivi della morte. Il principale problema del film sta proprio nell' eccessiva sovrapposizione dei flashback che rendono lo “svelamento” finale poco naturale e troppo costruito. D' altro canto però, il regista Guan Hu propone una sentita e commovente riflessione sull' impermeabilità delle vecchie tradizioni, quelle più radicate nella cultura popolare, che rifuggono qualsiasi idea di pensiero innovativo o rivoluzionario, lo tengono lontano, lo isolano fino ad eliminarlo.
THE GUILLOTINES
Regia di Andrew Lau
I millenni di storia cinese sono fonte inesauribile d' ispirazione, cosa che sa bene chi segue il cinema asiatico. Altrettanto bene si sa che è davvero difficile riuscire a sbagliare questo genere di film, affascinanti anche solo per la ricostruzione storica, soprattutto quando sono virati verso l' action. Eppure c'è anche chi riesce a sbagliarli in maniera clamorosa come Andrew Lau con il suo The Guillotines. Durante la dinastia Quin, l' imperatore si serviva di una personale squadra di assassini noti come le “ghigliottine”, nome derivato dalla particolare arma di cui erano maestri. Durante una missione per catturare un pericoloso fuorilegge, finiscono invischiati in macchinazioni di corte atte ad eliminarli in vista di un importante rinnovamento dell' impero. Nonostante l' inizio puramente action, dove però ralenty e computer grafica coprono una evidente incapacità a girare certe scene, la speranza che il film prosegua su quella strada, e magari vedere ancora in azione le ghigliottine, lascia tristemente con l' amaro in bocca. The Guillotines è un film che, al racconto epico promesso, preferisce la pedanteria di intrighi di palazzo e personaggi dalla lacrima facile capaci solo di morire in maniera ridicola. Un totale spreco di costumi e scenografie.
IP MAN – THE FINAL FIGHT
Regia di Herman Yau
La stagione cinematografica di Ip Man sembra ben lontana dal concludersi. Dopo i due film diretti da Wilson Ip (un terzo è già in cantiere) e The Grandmaster di Wong Kar Wai, la vita del Maestro Ip (interpretato questa volta dal grande Anthony Wong) arriva nelle mani esperte di Herman Yau, già regista di Ip Man – The Legend is Born. Ambientato nel periodo che va dal suo trasferimento ad Hong Kong fino alla sua morte nei primi anni '70, Ip Man – the Final Fight vede il Gran Maestro, testimone delle difficoltà sociali dell' epoca, accogliere i suoi primi allievi, confrontarsi con altre scuole rivali e con le triadi della “città murata” di Kowloon. Rispetto ai film di Wilson Ip, maggiormente votati all' azione, alle arti marziali ma limitati nella rappresentazione macchiettistica delle controparti giapponesi e inglesi, il film di Herman Yau si concentra sull' aspetto biografico utilizzando la voce fuori campo del figlio per introdurre i vari episodi della sua vita. Questo non significa però che si rinuncia a mostrare il Wing Chun in tutta la sua splendida e precisa eleganza: se tanto è stato fatto per la ricostruzione storica dell' epoca, altrettanto impegno è stato messo nelle sequenze di combattimento, coreografie che si possono contare sulle dita di una mano ma valgono sempre l' attesa, come il lungo duello finale. Insomma, anche Herman Yau è riuscito a celebrare con successo una delle figure più importanti del kung fu e della storia cinese recente.
THE COMPLEX
Regia di Hideo Nakata
The Complex non segna solo il ritorno in patria di Hideo Nakata ma anche la definitiva conferma che ci siamo giocati uno dei maestri dell' horror nipponico degli anni novanta. Nakata infatti, insieme a Takashi Shimitzu e pochi altri, aveva scritto una delle pagine fondamentali del genere grazie a pellicole come The Ring (e relativo seguito) e Dark Water. Le tentazioni americane (il remake di Ring 2 e l' insulso Chatroom) e progetti di dubbia utilità (L Change The World) erano già dei brutti presagi che forse ci eravamo sforzati di ignorare. The Complex ci porta però alla cruda realtà dove un genere in agonia sta trascinando a fondo un regista che meriterebbe ben altra fine. Eppure la pochezza della sua ultima “fatica”, dove una ragazza va a vivere in un condominio infestato da spiriti pieni di rancore verso i vivi, non lascia spazio ad appelli di qualsiasi tipo soprattutto quando ad una trama dai risvolti telefonati si uniscono attori dalla dubbia espressività e gli immancabili scivoloni nel ridicolo. Del vecchio Nakata rimane solo l' associazione acqua – regno dei morti, mentre il resto è il nulla quasi assoluto.
Regia di Guan Hu
Un dottore (il veterano del cinema di Hong Kong, Simon Yam) si trova ad investigare sulla misteriosa morte di un uomo, abitante del remoto Villaggio della Longevità. Man mano che le sue indagini procedono si fa sempre più evidente la possibilità che gli abitanti del villaggio possano essere i primi responsabili. Una storia ricca di mistero e commedia quella di Design of Death, strutturata in flashback che, pian piano, costruiscono gli episodi chiave della vita del protagonista (interpretato dal comico Huang Bo, già visto in Lost In Thailand) svelandone anche i motivi della morte. Il principale problema del film sta proprio nell' eccessiva sovrapposizione dei flashback che rendono lo “svelamento” finale poco naturale e troppo costruito. D' altro canto però, il regista Guan Hu propone una sentita e commovente riflessione sull' impermeabilità delle vecchie tradizioni, quelle più radicate nella cultura popolare, che rifuggono qualsiasi idea di pensiero innovativo o rivoluzionario, lo tengono lontano, lo isolano fino ad eliminarlo.
THE GUILLOTINES
Regia di Andrew Lau
I millenni di storia cinese sono fonte inesauribile d' ispirazione, cosa che sa bene chi segue il cinema asiatico. Altrettanto bene si sa che è davvero difficile riuscire a sbagliare questo genere di film, affascinanti anche solo per la ricostruzione storica, soprattutto quando sono virati verso l' action. Eppure c'è anche chi riesce a sbagliarli in maniera clamorosa come Andrew Lau con il suo The Guillotines. Durante la dinastia Quin, l' imperatore si serviva di una personale squadra di assassini noti come le “ghigliottine”, nome derivato dalla particolare arma di cui erano maestri. Durante una missione per catturare un pericoloso fuorilegge, finiscono invischiati in macchinazioni di corte atte ad eliminarli in vista di un importante rinnovamento dell' impero. Nonostante l' inizio puramente action, dove però ralenty e computer grafica coprono una evidente incapacità a girare certe scene, la speranza che il film prosegua su quella strada, e magari vedere ancora in azione le ghigliottine, lascia tristemente con l' amaro in bocca. The Guillotines è un film che, al racconto epico promesso, preferisce la pedanteria di intrighi di palazzo e personaggi dalla lacrima facile capaci solo di morire in maniera ridicola. Un totale spreco di costumi e scenografie.
IP MAN – THE FINAL FIGHT
Regia di Herman Yau
La stagione cinematografica di Ip Man sembra ben lontana dal concludersi. Dopo i due film diretti da Wilson Ip (un terzo è già in cantiere) e The Grandmaster di Wong Kar Wai, la vita del Maestro Ip (interpretato questa volta dal grande Anthony Wong) arriva nelle mani esperte di Herman Yau, già regista di Ip Man – The Legend is Born. Ambientato nel periodo che va dal suo trasferimento ad Hong Kong fino alla sua morte nei primi anni '70, Ip Man – the Final Fight vede il Gran Maestro, testimone delle difficoltà sociali dell' epoca, accogliere i suoi primi allievi, confrontarsi con altre scuole rivali e con le triadi della “città murata” di Kowloon. Rispetto ai film di Wilson Ip, maggiormente votati all' azione, alle arti marziali ma limitati nella rappresentazione macchiettistica delle controparti giapponesi e inglesi, il film di Herman Yau si concentra sull' aspetto biografico utilizzando la voce fuori campo del figlio per introdurre i vari episodi della sua vita. Questo non significa però che si rinuncia a mostrare il Wing Chun in tutta la sua splendida e precisa eleganza: se tanto è stato fatto per la ricostruzione storica dell' epoca, altrettanto impegno è stato messo nelle sequenze di combattimento, coreografie che si possono contare sulle dita di una mano ma valgono sempre l' attesa, come il lungo duello finale. Insomma, anche Herman Yau è riuscito a celebrare con successo una delle figure più importanti del kung fu e della storia cinese recente.
THE COMPLEX
Regia di Hideo Nakata
The Complex non segna solo il ritorno in patria di Hideo Nakata ma anche la definitiva conferma che ci siamo giocati uno dei maestri dell' horror nipponico degli anni novanta. Nakata infatti, insieme a Takashi Shimitzu e pochi altri, aveva scritto una delle pagine fondamentali del genere grazie a pellicole come The Ring (e relativo seguito) e Dark Water. Le tentazioni americane (il remake di Ring 2 e l' insulso Chatroom) e progetti di dubbia utilità (L Change The World) erano già dei brutti presagi che forse ci eravamo sforzati di ignorare. The Complex ci porta però alla cruda realtà dove un genere in agonia sta trascinando a fondo un regista che meriterebbe ben altra fine. Eppure la pochezza della sua ultima “fatica”, dove una ragazza va a vivere in un condominio infestato da spiriti pieni di rancore verso i vivi, non lascia spazio ad appelli di qualsiasi tipo soprattutto quando ad una trama dai risvolti telefonati si uniscono attori dalla dubbia espressività e gli immancabili scivoloni nel ridicolo. Del vecchio Nakata rimane solo l' associazione acqua – regno dei morti, mentre il resto è il nulla quasi assoluto.
Monday, May 20, 2013
CONFESSIONS su I-FILMSonline
"And if I'm gonna talk
I just want to talk
Please don't interrupt
Just sit back and listen"
Radiohead - Last Flowers
Un' insegnante parla alla sua classe, tono pacato ma deciso nonostante l' indifferenza generale. L' attenzione non è importante al momento perché quella arriverà insieme alle sue parole, in un modo o nell' altro: lei é Yuko Moriguchi (la bravissima Takako Matsu) e quello sarà il suo ultimo giorno di insegnamento ma non se ne andrà senza aver messo i colpevoli della morte di sua figlia di fronte alla loro responsabilità, colpevoli che sono li in quella classe inconsapevoli del fatto che lei ha già messo in moto la sua atroce vendetta. Si apre così Confessions di Tetsuya Nakashima, con una lunga sequenza che costituisce il principale raccordo narrativo del film ma anche quello tematico. Come in Kamikaze Girls e Memories of Matsuko quello che si percepisce dai protagonisti è un profondo senso di inadeguatezza verso una società che nasconde le sue falle dietro un muro di regole etiche e morali fini a se stesse. Ma dove nei film precedenti questo veniva filtrato anche da uno stile visivo particolarmente colorato, qui tutto ci arriva in maniera diretta attraverso una fotografia fredda che restituisce atmosfere plumbee e soffocanti. Nakashima, adattando per lo schermo il romanzo di Kanae Minato, non si limita a rimanere nel sottotesto ma punta il dito in un atto d' accusa che non lascia spazio ad equivoci nel mostrare le fratture nel sistema-scuola, nel sistema-famiglia, nel sistema-giustizia, esponendole come ferite infette stuzzicate da un torturatore impietoso. Gli adolescenti di Confessions sono il risultato scientificamente esatto dell' abisso creatosi tra adulti e giovani, tra insegnati e studenti, tra genitori e figli, tra legge e giustizia, che ha trasformato la società civile in una giungla dove vige la legge del più forte, dove i deboli soccombono ai predatori e agli sciacalli. Le cause non diventano automaticamente una giustificazione però, anzi, non sembra ci sia volontà nel film di Nakashima di giustificare chicchessia (perfino la protagonista) ma di fare un ritratto freddo e pessimista di una realtà che non concede la catarsi a nessuno, ne il benché minimo sollievo allo spettatore. Pochi cineasti giapponesi hanno avuto il coraggio di affrontare, o mostrare, senza i patinati stereotipi del cinema commerciale, questa realtà e Nakashima conferma i meriti con i quali si è ritagliato il posto che gli spetta tra i migliori di loro, firmando con Confessions il suo personalissimo capolavoro.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Friday, May 17, 2013
Far East Film Festival 15 - Day 4
LETHAL HOSTAGE
Regia di Cheng Er
Frammentato in quattro capitoli che oscillano tra presente e passato, il film di Cheng Er muove i suoi personaggi nelle regioni di confine tra Cina e Birmania dove il traffico di droga è particolarmente florido. Qui, durante uno scambio finito male, una bambina viene rapita da un trafficante mentre il padre, nel tentativo di riscattarla, viene arrestato e tenuto in prigione per dieci anni. In questo lasso di tempo il trafficante cresce la bambina e, una volta adulta, la sposa sperando di abbandonare insieme a lei la vita criminale. Lethal Hostage è un noir che racconta, oltre ad un sottobosco criminale che prolifera in regioni del mondo particolarmente difficili, anche una redenzione impossibile. Ma a tenere banco è soprattutto l' atipico triangolo che si crea tra i protagonisti, un padre che non può rinunciare all' amore di sua figlia, un criminale che si scopre capace di cambiare grazie a sentimenti che non credeva neanche di poter provare, una donna legata in maniera indissolubile a quello che un tempo era il suo carceriere. Cheng Er dirige un film dalle tinte forti riducendo al minimo i dialoghi e lasciando che siano i volti dei personaggi a raccontare una storia difficile ma apprezzabile su più livelli.
NEW WORLD
Regia di Park Hoon-jung
Portare sullo schermo una storia di gangster rappresenta sempre un rischio concreto soprattutto in un mercato congestionato come quello sud coreano. Ma per fortuna ci sono delle importanti eccezioni, rappresentate da quegli autori in grado di tirare fuori il meglio anche da soggetti non proprio nuovissimi. E' il caso di Park Hoon-jung, fervida penna dietro film come I Saw The Devil e The Unjust, che in questo caso scrive e dirige questo intenso dramma gangster, New World. Il titolo nasce dall'operazione di polizia messa in atto per scatenare gli uni contro gli altri i successori di un gruppo criminale a seguito della morte del loro boss. Lo scopo delle forze dell' ordine è quello di favorire, anche con l' aiuto di alcuni infiltrati tra cui il protagonista Ja-sung, un terzo e più controllabile candidato. New World non è certo un action (nonostante l' esaltante scena di combattimento all' arma bianca girato in un affollato garage ed in un ascensore) ma è talmente ben scritto da tenere lo spettatore attaccato allo schermo nel seguire questa feroce lotta per il potere dove si fa davvero difficile distinguere buoni e cattivi. Park Hoon-jung dice di essersi ispirato a film come Il Padrino, e si vede soprattutto nella resa dei conti finale, ma il suo New World sopravvive a questi pesanti paragoni e brilla con orgoglio di luce propria.
KEY OF LIFE
Regia di Uchida Kenji
Un giovane attore, Sakurada, squattrinato e senza prospettive, si reca ai bagni pubblici dopo aver tentato inutilmente il suicidio. Qui assiste all'incidente di un uomo, Kondo, che dopo aver sbattuto violentemente la testa perde la memoria. Il ragazzo approfitta della situazione per mettere in scena uno scambio d' identità ma la situazione si complica quando scopre che l' uomo è un assassino a pagamento. La chiave del titolo, che apre a Sakurada nuove prospettive e così a Kondo, incluso l' amore per una bella redattrice, tanto fisica che figurata, rappresenta le seconde possibilità che la vita ci pone davanti, la cui realizzazione non è garantita senza un minimo sforzo per sostenerle. Uchida Kenji mette tutto questo in chiave di commedia con tanto di inevitabili equivoci, situazioni paradossali ed omicidi. Il film risulta insomma piacevole e divertente anche se eccessivamente “diluito”. Qualcuno dovrebbe dire ai registi giapponesi che non è un obbligo far durare un film due ore.
Regia di Cheng Er
Frammentato in quattro capitoli che oscillano tra presente e passato, il film di Cheng Er muove i suoi personaggi nelle regioni di confine tra Cina e Birmania dove il traffico di droga è particolarmente florido. Qui, durante uno scambio finito male, una bambina viene rapita da un trafficante mentre il padre, nel tentativo di riscattarla, viene arrestato e tenuto in prigione per dieci anni. In questo lasso di tempo il trafficante cresce la bambina e, una volta adulta, la sposa sperando di abbandonare insieme a lei la vita criminale. Lethal Hostage è un noir che racconta, oltre ad un sottobosco criminale che prolifera in regioni del mondo particolarmente difficili, anche una redenzione impossibile. Ma a tenere banco è soprattutto l' atipico triangolo che si crea tra i protagonisti, un padre che non può rinunciare all' amore di sua figlia, un criminale che si scopre capace di cambiare grazie a sentimenti che non credeva neanche di poter provare, una donna legata in maniera indissolubile a quello che un tempo era il suo carceriere. Cheng Er dirige un film dalle tinte forti riducendo al minimo i dialoghi e lasciando che siano i volti dei personaggi a raccontare una storia difficile ma apprezzabile su più livelli.
NEW WORLD
Regia di Park Hoon-jung
Portare sullo schermo una storia di gangster rappresenta sempre un rischio concreto soprattutto in un mercato congestionato come quello sud coreano. Ma per fortuna ci sono delle importanti eccezioni, rappresentate da quegli autori in grado di tirare fuori il meglio anche da soggetti non proprio nuovissimi. E' il caso di Park Hoon-jung, fervida penna dietro film come I Saw The Devil e The Unjust, che in questo caso scrive e dirige questo intenso dramma gangster, New World. Il titolo nasce dall'operazione di polizia messa in atto per scatenare gli uni contro gli altri i successori di un gruppo criminale a seguito della morte del loro boss. Lo scopo delle forze dell' ordine è quello di favorire, anche con l' aiuto di alcuni infiltrati tra cui il protagonista Ja-sung, un terzo e più controllabile candidato. New World non è certo un action (nonostante l' esaltante scena di combattimento all' arma bianca girato in un affollato garage ed in un ascensore) ma è talmente ben scritto da tenere lo spettatore attaccato allo schermo nel seguire questa feroce lotta per il potere dove si fa davvero difficile distinguere buoni e cattivi. Park Hoon-jung dice di essersi ispirato a film come Il Padrino, e si vede soprattutto nella resa dei conti finale, ma il suo New World sopravvive a questi pesanti paragoni e brilla con orgoglio di luce propria.
KEY OF LIFE
Regia di Uchida Kenji
Un giovane attore, Sakurada, squattrinato e senza prospettive, si reca ai bagni pubblici dopo aver tentato inutilmente il suicidio. Qui assiste all'incidente di un uomo, Kondo, che dopo aver sbattuto violentemente la testa perde la memoria. Il ragazzo approfitta della situazione per mettere in scena uno scambio d' identità ma la situazione si complica quando scopre che l' uomo è un assassino a pagamento. La chiave del titolo, che apre a Sakurada nuove prospettive e così a Kondo, incluso l' amore per una bella redattrice, tanto fisica che figurata, rappresenta le seconde possibilità che la vita ci pone davanti, la cui realizzazione non è garantita senza un minimo sforzo per sostenerle. Uchida Kenji mette tutto questo in chiave di commedia con tanto di inevitabili equivoci, situazioni paradossali ed omicidi. Il film risulta insomma piacevole e divertente anche se eccessivamente “diluito”. Qualcuno dovrebbe dire ai registi giapponesi che non è un obbligo far durare un film due ore.
Wednesday, May 15, 2013
PRINCESS MONONOKE su I-FILMSonline
Il rapporto fra uomo e natura ha da sempre rappresentato uno dei temi cardine dello Studio Ghibli che ne ha raccontato ed illustrato come i primi siano la principale causa destabilizzante di un equilibrio già di per se precario. Come efficacemente raccontato in Pom Poko di Isao Takahata, l' iniziale timore reverenziale dell' uomo verso la natura, alimentato da credenze e superstizioni, ha ceduto il passo al desiderio di espandersi e di conquista, trasformando la necessità in avidità. Anche se non ambientato nei giorni nostri, Princess Mononoke ha parecchi punti in comune con il film di Takahata e porta il conflitto ai suoi albori, negli anni in cui il Giappone entrava nell' Età del Ferro trasformando un rapporto di simbiosi in una lotta per la sopravvivenza. Attingendo ai territori della Leggenda, le foreste rappresentate nel film sono popolate da spiriti e divinità dalle sembianze di giganteschi animali, ultimi Guardiani contro l' espansione dell' uomo che, per alimentare le sue fornaci, non si fa scrupolo nel procurarsi la materia prima "aggredendo" una natura fino ad allora incontaminata. Impossibile semplificare questo scontro in una lotta tra il bene ed il male, in quanto Miyazaki identifica le due parti in causa attraverso due personaggi femminili che, rifuggendo qualsiasi retorica, sono definite in maniera complessa e articolata: sia San che Eboshi combattono per una causa in cui credono ciecamente e non si fanno scrupolo ad uccidere per difenderla. Tra di loro si pone Ashitaka, ultimo principe di un'antica stirpe di uomini, costretto da una maledizione ad abbandonare il suo villaggio per scoprire la natura del male che affligge lui ed il mondo, osservando quel che accade "con occhi non velati dall' odio". É proprio da qui che Miyazaki sviluppa la riflessione piú importante ed urgente del suo film identificando proprio nell' odio, non tanto l' origine dei conflitti, quanto la materia attraverso la quale questi si autoalimentano, in un ciclo infinito dove il sangue richiama irrimediabilmente altro sangue. Nonostante una chiusura (parzialmente) positiva e consolatoria, Princess Mononoke si distingue per una rappresentazione esplicita della violenza, che non arriva ad essere disturbante ma é certamente una rarità nel cinema del Maestro giapponese, parte integrante di un gioco di contrasti che rappresentano visivamente e tematicamente una delle pellicole più adulte, complesse e riuscite di Miyazaki.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Monday, May 13, 2013
Far East Film Festival 15 - Day 3
G'MOR EVIAN!
Regia di Yamamoto Toru
E se la più matura in famiglia fosse la teenager? Da questo punto di partenza si sviluppa la simpatica commedia di Yamamoto Toru, dove la quindicenne Hatsuki si trova ad affrontare i momenti più difficili della sua età (incluse le decisioni riguardanti il suo futuro) mentre il resto della sua famiglia, una madre molto presa dal lavoro ed un patrigno ex punk rocker, affronta la quotidianità con disinvolta leggerezza. Quello di Yamamoto sembra il più classico dei “coming of age” movie dove le dinamiche vengono ribaltate mettendo anche gli adulti difronte all' accettazione di scelte mature e responsabili da tempo rimandate. Naturalmente poi tutti i ruoli si ristabiliscono e si ritorna su territori convenzionali ma la freschezza della narrazione ed un umorismo leggero e mai invadente rimangono dei validi motivi di pregio per una commedia che avrebbe meritato magari un finale meno spiegato e lacrimevole ma di cui si apprezza l' indomita anima punk.
WILL YOU STILL LOVE ME TOMORROW?
Regia di Arvin Chen
L' amore può essere una cosa meravigliosa ma anche una letale arma a doppio taglio quando non si è in grado di essere sinceri neanche con se stessi. E' quello di cui diventano loro malgrado consapevoli Weichung e sua sorella Mandy: il primo mette in crisi il suo matrimonio dopo un incontro fortuito con un assistente di volo, la seconda lascia il fidanzato a poche settimane dalle nozze presa dal panico dalla prospettiva della monotonia della vita matrimoniale. Quel che stupisce da subito nel film di Arvin Chen è il modo leggero e sincero con il quale si racconta l' amore e le sue contraddizioni, mentre mette i suoi personaggi di fronte alla scoperta (o riscoperta) di cosa significa amare veramente qualcuno senza rinunciare a priori alla propria felicità. E con lo stesso piglio si parla anche di omosessualità, infedeltà, egoismo, senza mai scadere nel patetico o nello scontato ma anzi, legando il tutto con un piacevole tocco surreale che rappresenta quasi il fiore all' occhiello di questo piccolo e pregevole film.
ALL ABOUT MY WIFE
Regia di Min Kyu-dong
Doo-hyun si è sposato perchè realmente innamorato. Ma adesso l' amore della sua vita è diventato ossessivo, possessivo ed invadente al limite del maniacale, tanto da rendere la sua vita un vero inferno. Dopo aver tentato e fallito un allontanamento per motivi di lavoro, la disperazione di Doo-hyun lo porta ad assoldare un Casanova affinchè seduca sua moglie e sia lei, alla fine, a prendere la decisione che lui non ha il coraggio di prendere. All About My Wife esplora, con fare divertito e tagliente, le complesse dinamiche di coppia, l' amore che diventa consuetudine, la comprensione che diventa reciproca sopportazione ed infine intolleranza. Un' evoluzione dei sentimenti veicolata dall' egoismo e dall' incapacità di capire il proprio compagno o compagna. Il film di Min Kyu-dong lavora sui personaggi invertendone i ruoli in maniera convincente ma risulta comunque essere fin troppo sbilanciato: ad un inizio intriso di una verve comica irresistibile, la pellicola perde lentamente il suo smalto fino a ridursi ad una scontata commedia sentimentale. E' forse per questo motivo che, il volersi rifare furbescamente sui titoli di coda, fa storcere ancora di più il naso per quella che sembra un' occasione mancata.
MARUYAMA, THE MIDDLE SCHOOLER
Regia di Kudo Kankuro
Non c'è niente come la fervida immaginazione di un bambino e, quella di Maruyama, è sempre stata particolarmente sviluppata. Al raggiungimento dei quattordici anni però, il suo irrefrenabile fantasticare, viene veicolato dai pruriti della pubertà al punto da dedicare tutto se stesso a pesanti e continui allenamenti per il raggiungimento di un unico obiettivo: riuscire in una clamorosa auto-fellatio. Seconda delle tre anteprime mondiali presenti al FEFF, Maruyama The Middle Schooler è il folle viaggio nella mente di un adolescente le cui fantasie, per quanto scaturiscano dai suoi tentativi di rendere la spina dorsale elastica e flessibile, sono piuttosto comuni in un età dove il sesso è un mistero tutto da svelare. Ma il regista Kudo Kentaro non si limita a quello trasformando la piatta vita di un super condominio nel teatro di misteriosi omicidi, nei quali il giovane Murayama viene irrimediabilmente coinvolto, ed arrivando, in un continuo crescendo, a sublimare realtà e fantasia tanto da renderne impossibile la distinzione. Colorato, esilarante e (apparentemente) privo di controllo, il cinema giapponese che più ci piace.
Regia di Yamamoto Toru
E se la più matura in famiglia fosse la teenager? Da questo punto di partenza si sviluppa la simpatica commedia di Yamamoto Toru, dove la quindicenne Hatsuki si trova ad affrontare i momenti più difficili della sua età (incluse le decisioni riguardanti il suo futuro) mentre il resto della sua famiglia, una madre molto presa dal lavoro ed un patrigno ex punk rocker, affronta la quotidianità con disinvolta leggerezza. Quello di Yamamoto sembra il più classico dei “coming of age” movie dove le dinamiche vengono ribaltate mettendo anche gli adulti difronte all' accettazione di scelte mature e responsabili da tempo rimandate. Naturalmente poi tutti i ruoli si ristabiliscono e si ritorna su territori convenzionali ma la freschezza della narrazione ed un umorismo leggero e mai invadente rimangono dei validi motivi di pregio per una commedia che avrebbe meritato magari un finale meno spiegato e lacrimevole ma di cui si apprezza l' indomita anima punk.
WILL YOU STILL LOVE ME TOMORROW?
Regia di Arvin Chen
L' amore può essere una cosa meravigliosa ma anche una letale arma a doppio taglio quando non si è in grado di essere sinceri neanche con se stessi. E' quello di cui diventano loro malgrado consapevoli Weichung e sua sorella Mandy: il primo mette in crisi il suo matrimonio dopo un incontro fortuito con un assistente di volo, la seconda lascia il fidanzato a poche settimane dalle nozze presa dal panico dalla prospettiva della monotonia della vita matrimoniale. Quel che stupisce da subito nel film di Arvin Chen è il modo leggero e sincero con il quale si racconta l' amore e le sue contraddizioni, mentre mette i suoi personaggi di fronte alla scoperta (o riscoperta) di cosa significa amare veramente qualcuno senza rinunciare a priori alla propria felicità. E con lo stesso piglio si parla anche di omosessualità, infedeltà, egoismo, senza mai scadere nel patetico o nello scontato ma anzi, legando il tutto con un piacevole tocco surreale che rappresenta quasi il fiore all' occhiello di questo piccolo e pregevole film.
ALL ABOUT MY WIFE
Regia di Min Kyu-dong
Doo-hyun si è sposato perchè realmente innamorato. Ma adesso l' amore della sua vita è diventato ossessivo, possessivo ed invadente al limite del maniacale, tanto da rendere la sua vita un vero inferno. Dopo aver tentato e fallito un allontanamento per motivi di lavoro, la disperazione di Doo-hyun lo porta ad assoldare un Casanova affinchè seduca sua moglie e sia lei, alla fine, a prendere la decisione che lui non ha il coraggio di prendere. All About My Wife esplora, con fare divertito e tagliente, le complesse dinamiche di coppia, l' amore che diventa consuetudine, la comprensione che diventa reciproca sopportazione ed infine intolleranza. Un' evoluzione dei sentimenti veicolata dall' egoismo e dall' incapacità di capire il proprio compagno o compagna. Il film di Min Kyu-dong lavora sui personaggi invertendone i ruoli in maniera convincente ma risulta comunque essere fin troppo sbilanciato: ad un inizio intriso di una verve comica irresistibile, la pellicola perde lentamente il suo smalto fino a ridursi ad una scontata commedia sentimentale. E' forse per questo motivo che, il volersi rifare furbescamente sui titoli di coda, fa storcere ancora di più il naso per quella che sembra un' occasione mancata.
MARUYAMA, THE MIDDLE SCHOOLER
Regia di Kudo Kankuro
Non c'è niente come la fervida immaginazione di un bambino e, quella di Maruyama, è sempre stata particolarmente sviluppata. Al raggiungimento dei quattordici anni però, il suo irrefrenabile fantasticare, viene veicolato dai pruriti della pubertà al punto da dedicare tutto se stesso a pesanti e continui allenamenti per il raggiungimento di un unico obiettivo: riuscire in una clamorosa auto-fellatio. Seconda delle tre anteprime mondiali presenti al FEFF, Maruyama The Middle Schooler è il folle viaggio nella mente di un adolescente le cui fantasie, per quanto scaturiscano dai suoi tentativi di rendere la spina dorsale elastica e flessibile, sono piuttosto comuni in un età dove il sesso è un mistero tutto da svelare. Ma il regista Kudo Kentaro non si limita a quello trasformando la piatta vita di un super condominio nel teatro di misteriosi omicidi, nei quali il giovane Murayama viene irrimediabilmente coinvolto, ed arrivando, in un continuo crescendo, a sublimare realtà e fantasia tanto da renderne impossibile la distinzione. Colorato, esilarante e (apparentemente) privo di controllo, il cinema giapponese che più ci piace.
Wednesday, May 08, 2013
KIKI CONSEGNE A DOMICILIO su I-FILMSonline
Ad un anno dall' uscita del film che sarebbe poi diventato il simbolo dello Studio Ghibli, Il Mio Vicino Totoro, Miyazaki torna nelle sale giapponesi (si parla del 1989) con un nuovo lungometraggio animato che, come il precedente, miscela tematiche ed elementi fantasy con altri decisamente radicati nel reale. Ma mentre Totoro si prefiggeva di fare un ritratto universale e toccante dell' infanzia, con Kiki Consegne a Domicilio ci si sofferma sull' adolescenza come fase fondamentale di passaggio verso l' età adulta. La protagonista, Kiki, è una tredicenne con interessi e sogni non certo dissimili a quelli delle sue coetanee. Ma a differenza delle altre ragazze della sua età, Kiki è una strega che si prepara a lasciare la propria casa per affrontare un tirocinio lungo un anno nel quale dovrà stabilirsi in una nuova città per trovare la sua "specializzazione" nelle arti magiche. Accompagnata dall' inseparabile gatto nero Jiji, la giovane incontrerà non pochi ostacoli nel suo percorso, non ultimi la caoticità della vita di città o la diffidenza iniziale dei suoi abitanti, che supererà grazie a quelle persone che, affascinate dalla sua magia, l' aiuteranno a mettere in piedi un' attività di consegne a domicilio. Partendo da un romanzo di Eiko Kadono, Miyazaki tratteggia un personaggio che, pur appartenendo alla sfera del fantastico, risulta credibile, sfaccettato e tridimensionale grazie anche alle contraddizioni che caratterizzano un' età così particolare come l' adolescenza: così, ad una Kiki decisa a partire il prima possibile verso la sua nuova vita, fa da contrappeso quel desiderio di essere presa in braccio dal padre come quando era piccola; alle nuove responsabilità imposte dal suo anno di tirocinio si contrappongono desideri (anche materiali) di una tredicenne come tutte le altre. Nel raccontare una protagonista che, nella sua complessità non è certo impossibile riconoscersi o affezionarsi, Miyazaki non trascura il mondo in cui la ragazza si muove ed il microcosmo che ci gravita dentro, fatto di piccoli personaggi minori alcuni dei quali rappresentativi delle passioni del loro creatore (il giovane Tombo appassionato di aerei, ad esempio). Le ambientazioni tipicamente giapponesi di Totoro, cedono il passo a panorami e architetture di ispirazione europea, città che si affacciano sul mare, scorci che possiamo immaginare sulle coste atlantiche o mediterranee. Kiki Consegne a Domicilio è la somma di tutti questi elementi e quindi l' ennesima sintesi perfetta di un cinema che, accompagnato dalla sospensione dell' incredulità tipica dell' animazione, porta dritto allo spettatore la forza di una poetica unica e inconfondibile.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
Recensione già pubblicata su I-FILMSonline.
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