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Monday, June 28, 2010

Far East Film Festival 12 - In Pictures - Parte 2

Secondo ed ultimo post fotografico sul FEFF che chiude anche l' argomento festivaliero almeno (si spera!) per quest' anno. Godetevi un po' di facce da FEFF adesso e... alla prossima!!!






Il mio editor verifica i miei mini articoli sui film appena visti ^__*

La nostra vicinanza comincia ad avere effetti nefasti su Tob ^__*



Rosuen se la ride sul trono ^__^

Il grandissimo e simpaticissimo Chapman To!!!

Accrediti mica da ridere ^__*

La foto di gruppo (ormai divenuta rito immancabile) dei blogger! Da sinistra Tob, Chimy, il sottoscritto e Para...troppo belli per un solo festival ^__^ (manca Rob purtroppo ma vedremo di recuperare il prossimo anno!)

L' ultima foto di gruppo...manca davvero solo il pallone e qualcuno che regga il gagliardetto ^__*

NOTE A MARGINE: salvo diversa indicazione, tutte le foto sono mie esclusa la prima scattata dal gentilissimo Giando.

Monday, June 21, 2010

Far East Film Festival 12 - In Pictures - Parte 1

Inizia qui il primo dei due resoconti (o riassunti) fotografici della trasferta udinese per la 12^ edizione del FEFF, post che chiuderanno l'argomento lasciando bei ricordi e tanta nostalgia. Ricordandovi che il set completo di foto verrà pubblicato sul mio profilo di Facebook, andiamo a cominciare:

SI PARTE!



IN VIAGGIO...



A UDINE



Guendalona!!!

Il maestro Johnnie To durante l' incontro con i giornalisti prima della presentazione del suo ultimo film "Vendicami"

TRACCE DI FEFF PER LE VIE DI UDINE






IL TEATRO


Il mio bel posticino ^__^

Si comincia!!!

Wednesday, June 16, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 9

QUICK, QUICK, SLOW
Regia di Ye Kai

Girato in digitale con uno stile minimalista che si divide fra fiction e documentario, il film del giovane regista cinese Ye Kai è un omaggio a tutte le persone della generazione che durante la rivoluzione culturale abbandonarono le loro case per trasferirsi nelle regioni periferiche a lavorare nei campi e via dicendo, nell' ottica di fare tutte le esperienze necessarie per una nazione come la nuova Cina. Una generazione che ha fatto la storia ma che ora sembra dimenticata. Mentre sullo schermo scorrono le interviste delle persone che abbandonarono la loro vita per l'ideale “rivoluzionario” conosciamo i personaggi del film, un gruppo di ultra cinquantenni desiderosi di lasciare un' altro segno della loro esistenza partecipando alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Pechino del 2008. Forse fin troppo asciutto nella forma con delle derive comico/demenziali un po' fuori luogo ma decisamente pieno per quanto riguarda i contenuti.

OH, MY BUDDHA
Regia di Taguchi Tomorowo

La “coming of age” comedy giapponese ha vissuto periodi migliori e Oh My Buddha non aiuta certo a risollevarne le sorti. Nelle vicende di Jun giovane che sogna la ragazza perfetta perfetta e spera di trovare il “free sex” in un ostello della gioventù in una remota isola giapponese, c'è veramente poco che non si sia già visto e detto in maniera decisamente più convincente. Eppure a dispetto di una sicura bocciatura, c'è da dire che alcuni elementi del film di Taguchi funzionano bene: insomma, l'estate magica che porta cambiamenti, la scoperta della sessualità attraverso le trasparenze nei vestiti femminili, la presa di coscienza della differenza tra amore romantico e fisico, sono tutti cose che riescono sempre a fare presa anche se dette e ridette. Anche il contesto storico scelto, i primi anni '70, danno alla storia una bella atmosfera tra vinili, Bob Dylan, hyppie e voglia di libertà. Si ride anche, ma sono risate già fatte per cose già sentite, cambia la copertina ma il libro è sempre lo stesso e sono limiti che inchiodano la pellicola all' insufficienza.

IP MAN 2
Regia di Wilson Yip

Il secondo grande colpaccio del FEFF è certamente l'anteprima internazionale di Ip Man 2. A due giorni dall' uscita in patria anche il pubblico di Udine ha avuto la fortuna di godersi sullo schermone del Teatro Nuovo le gesta del maestro Wing Chun Ip Man. Le vicende prendono piede dopo la rocambolesca fuga di Ip dal Foshan. Trasferitosi ad Hong Kong decide di aprire una scuola di arti marziali ma tra l'affitto da pagare, l'ostilità delle altre scuole e la rivalità con i colonizzatori britannici, la vita non è facile. Come il precedente film anche in questo non ci troviamo di fronte ad una vera e propria pellicola biografica ma ad una versione romanzata degli eventi che, come nel primo Ip Man, riportava tutto ad una semplificazione estreme delle parti in lotta tra di loro che si traduce in uno scontro, non solo culturale, dove i cinesi sono un popolo unito e solidale, e gli inglesi sono sbruffoni e prepotenti. Ma di questo poco ci importa alla fine, perchè quello che si vuole da questo film è il puro spettacolo che giustamente ci si aspetta. “Squadra che vince non si cambia” ed anche in questo caso è più che corretto: Wilson Yip alla regia e Sammo Hung alle coreografie garantiscono quell' esaltazione che nasce spontanea dai combattimenti, sempre attentamente coreografati che, da duelli uno contro uno, vedono il nostro Ip fronteggiare decine di uomini armati. Il carisma e l'agilità di Donny Yen e di Sammo Hung, che qui si ritaglia una parte tutta per lui, fanno il resto. Un film godibilissimo per gli appassionati ed anche per gli altri a patto che si sia disposti ad accettare i limiti poco sopra elencati.

Tuesday, June 08, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 8

HEAR ME
Regia di Cheng Fen-Fen

Dopo il convincente gangster movie Monga, il secondo ed ultimo film taiwanaese inserito nel programma del FEFF è una commedia romantica che racconta la storia d'amore tra un giovane ragazzo delle consegne e una ragazza sordomuta. Il tutto farebbe pensare a “A Scene to the Sea” di Kitano ma il film della regista taiwanese Cheng Fen-Fen ha degli intenti ed un' approccio all materia molto più "easy". Che poi, a parte dire che lui è il classico romanticone generoso e pronto a tutto che poi rimane scottato, e lei è troppo presa dalle responsabilità per pensare di coronare qulasivoglia sogno d'amore, poco altro si può aggiungere sul film per evitare di rovinare il simpatico ma prevedibile equivoco su cui si basa tutta la vicenda. Il resto è abbastanza risaputo, il film si muove su percorsi sicuri e già abbondantemente battuti da altri film di questo genere che tra lacrime, risate e colonna sonora molto orecchiabile e furbetta, ha tutte le carte in regola per il classico successo commerciale. Dall' altra parte però, i lunghi dialoghi portati avanti unicamente con il linguaggio dei segni, appare una scelta coraggiosa, controcorrente ma assolutamente apprezzabile e coerente.

IDENTITY
Regia di Aria Kusumadewa

Escludendo le cinematografie asiatiche più importanti, quella indonesiana si sta dimostrando certamente una delle più coraggiose e sperimentali. Certo, sicuramente acerba ed imperfetta ma le potenzialità ci sono ed il film Identity, incentrato su di un uomo solitario che lavora nella morgue di un ospedale e che come hobby colleziona le targhette con i nomi dei cadaveri, ne è una dimostrazione. Pervaso di un umorismo quasi grottesco, il film di Aria Kusumadewa è soprattutto una critica politica e sociale, uno sguardo inquietante ai gradini più bassi della società, riassunto in un brillante e lungo pianosequenza in cui assistiamo agli orrori di cui sono testimoni e vittime i pazienti dell' ospedale dove il protagonista, Adam, lavora. La sua particolare collezione è quasi una missione per salvaguardare ciò che i più poveri o i più sfortunati rischiano di perdere dopo la morte, la propria identità: senza un nome non sono altro che carne da macello. In tutto questo, il voler proteggere a tutti i costi il corpo della bella e giovanissima prostituta da lui ribatezzata Eva, assume un significato ancora più profondo e toccante. Che si questa la vera sorpresa del FEFF?

BODYGUARDS AND ASSASSINS
Regia di Teddy Chen

Nei primi del '900 i sostenitori della dinastia Quing cercano di assassinare l'esiliato Sun Yan-set intenzionato a muovere una rivoluzione destinata ad unificare tutta la Cina. Un gruppo rivoluzionario si adopera allora per fare qualsiasi cosa pur di proteggerlo. Bodyguards and Assassins è una mega produzione divisa tra Cina e Hong Kong alla quale il regista Teddy Chen lavora da quasi dieci anni per poterla portare sul grande schermo. Un lavoro di proporzioni colossali per quello che che sembra a tutti gli effetti un kolossal fin dalle prima immagini dove è possibile ammirare la cura riposta nelle scenografie per ricostruire in studio Hong Kong. Bodygurads and Assassins è un film storico, narra di aventi realmente accaduti, di persone realmente esistite ma naturalmente il tutto filtrato attraverso l'ottica del più classico film action di arti marziali. Il film di Teddy Chen ha infatti due anime che in fase di sceneggiatura si è deciso di tenere ben distinte e saparate. La prima parte è sicuramente quella narrativa, destinata ad inquadrare storicamente gli avvenimenti che ci vengono mostrati e la preparazione all' arrivo di Sun ad Hong Kong. Quasi un conto alla rovescia per la seconda parte, un vero spettacolo, una non stop d'azione e combattimenti (e qui si parla di un' ora buona) che vedono coinvolti volti noti del numeroso cast tra i quali spicca sicuramente la super star Donny Yen. Uno spettacolo (ma non solo) dai tempi dettati con maestria.

BOYS ON THE RUN
Regia di Miura Daisuke

Tanishi coltiva come tanti il classico ideale della relazione sentimentale romantica ma i suoi sogni sono frustrati dalla sua passione incontrollabile per pornografia e derivati. Anche con Chiharu, la collega con la quale sembra posa nascere qualcosa, il rapporto è minato dal suo essere erotomane compulsivo. Quello che troviamo in Boys on the Run è un ritratto piuttosto fedele di uno dei molteplici aspetti della società giapponese questa volta incarnato nel personaggio di Tanishi, perdente, onanista le cui prospettive per il futuro non vanno oltre il vivere giorno per giorno. Una visione cinica e misogina che non lascia spiragli ad un ribaltone, a quella rivoluzione alla quale il protagonista aspira ma che non andrà oltre un tentativo (alla Taxi Driver scorsesiano) miseramente fallito. Una commedia che all' inizio diverte in maniera piuttosto elementare fino a sostituire le risate con un retrogusto amaro perchè in fondo Tanishi sarà anche un "loser" ma non si può fare a meno di simpatizzare con lui.

Wednesday, June 02, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 7

THE LEGEND IS ALIVE
Regia di Luu Huynh

Long è un ragazzo ritardato addestrato fin da piccolo nelle arti marziali e cresciuto dalla madre nella convinzione di essere il figlio di Bruce Lee. Alla morte di quest' ultima decide di portarne le ceneri fino in America perché riposi vicino al padre. La storia del ragazzo con disabilità mentali che impara a combattere fa pensare direttamente a Chocolate di Prachya Pinkaew ma il regista Luu Huynh non possiede di certo il talento e l'estro del collega tailendese così come l'attore protagonista non ha l'abilità ed il fascino di Jeeja Janin. Le sequenze d'azione infatti, oltre ad essere davvero poche, sono coreografate davvero male preferendo, alla velocità e alla fluidità nel montaggio, un uso davvero inutile e castrante di ralenty ed altri effetti innominabili. Ma il film non è tutto da buttare e a fronte di una insufficiente parte ludica (dove per ludica sin intende guardare la gente che se le da di santa ragione) c'è una sceneggiatura costruita, incredibilmente senza buchi o omissioni madornali, intorno ad un rapporto madre-figlio forte e toccante dove l'insegnamento delle arti marziali diventa scuola di vita fondamentale per un ragazzo destinato fin dalla nascita ai gradini più bassi della società. Chi si aspetta un film d'azione meglio che stia alla larga.

RUNNING TURTLE
Regia di YeonWwoo-lee

Una borsa contenente i soldi di una scommessa vinta unisce i destini del Detective Cho Phil-sung e del fuggitivo Song Ki-tae. Il primo è sempre al verde messo sotto pressione dalla moglie che vorrebbe vivere in un appartamento e non nel negozio di fumetti che gestisce. Sospeso per aver quasi ucciso un pappone, decide di uscire dal baratro in cui sta precipitando con un azzardo rischiosissimo, puntando tutti i risparmi della famiglia in un combattimento tra tori. Il secondo invece è un evaso, ricercato e inafferrabile, diventato un personaggio di culto su internet dopo che una telecamera di sorveglianza lo riprende mentre mette fuori combattimento cinque esperti di arti marziali. La borsa con i soldi rappresenta per Cho la possibilità di riscattarsi come marito e come padre mentre per il secondo un aiuto non da poco per fuggire dal paese. L' inizio frammentario quasi da film corale, tradisce la vera natura del film, una tragicommedia incentrata quasi unicamente sul personaggio di Cho e sulla sua odissea personale per essere l' uomo che vorrebbe essere soprattutto agli occhi della figlia. Un film minore simpaticamente riuscito nonostante un finale un po' furbetto ma che strappa un sincero sorriso.

LA COMEDIE HUMANE
Regia di Hing Kai CHAN / Janet CHUN

Due sicari appena arrivati ad Hong Kong sono costretti a separarsi dandosi appuntamento sul tetto di un palazzo. Il caso vuole che l' incontro non avvenga e che a causa di un mezzo assideramento preso sulla cima dell' edificio, uno dei due venga soccorso e fin troppo amorevolmente curato da un giovane sceneggiatore. Il film della coppia Hing Kai CHAN e Janet CHUN è una dichiarazione d'amore per la commedia in tutte le sue forme, dal buddy movie, alla commedia romantica fino alla parodia (straordinario il modo in ci si prende gioco dei luoghi comuni del gangster movie cantonese). Ma La Comedie Humane è anche un film citazionista squisitamente cinefilo: decine i titoli di film citati nella sequenza in cui il protagonista inventa gli episodi della sua vita, così come sono esilaranti le sue imitazioni dei più famosi attori di Hong Kong. E ancora i cameo dei registi Soi Cheang e Law Wing-cheong che interpretano due finti killer o le parodie dei film di John Woo. Ma è l'attore Chapman To l' anima del film nella maniera in cui da corpo e voce ad un personaggio che sembra veramente uscito da un film e de ad un film che ritorno nelle surreali ultime battute della pellicola.

SECRET REUNION
Regia di Hung Jang

Dopo film importanti come JSA di Park Chan-wook, il cinema coreano torna a trattare la spinosa questione delle relazioni tra Corea del Nord e Corea del Sud nell' opera seconda del regista Hung Jang. Nel fallimentare tentativo di dare la caccia ad un pericoloso killer nord coreano, conosciuto come Shadow, intenzionato ad eliminare i traditori del regime, diversi agenti dell' intelligence sud coreano perdono la vita ed Han-gyu, in capo all' operazione, è costretto a prendersene la responsabilità. Ji-won giovane spia nord coreana, viene considerato responsabile della quasi cattura di Shadow e pertanto costretto all' esilio in terra nemica. Dopo un inizio fulminante e violento, il film rallenta concentrandosi sui due protagonisti, due reietti che da nemici politici finiscono per considerarsi fratelli. Forse proprio da questa relazione nasce la parte più profonda e riflessiva di un film che solo nel finale sbava clamorosamente proponendoci una "reunion" che poteva essere tranquillamente evitata. Sicuramente meno ricco di spunti di riflessione rispetto a Rough Cut ma, insomma, qui il regista coreano comincia a camminare con le sue gambe senza il supporto di Kim ki-duk e se ne possono comunque apprezzare i risultati. Straordinario come sempre l'attore Song Kang-ho.

Friday, May 28, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 6 - HORROR DAY

Vi piacerebbe leggere qui di seguito i film visti in giornata con tanto di locandina, vero?
E invece niente!
Vi accontenterete di queste poche righe perchè a causa di una febbre incredibile che così alta non mi veniva da almeno quindi anni, ho perso tutto l' horror day (senza contare che la sera prima ho perso Gallants!!!). Certo, non è il giorno dove uno si aspetta di vedere chissà quali filmoni, ma meglio il peggior film horror che passare una giornata intera bombardandomi di paracetamolo a fissare il soffitto del B&B.
In fondo questo è un post che non serve a nulla se non a futura memoria di quel giorno infausto...cazzo!

Tuesday, May 25, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 5

BANDAGE
Regia di Kobayashi Takeshi

Arriva subito dopo Zero Focus un altro film giapponese di un certo peso soprattutto per il nome che sta dietro la sceneggiatura e la produzione, Shunji Iwai. Nonostante la regia sia stata affidata all' esordiente Kobayashi Takeshi, si sente la presenza di Iwai, nei toni della storia, nella maniera in cui sono definiti i personaggi, nel modo in cui si esplora con piglio nostalgico il sottobosco musicale indie del Giappone nei primi anni '90, ma soprattutto in alcune particolari sequenze nelle quali è possibile percepire il “tocco” di Iwai, nella maniera in cui le immagini diventano comunicative della sua poetica. Anche la protagonista, Asako, rientra perfettamente tra gli splendidi personaggi femminili partoriti dalla penna di Iwai, determinata ma allo stesso tempo fragile, istaura un rapporto conflittuale con Natsu, leader della band indie Lands della quale diventa fan e poi manager. Un' esperienza di vita che diventa occasione per confrontarsi con se stessi e con i propri limiti. Ma è anche occasione di mostrare i meccanismi che si muovono dietro la nascita delle grandi band o delle importanti hit musicali, meccanismi che il regista kobayashi conosce molto bene essendo anche lui un produttore musicale, un mondo dove la libertà di espressione artistica viene sempre dopo la necessità commerciali. Peccato non aver avuto il coraggio di interrompere il film dopo la sequenza più bella ed emotivamente coinvolgente e non prima dei numerosi e superflui finali che si susseguono prima dei titoli di coda.

THE ACTRESSES
Regia di E. J-yong

Il cinema sud coreano si dimostra ancora una volta quello artisticamente più rilevante e interessante, ed il film di E. J-yong, che torna al FEFF dopo 11 anni, ne è una dimostrazione. La pellicola parte da uno spunto semplicissimo, sei attrici si ritrovano tutte insieme la sera della vigilia di Natale sul set fotografico della rivista Vogue. Le sei attrici interpretano se stesse, sei talenti indiscussi del cinema coreano ma soprattutto sei donne che, riunite insieme colgono l'occasione per un confronto generazionale, per uno scontro diretto con le loro rivali per portare alla luce i capricci dell' essere dive, per mostrare paure e insicurezze, ma soprattutto per raccontare cosa è significato e cosa ancora significhi essere attrici e donne in Corea del Sud, ad essere giudicate per la propria vita privata prima che per le capacità professionali. Certo, si parla comunque di un film basato su di una sceneggiatura ma, mai come in questo caso, e forse proprio grazie al contributo dato dalle splendide protagoniste, il divario trà realtà e finzione va quasi a scomparire. Quasi un' esperimento metacinematografico costruito su dialoghi lunghi sostenuti da riprese traballanti che danno al film un taglio documentaristico e trasmettono l' idea che il regista abbia quasi “rubato” le confidenze delle sei donne. Uno dei film più belli del festival, punto.

THE MESSAGE
Regia di Chen Kuofu / Gao Qunshu

Durante l' invasione giapponese in Cina un gruppo di resistenza compiva attentati ed omicidi con lo scopo di destabilizzare il finto governo cinese che in realtà appoggiava gli occupanti. Il controspionaggio intercetta un messaggio in codice che lascia intuire la presenza di una talpa all' interno del dipartimento di controspionaggio stesso. Con uno stratagemma il colonnello Takeda, desideroso di ristabilire il proprio onore, invita i cinque maggiori sospettati in un isolato castello dove spera, mettendoli a confronto uno contro l'altro, di scoprire chi sia la misteriosa talpa di nome Phantom. Una produzione divisa tra Cina e Sud Corea e una regia a quattro mani, fanno di The Message uno dei migliori esempi del nuovo corso del cinema cinese continentale che lascia da parte la propaganda per delle grosse produzioni, dei veri e propri blockbuster, a sfondo storico. Questa storia ambientata nei primi anni della seconda Guerra Mondiale, la cui location principale è un vecchio castello, è il contesto perfetto per mettere in scena un film di spionaggio che sa di giallo classico, ma che diventa anche un thriller serratissimo che non risparmia allo spettatore alcune forti ma efficaci sequenze di tortura. Il montaggio, ma soprattutto la regia della coppia Kuofu / Qunshu, chiudono il cerchio per quello che è il film cinese più riuscito, dopo City of Life and Death, visto al festival quest' anno.

Monday, May 17, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 4

WIG
Regia di Tsukamoto Rempei

La genialità di questo film sta tutto nell' argomento che tratta, le parrucche. Oggetto utile a nascondere la calvizie incipiente ma anche a dare una marcia in più alla sicurezza in se stessi. Moriyama, il protagonista di questa storia, decide di approfittare del suo trasferimento per lavoro a Tokyo per fare il grande passo e farsi fare un parrucchino. Considerati i costi e i tempi di realizzazione, Moriyama si rivolge ad uno strano personaggio di nome Owada che, non solo gli prepara un tupet su misura e a tempo di record, ma lo istruisce alla sua nuova vita da “wiggy” assistendolo personalmente nei momenti in cui il suo imbarazzante segreto sta per essere scoperto. Senza mai una caduta di tono o di ritmo, Wig ci conduce in un esilarante viaggio attraverso una delle “piaghe” che colpiscono la popolazione maschile, giocando sui luoghi comuni dell' essere “portatori di parrucchino” raccontando situazioni paradossali ma comunque totalmente plausibili, riuscendo a risolvere le vicende del protagonista in maniera per nulla scontata, se si esclude l' happy end, prevedibile, ma sul quale ci si passa sopra più che volentieri.

THE LAST WOLF
Regia di Upi

Rispetto a Monga, che comunque ha dalla sua una buona regia e degli spunti parecchi ointeressanti, in Last Wolf la giovane regista indonesiana Upi si rifà a modelli di gangster movie tipicamente occidentali, imbastendo una storia che potremo definire classica...pure troppo. Un gruppo di amici profondamente legati tra loro decidono di formare una gang e di “governare” nel quartiere povero dove sono cresciuti. Quando uno di loro finisce in carcere per omicidio le loro strade si dividono per sempre e si ritroveranno unicamente come nemici e non più come fratelli. Le tematiche sono quelle insomma, l'amicizia, la fratellanza più forte dei legami di sangue, l' ascesa, la caduta, la vendetta, lo scontro fratricida e Upi non si risparmia certo nel mostrare la violenza nelle strade, ma non solo (emblematica la sequenza nel carcere), sicuramente più di quanta se ne potrebbe aspettare. Al di la di una storia che sa tanto di già visto, difetto facilmente perdonabile, The Last Wolf appare un film piuttosto grezzo, ed evitare qualche ingenuità di troppo o gli eccessi melodrammatici (o magari accorciarlo di almeno 30 minuti) avrebbe sicuramente giovato al risultato finale e reso il film probabilmente un po' meno pesante. Detto questo però, è chiaro che a Upi le si vuole un gran bene, se non altro per averci insegnato che, in Indonesia, quando si gioca a calcio a 5 il pallone è l' ultima cosa da colpire.

STORY OF A DISCHARGED PRISONER
Regia di Patrick Lung-kong

Una delle due retrospettive presenti quest' anno al FEFF è dedicata a Patrick Lung-kong regista simbolo del cinema di Hong Kong degli anni '60, considerato un vero anticipatore della new wave che si sarebbe da li sviluppata nelle due decadi successive. Tra i vari titoli presentati spunta sicuramente questo Story of a Discharged Prisoner film che ha ispirato una delle pellicole più famose di John Woo, A Better Tomorrow. La storia racconta di Lee Cheuk-hong abile scassinatore finito in carcere per quindici anni. Onde evitare che la sua fedina penale possa in qualche modo nuocere alla sua famiglia e soprattutto alla carriera in ascesa del fratello, una volta uscito dal carcere decide di rifarsi una vita, ma sia la polizia che un noto boss malavitoso locale hanno altri piani per lui. Un film di quarant'anni fa ma che, nei limiti del possibile, si mantiene giovane grazie ad un racconto di discriminazione e redenzione impossibile che ricorda un po' quella di Carlito's Way anche se con esiti decisamente meno drammatici. Da segnalare alcune sequenze di combattimenti e sparatorie che sarebbero diventati simbolo del cinema dell 'ex colonia britannica negli anni a venire.

ZERO FOCUS
Regia di Inudo Isshin

Il film di Inudo Isshin è forse uno dei più intressanti della selezione giapponese presentati fino a questo momento, sicuramente più di Golden Slumber. Non si tratta di una mera considerazione di contenuto (anche se pure in questo campo gli è superiore) ma soprattutto sulla forma, con una regia finalmente decisa, convincente ed una fotografia lontana da quella fastidiosa patina televisive, perfetta per raccontare questo giallo ambientato alla fine del periodo dopo-guerra. Le ferite, non solo fisiche, sono ancora vive nel cuore degli uomini e delle donne che hanno vissuto in quegli anni e nascondono segreti per i quali si potrebbe anche uccidere. Dopo l'improvvisa scomparsa del marito, Teiko si trova ad investigare e a dissoterrare alcuni di questi inconfessabli segreti. Il particolare contesto storico, raramente preso in considerazione, rappresenta un valore aggiunto per Zero Focus anche se alcune lungaggini e i tempi dilatati non lo rendono un prodotto facilmente accessibile. Splendido il trio di attrici protagoniste.

*Lo stesso giorno era in programmazione anche HAEUNDAE di Je-gyun Youn, che avevo già visto e di cui ho parlato a suo tempo
qui.

Wednesday, May 12, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 3

THE BUGS DETECTIVE
Regia di Sato Sakichi

Una delle facce del cinema commerciale giapponese è quella che affonda e sprofonda nel demenziale assoluto e The Bugs Detective ne è un ottimo rappresentante. La storia, ispirata ad un manga, ruota intorno ad un investigatore privato in grado di parlare con gli insetti, probabilmente lo stesso poliziotto che cinque anni prima non riusci ad impedire la distruzione del quartiere di Shinjuku. Sullo sfondo di una minaccia terroristica proveniente da un malvagio scarabeo, il film si basa su di una comicità immediata, spesso scontata (si ride anche per una caduta dalle scale) ma costruita soprattutto su sketch a misura d' insetto, situazioni e problematiche tipicamente umane ma applicate all' universo dell' entomologia. Uno spunto interessante, quasi geniale, ma c'è poco altro , soprattutto se dopo un po' questo approccio surreale viene a noia. Sho Aikawa nei panni del protagonista fa comunque il suo dovere.

WOOCHI
Regia di Choi Dong-hoon

Woochi è a tutti gli effetti l'ennesimo rappresentante della nuova corrente del cinema mainstream coreano, un prodotto dal budget notevole, effetti speciali all' avanguardia, che punta ad essere blockbuster con tutte le carte in regola per catturare uncerto tipo di pubblico e garantire incassi notevoli. Woochi è un film d' azione / fantasy il cui protagonista è un mago (Woochi appunto) il cui compito di cacciatore di goblin passa in secondo piano quando la sua indole scapestrata prende il sopravvento. Rinchiuso in una pergamena e liberato nei giorni nostri, si troverà a lottare con il suo secolare nemico in un mondo a lui totalmente alieno nel quale però non faticherà ad incontrarsi. Forse proprio la maniera in cui Woochi si relazione con le “novità” del mondo moderno, è una delle cose più riuscite di un film che non nasconde, dietro l'uso spettacolare e abbondante di effetti speciali ed un preponderante registro comico, la sua natura puramente commerciale. Un film di puro intrattenimento insomma, ambizioso solo al'apparenza, comunque moderatamente riuscito e divertente.

CITY OF LIFE AND DEATH
Regia di Lu Chuan

La città a cui si riferisce il titolo e Nanchino, teatro di una delle più vergognose e tragiche pagine della nostra storia recente, teatro di una sanguinosa strage compiuta dall' esercito giapponese a seguito della conquista della città stessa. Una ferita ancora aperta tra giapponese e cinesi, che Lu Chuan racconta senza sconti dedicando la pellicola stessa alle 300.000 vittime e poi mostrandoci gli agguerriti scontri per la difesa della città e le atrocità compiute su uomini, donne bambini dall' esercito occupante. Il film è fotografato in un efficace bianco e nero e diretto con sicurezza usando la camera a mano per mostrarci gli orrori e l'assurdità della guerra sulle distese impressionanti di cadaveri, sui corpi nudi delle donne stuprate o sui volti segnati dei protagonisti. Il rischio di fare una pellicola propagandistica o politicamente schierata sembra sia stato abilmente evitato così come si è tenuta da parte quasi completamente la cronaca storica preferendo raccontare il dramma umano di quell' orribile massacro attraverso i protagonisti cinesi ma anche attraverso gli occhi di un giovane soldato giapponese. Non ci sono buoni o cattivi, c'è solo la guerra che trasforma gli uomini in vittime e carnefici.

CLASH
Regia di Le Than Son

Per giudicare un film come Clash bisogna tener presente le condizioni dell' industria cinematografica vietnamita ancora troppo poco sviluppata (e forse con pochi fondi a disposizione) per poter puntare a risultati completamente soddisfacenti. Basti pensare agli sponsor che compaiono a più riprese durante il film o al fatto che la super star Johnnie Tri Nguyen abbia scritto e interpretatato il film lasciado la regia ad un completo esordiente. Le vicende narrate nella pellicola sono incentrate su di una donna che pur di riavere indietro la sua bambina è disposta a lavorare per un pericoloso boss della malavita e a circondarsi di poco raccomandabili “collaboratori” tra cui lo stesso Nguyen nel ruolo di un poliziotto infiltrato. C'è poco altro da dire su questo genere di film la cui storia è un pretesto per legare assieme le sequenze di combattimento, piacevoli ma ancora distanti anni luce dai livelli raggiunti dai “fratelli” tailandesi. Si può comunque applaudire alle doti atletiche di Johnnie Nguyen e a quelle di Ngo Thanh Van che interpreta il ruolo della bella protagonista. Il resto è facilmente trascurabile e dimenticabile.

Wednesday, May 05, 2010

Far East Film Festival 12 - Day 2

WHEAT
Regia di He Ping

L' importante selezione cinese del festival prosegue con un film storico profondamente anti bellico ambientato durante la battaglia di Chengping tra gli eserciti di Zhao e Qi, battaglia vinta, tra l'altro, proprio da questi ultimi. Due disertori dell' esercito di Qi si ritrovano, dopo una rocambolesca fuga, accolti da un villaggio di Zhao abitato unicamente da donne. Braccati ed in territorio nemico decidono di raccontare una versione tutta nuova degli esiti del conflitto. Si parla di guerra ma la guerra rimane quasi sempre sullo sfondo, i campi di battaglia scalzati dalle distese di grano pronto ad essere mietuto, vero punto di contatto tra i disertori e le donne del villaggio, unica cosa che conta da entrambe le parti proprio perchè, come i ragazzini risparmiati da morte certa in battaglia, esso rappresenta il futuro. Come spesso accade nel cinema della Cina continentale il film si prende i suoi tempi, spesso eccessivi, riuscendo però a veicolare un messaggio forte e a gestire con sicurezza il passaggio dal registro comico iniziale a quello maggiormente drammatico della conclusione. Apprezzabile unicamente se si riescono a metabolizzare i suoi novanta minuti che sembrano durare un' infinità, cosa che mi è riuscita a fatica.

MONGA
Regia di Doze Niu

L' industria cinematografica taiwanese è in continua espansione ed il primo dei due film in concorso al FEFF dimostra che si sta proseguendo sulla giusta strada. Monga è il nome di un quartiere di Taiwan che da anche il titolo al film. Qui, verso la fine degli anni '80, delle bande di gangster si dividono il potere. Il protagonista, Mosquito, si unisce a una di queste bande convinto di trovare quell'amicizia che gli è sempre mancata, trovandosi coinvolto però in una realtà fin troppo crudele e violenta. Il regista Doze Niu confeziona un gagster movie che, a parte qualche parentesi melodrammatica (sempre breve, grazie al cielo), si dimostra riuscito e convincente anche grazie ad una regia che da il suo meglio nelle risse e negli scontri, ripresi con sicurezza in lunghi pianosequenza. Ma Monga è anche un film che parla di legami di sangue e non, fratellanza e amicizia (virile, quasi in stile Miike), tutti sentimenti che la dura legge della strada cerca di annichilre ma che riescono a sopravvivere a costo di sogni infranti e tanto sangue versato. Una piacevole sorpresa, non c'è che dire.

GOLDEN SLUMBER
Regia di Nakamura Yoshihiro

Dopo il focus che gli è stato dedicato l'anno scorso, Nakamura Yoshihiro torna ad Udine con i suo ultimissimo film Golden Slumber in qualche modo legato ad uno dei suoi precedenti Fish Story. In entrambi una canzone da il titolo al film, in entrambi Nakamura imbastisce una storia complessa nel quale si nasconde un messaggio piuttosto semplice. Nel raccontare infatti la vicenda del sempliciotto Aoyogi, costretto alla fuga dopo essere stato incastrato per l' omicidio del primo ministro giapponese, il regista giapponese mette dentro un po' di tutto, teorie del complotto che strizzano l' occhio all' America, serial killer pericolosi ma che ispirano simpatia, assassini spietati legati alle alte sfere del potere, per parlare alla fine di amicizia, di un legame che il tempo non riesce a logorare e al quale sono legate le nostre radici. Il problema è che questo, come in Fish Story, è un po' poco per un film che dura quasi due ore e mezza, soprattutto se non riesce a mantenere l' incalzante ritmo iniziale. Si continua a parlare di Nakamura Yoshihiro come dello Shyamalan giapponese eppure non si riesce a vedere in lui ne la profondità registica ne quella sceneggiativa del regista americano, anzi, mi sembra tutto molto semplicistico ma imbastito come qualcosa di complesso e cervellotico. Non riesco a capire il suo cinema e quindi ad apprezzarlo anche se questo è senza dubbio il suo film migliore.

FIRE OF COSCIENCE
Regia di Dante Lam

Il poliziesco di Hong Kong nudo e crudo torna con l'ultimo film di Dante Lam, portando con se tutti gli elementi presenti anche nei suoi film precedenti, poliziotti al limite tra dovere e legalità che spesso si trovano o vorrebbero, sorpassarlo quel limite. In questo caso abbiamo Manfred, ossessionato dall' idea di trovare l'assassino della moglie, e Kee, poliziotto corrotto pericolosamente indebitato. Le loro strade si incrociano casualmente quando si trovano ad indagare sull' assassinio di una prostituta che potrebbe nascondere qualcosa di molto più grosso. Fire of Coscience è un action teso, non particolarmente originale e con qualche caduta di tono (il parto durante l'incendio nell' officina sa di redenzione per il protagonista ma è anche un po' una stonatura nel complesso), ma dal ritmo sostenuto per tutta la sua durata. Non mancano poi quelle sequenze che rendono il genere particolarmente apprezzabile, sparatorie, esplosioni, inseguimenti, incidenti, tutti gestiti da Lam con stile frenetico e adrenalinico. Forse non il meglio che si può trovare ma non ci si annoia mai.