REMAKE
La domanda sorge spontanea: ne sentivamo davvero il bisogno?
ULTIMATUM ALLA TERRA
THE STRANGERS
QUARANTINE
Nella Los Angeles di fine anni venti, Christine Collins vive la sua vita di madre single e responsabile di un call center di una compagnia telefonica. Costretta da improvvisi impegni lavorativi a lasciare il figlio a casa per un' intero pomeriggio, al suo rientro il bambino sembra scomparso. Dopo cinque lunghissime settimane di ricerca, Christine viene contattata dalla polizia che l'avverte di aver finalmente trovato il suo figlio. L'incontro tanto atteso non si rivela però così felice in quanto, la donna, si rende subito conto che il bambino scortato dalla polizia non è suo figlio. Per evitare l'ennesimo scandalo, la polizia, sotto continuo attacco per accuse di corruzione, la convince a prendersi cura del bambino, attribuendo allo shock subito da entrambi, le difficoltà di Christine a riconoscere in quel bambino il figlio scomparso. Viste le insistenze della donna, pronta a raccontare ai giornali tutti i dettagli della sua incredibile e terribile storia, il dipartimento di polizia decide di farla internare in un istituto psichiatrico. Solo nella persona del reverendo Gustav Brieglev, da anni impegnato in una personale crociata per debellare il marcio nella polizia di Los Angeles, Christine riuscirà a trovare un valido alleato nella lotta per scoprire che fine ha fatto per davvero suo figlio. Questo in breve è quello che si evince anche dal trailer, ingannevole come da norma e regola, ma questa volta in senso positivo: il film infatti sviluppa una side-story parallela che andrà poi a collidere drammaticamente con la triste vicenda di Christine. Chiusa questa piccola parentesi informativa, bisogna dire che Changeling è uno splendido spaccato dell' America in piena "grande Depressione", uno dei suoi periodi più neri che si riflette, giocoforza, sull' odissea personale della protagonista (una sorprendente Angelina Jolie) contro le forze dell' ordine che hanno scambiato il "protect and serve" con la corruzione e la violenza. Un' eroina "eastwoodiana" forte, coraggiosa, determinata, che niente ha da invidiare all' altrettanto splendida Maggie di Million Dollar Baby, considerato soprattutto il periodo in cui Christine vive, anni nei quali l'emancipazione femminile era ancora un miraggio. Eastwood, dal canto suo, prende uno script difficile (ma solo perché se fosse finito in altre mani probabilmente ne staremo parlando usando ben altri aggettivi) e lo trasforma in un'altra preziosa tacca da aggiungere alla sua già preziosa filmografia, grazie all' ormai rodatissimo talento registico (accompagnato da una fotografia non da meno) e alla capacità di toccare le corde dei sentimenti (l' intera gamma a dir la verità) senza mai apparire forzato. Changeling, sfortunatamente, porta con se anche un grosso neo, rappresentato dall' attesa che graverà sulle nostre spalle per il suo prossimo "Gran Torino".
Howard Spence lascia tutto, in piena notte: il set dove stava girando il suo ultimo film, la sua carriera in caduta libera, la sua vita da star tutta eccessi e sregolatezza. Fugge per riavvicinarsi con il suo passato scoprendo di aver lasciato indietro più cose di quel che credeva, una madre, un amore dimenticato e un figlio che non sapeva neanche di avere. Mentre un incaricato della produzione del film si mette sulle sue tracce, il suo destino si incrocia con quello di una giovane ragazza che affronta un viaggio personale per spargere le ceneri della madre da poco scomparsa. "Don't Come Knocking" film di Wim Wenders datato 2005, è la storia di un uomo che volta le spalle alla sua vita presente, la persona che è diventato, sperando di potersi riconciliare con la persona che era, riallacciando rapporti da tempo interrotti. Un road-movie il cui titolo, "Don't Come Knocking", suona quasi come l' avvertimento che intima chi ha paura di quello che potrebbe trovare dall' altra parte se aprisse la porta, gli errori che sarebbe costretto ad accettare, i rimorsi con cui dovrebbe convivere. Howard non riesce a tenere fuori ciò che preme per entrare, e fugge a cavallo dal set portandosi dietro la sua vita fittizia, il personaggio che interpreta incollatosi addosso insieme agli abiti di scena e liberandosene strada facendo, come se vestirsi di nuovo possa in qualche modo nascondere agli occhi di tutti chi sia in realtà.
Ad inizio film una didascalia recita in maniera inquietante pressapoco così: "30.000 persone scompaiono in Australia ogni anno". Considerato che il "Paese dei Canguri" ha la fauna più letale del pianeta (cioè tipo che se ti punge una zanzare il meno che ti può capitare è di morire) il numero non appare così enorme. Ma visto che il film fa preciso riferimento a fatti realmente accaduti, riguardanti turisti che si addentrano nelle immense distese inesplorate dell' Australia per non fare più ritorno a casa se non in rarissimi casi, forse la cifra è da prendere con le pinze. Già nel lontano 1975 Peter Weir aveva mostrato il lato magico, misterioso e inquietante, della sua terra, nel bellissimo Picnic ad Hanging Rock, ma Wolf Creek si muove su percorsi decisamente diversi. Scritta, prodotta e diretta da Craig Mclean, questa pellicola può essere considerata una delle più giovani discendenti del capostipite di tutti gli slasher-movie, l'indimenticato e mai superato Non Aprite Quella Porta (The Texas Chainsaw Massacre). Dove nel film di Tobe Hopper un gruppo di giovani si inoltrava nel cuore della provincia americana alla ricerca della loro casa d'infanzia, finendo per essere "divorati" da quella stessa provincia, qui seguiamo le vicende di due ragazze inglesi, accompagnate da un giovane di Sydney per visitare luoghi caratteristici del territorio australiano. Il loro viaggio li porta a Wolf Creek, località dove è possibile ammirare un gigantesco cratere lasciato dalla caduta di un meteorite. Pronti a rimettersi in viaggio, i giovani scoprono che la loro auto non da segni di vita e si vedono costretti a trascorrere la notte in mezzo al nulla. Fortuna vuole che vengano soccorsi da un uomo che si trovava a passare di li per tornare al suo accampamento dove si offre di trainare i ragazzi e la loro auto. Quello che a loro sembra un colpo di fortuna si rivelerà però essere una trappola studiata nei minimi dettagli e perfettamente collaudata. Ma il film di Mclean condivide con il film di Hopper anche la medesima struttura narrativa, la lunga introduzione dove avviene un lento allontanamento dalla civiltà, un progressivo accumulo di elementi che accrescono l'angoscia in attesa dell 'inevitabile "deflagrazione" dell' orrore. Pur potendo contare su alcuni risvolti a sorpresa (non si salva chi pensiamo che si salvi e non muore chi appare già segnato dall' inizio) ed un uso bilanciatissimo del gore, il film paga un grosso (gigantesco) debito di riconoscenza nei confronti di Non Aprite Quella Porta e pertanto, seppur decisamente riuscito, non può aspirare certo a nuovo punto di riferimento nel genere. Una sufficienza bella piena comunque non gliela toglie nessuno.


Il perchè film come Hostel o Saw siano supportati da battage promozionali imponenti, è un segreto che, a confronto, a quelli di Fatima ci fa un baffo. Se poi pensiamo che film minori (nel senso che magari non possono fregiarsi dello strillo "prodotto da Quentin Tarantino"), ma molto più validi, vengano fatti passare in sordina e distribuiti nelle sale in periodi nei quali la gente non va al cinema neanche sotto tortura, è un altro bel segreto da svelare. E qui cadiamo a bomba su The Ruins (tradotto pari pari per la versione italiana in "Rovine") primo lungometraggio del regista Carter Smith, uscito da noi in piena estate e che, nel suo piccolo, non ha nulla da invidiare alle pellicole di Roth e Bousman. Protagonisti della vicenda sono un gruppo di ragazzi, americani e non, in vacanza in Messico che, dopo essersi ubriacati e stracciati per tutta la durata del soggiorno, decidono di dedicare l'ultimo giorno alla cultura andando a visitare un antico tempio Maya di recente scoperta. Giunti sul posto si trovano presto costretti a non poter abbandonare le rovine a causa di un gruppo decisamente ben armato e minacciosi di autoctoni. Ma la vera minaccia per i ragazzi è la pianta rampicante che cresce rigogliosa dentro e fuori il tempio nel quale si sono accampati. Si, avete letto bene: una pianta! Partendo dallo stra-abusato gruppo di ragazzi da mandare al macello, qui non ci sono famiglie cannibali, ne ricchi e annoiati torturatori paganti. Solo una pianta all'apparenza innocua ma desiderosa di mangiarsi vivi i malcapitati visitatori con i suoi "tentacoli" che si insinuano nelle carni e si riproducono sotto la pelle. Da un punto di vista puramente gore, aspetto che in questa tipologia di film è fondamentale, l' attitudine invasiva delle piante porta ad alcune delle sequenze più gustose da un po' di tempo a questa parte: immaginate un po' voi un' amputazione eseguita con un grosso sasso e un coltello da caccia, o una giovane pulzella che si auto-affetta un po' ovunque. Mettendo da parte il discorso originalità, la cui quasi totale mancanza affligge il genere da troppo tempo e che porterebbe alla bocciatura del 90% dei titoli che escono, The Ruins mi è piaciuto assai per i seguenti motivi: 1) perché i distributori non se lo sono quasi filato. 2) perché non è un remake. 3) perché non è un remake di un film giapponese. 4) perché è splatter senza essere sborone. 5) perché c'è Jena Malone. E non aggiungo altro.
Sostanzialmente credo che, quando ci si trovi di fronte un film storico o che racconti su percorsi biografici la vita di un determinato personaggio, il pubblico si divida fra quelli che prediligono ricostruzioni fedeli e quelli disposti a chiudere un occhio sulla fedeltà ma aprirne anche un terzo a favore della pura spettacolarità. Il cinema hoolywoodiano si è soprattutto rivolto alla seconda tipologia di pubblico con film riusciti (vedi Il Gladiatore) e altri decisamente inguardabili (ad esempio Troy).
Se tutto va bene questa è l'ultima volta che tiro in ballo lo sciopero degli sceneggiatori ma un evento di tale portata non poteva non coinvolgere anche la mia serie del cuore, 24. Per sua stessa natura (un giorno della vita dell' agente Jack Bauer narrato in tempo reale, in ventiquattro episodi da un' ora ciascuno) la serie non poteva essere ne tagliata, ne arrangiata per durare meno, in quanto ne sarebbe uscita decisamente compromessa (come successo a Heroes). I produttori hanno pensato bene perciò di sospendere la serie e rimandarla a quando le acque si fossero calmate. Alla fine il rinvio è durato dodici mesi e il Day 7, salvo ulteriori e non graditi imprevisti, dovrebbe iniziare il prossimo 11 gennaio 2009. Cosa fare però per alleviare l'attesa ai "24 addicted" in questa manciata di giorni che ci separano dal ritorno di Jack Bauer? Joel Surnow e Robert Cochran, creatori della serie, hanno pensato bene di mettere insieme un film per la TV (definizione un po' larga ma visto la durata non è poi così sbagliata) che funge da collegamento tra la sesta stagione e la seguente.
Alla Showtime devono aver alzato a dismisura i livelli di sicurezza per proteggere il segreto che si cela dietro la realizzazione di una serie praticamente perfetta come Dexter. Questa terza stagione, dopo quattro episodi visti, si mantiene su livelli altissimi. Nessun calo, anzi, parecchi nuovi spunti che spero vengano sviluppati a dovere. Un Dexter libero dal "codice" e pronto a seguirne uno tutto suo, è la base da cui parte la nuova stagione. Viene anche introdotto un nuovo personaggio, Miguel Prado, che sembra assumere si da subito un ruolo di primo piano nella serie e nella vita di Dex. Non mi aspetto niente di meno dalle puntate che verranno.
Stesso discorso come The Sarah Connor's Chornicle, la seconda attesissima stagione di Californi- cation si mantiene sui livelli della prima ma, a differenza di Terminator, la qualità è decisamente medio-alta. Nonostante il finale della prima stagione mi fosse sembrato troppo accomodante e non in linea con il resto della serie, ho contato i giorni che mi separavano dal ritorno del grandissimo Hank Moody, sempre sboccato e irriverente ma impegnato a diventare un marito e un padre modello. Imperdibile.

Mr Smith se ne sta seduto ad una fermata dell' autobus in piena notte a sgranocchiare una carota (perché uno non lo faccia a casa sua comodamente in poltrona non ci è dato saperlo) quando vede una donna incinta fuggire da un uomo che cerca di ucciderla. L'interruttore de "l'istinto del buon samaritano" scatta su ON e Mr Smith si schiera a difesa della fanciulla e del nascituro. Per una serie di eventi (tutti piuttosto violenti e sanguinari) Mr. Smith si ritrova a fuggire con un neonato e una battona popputa, inseguito da killer spietati che sembra vogliano soltanto fare la pelle al bambino. Si troverà tra l'altro invischiato in un complotto che arriva a coinvolgere un' importante industria d'armi da fuoco e uno dei candidati alla Casa Bianca. Coaudivato dal sempre aggiornato imdb, scovo informazioni sul regista sceneggiatore, a me sconosciuto, Michael Davis, autore di questo giocattolone inutile dal titolo Shoot Em Up. Leggo che una serie di titoli a me quasi del tutto sconosciuti l'ultimo dei quali uscito nel 2003. Quindi se gli ci son voluti quattro anni per partorire questa boiata, non gli conveniva prolungare di qualche anno la vacanza? Shoot Em Up è la prova lampante di come possano esserci differenze abissali anche tra film di puro intrattenimento: mentre un film come Wanted, indifendibile sotto diversi aspetti, risulta comunque un film incredibilmente coinvolgente e divertente, merito anche di una regia che sa cogliere ogni possibile spunto action che una pellicola del genere propone, Shoot Em Up ci prova ma non ci riesce: trama inutile, personaggi inesistenti, ma fino a qui ci si può stare. Si inizia poi con una sparatoria che viene riciclata noiosamente per tutto il resto del film, condendo il tutto con un umorismo che andava bene per i film del buon Swarzy dei primi anni '90 (esempio: Mr. Smith conficca nella gola di un cattivone una delle sue amate carote e poi esclama "mangia le verdurine"). Non può essere considerato neanche un "videogiocone" perché da quel punto di vista Crank è ancora inarrivabile. Anche a livello di attori fa veramente cascare le braccia: Clive Owen, che a differenza di molti io non trovo poi così pessimo, qui è una maschera sempre uguale dal primo fino all' ultimo minuto. Paul Giamatti, ottimo caratterista, non si capisce come sia finito in un progetto simile anche se un bel po' di soldini sembra essere il motivo più valido. E poi c'è lei, la cosa più lontana dall' essere definita orgoglio nazionale, una di quelle attrici che il grandissimo René Ferretti definirebbe "cagna anche in foto": la bella (perché bella è bella, poco da dire) Monica Bellucci, che nei miei incubi peggiori me la immagino recitare infiniti monologhi con me legato ad una sedia costretto ad ascoltarla. Anche in questo film da il meglio di se recitando in lingua originale e doppiandosi per la versione italiana. Uno stupro per le nostre orecchie e per l'attività recitativa tutta. Perché guardarlo? No, non scherziamo. Non esiste a questo mondo un motivo sufficientemente valido.
Io con i Wachowski ce l'ho a morte, non è una novità. Ho adorato The Matrix ma detestato i suoi due pretenziosi seguiti arrivando quasi al punto, cosa assai rara per me, di cedere alla tentazione di abbandonare di corsa la sala durante la visione. Niente di strano quindi se ho accolto il progetto Speed Racer con molta diffidenza e un po' di pregiudizio. Non è un segreto l' amore che i fratellacci nutrono per l'animazione giapponese (Animatrix ne è la conferma) perciò non è poi così strano che proprio loro si siano presi il fardello di portare al cinema un anime cult degli anni '70 come Go Go Mach 5. La trama è quanto di più semplice si possa trovare: il protagonista, Speed, sin da bambino non ha nient' altro in testa che le gare automobilistiche, passione che, da padre in figlio, scorre nelle vene della famiglia Racer da generazioni. Il fratello si Speed, Rex, è stato il suo punto di riferimento, quasi il suo eroe, fino a quando la sua carriera finisce tragicamente in un mortale incidente e il suo nome viene trascinato nel fango. Speed raccoglie l' eredità del fratello e aiutato dalla sua famiglia punta a diventare un campiona automobilistico. Scopre però che quel mondo che tanto ama è in realtà succube dei grandi sponsor che vedono nelle gare un modo molto semplice per fare soldi. Deciso a non sottostare a queste regole, la carriera di Speed viene stroncata e l'azienda di famiglia decisamente compromessa. Con l'aiuto del misterioso pilota Racer X, Speed cercherà di ribaltare le sorti della sua famiglia e di riabilitare una volta per tutte il nome del fratello. Ricordo che alla sua uscita, Speed Racer raccolse diversi pareri negativi, tendenza che con il tempo è andata cambiando fino a sentirne parlare in maniera del tutto entusiastica. In questo caso, trattandosi di pareri del tutto soggettivi, non si può dire che la verità sta nel mezzo ma di sicuro, proprio li in mezzo, ci si può trovare il mio parere su questo film: Speed Racer non è un brutto film ma neanche un capolavoro. Lontano dai filosofeggiamenti cyberpunk("di 'sta cippa" aggiungerei) nei quali si erano persi ai tempi di Reloaded e Revolution, i Wachowski puntano tutto su di un approccio molto più "easy" puntando ad un linguaggio più semplice, cercando forse di avvicinare al film un pubblico giovane anche attraverso l' uso di ben definite figure comiche, come il piccolo Spritle Racer e la sua scimmietta (che, per inciso, avrei volentieri voluto veder bruciare al rogo). Ma il punto di forza del film sta sicuramente nell' aspetto visivo e anche qui si prendono le distanze dai lavori precedenti: dove prima c'era una ricerca del croma tutta votata alle tonalità di verde, qui c'è una vera esplosione di colori, una palette variegata che lascia veramente senza parole, che ricopre ed accende ogni cosa dai personaggi alle scenografie (reali e non). E veniamo al tasto dolente, le corse automobilistiche. Veicoli aerodinamici dal gustoso aspetto retrò che sfrecciano e sfidano la gravità su avveniristici circuiti. Affrontano impossibili paraboliche tutte in derapata, usano trampoli per saltare gli avversari, si tamponano e si spingono a velocità pazzesche. Tutte cose che mandano alle stelle il livello di meraviglia sin dalla prima gara. E anche alla seconda. Alla terza c'è già qualcosa che non va e alla gara finale sei al limite della sopportazione. Questo perché, al di la di quanto le corse possano risultare adrenaliniche, sono grossomodo tutte uguali con solo lo sfondo su cui si svolgono a fare la differenza, un difetto non da poco se si considera che si parla dell' anima stessa della serie dal quale il film è tratto. Detto questo però, mi sento di promuovere questa ultima fatica dei Wachowski in virtù dei pregi che non si può non imputargli. Non li posso ancora perdonare per il male che hanno fatto a The Matrix, ma se continuano così sono sulla buona strada.
Perso nuovamente per un film svedese.
Robert è il manager di un noto nightclub di New York che gestisce per conto di una famiglia russa probabilmente legata ad ambienti malavitosi. Joseph è suo fratello che, con grande orgoglio del padre è entrato in polizia riuscendo a fare una brillante carriera. In un momento in cui il traffico di droga legato alla mafia russa sta raggiungendo livelli di guardia, Joseph, insieme al padre, cercano di convincere Robert a collaborare con la polizia come informatore, considerato anche il fatto che negli ambienti che frequenta nessuno sa che è imparentato con poliziotti. I contrasti familiari portano Robert a rifiutare e a diventare lui stesso vittima di una retata nel suo stesso locale, allo scopo di arrestare il pericoloso trafficante Vadim. La risposta violenta ed implacabile di Vladim non tarda ad arrivare e a venire colpita più duramente è proprio la famiglia di Robert che si sente così costretto a porre rimedio ai suoi errori. La frase "WE OWN THE NIGHT" è cucita sulla maniche delle divise dei poliziotti. Ma chi è che può veramente dire di avere potere sulla notte, di possederla o governarla? Ne i poliziotti ne la malavita organizzata possono. Sono solo pedine che si muovono al di sotto dell' oscurità messa in scena da James Gray, una notte lunga, opprimente, della quale diventa difficile percepirne la durata, intervallata da brevi momenti di luce, opaca, lasciata timidamente filtrare dalle finestre o nascosta dalla pioggia scrosciante. Una New York quasi irriconoscibile (un po' come la Londra de La Promessa dell' Assassino) sul finire degli anni '80, fa da teatro ad una storia di legami di sangue assopiti che proprio il sangue versato risveglia violentemente. Una storia di uomini caduti alla disperata ricerca di una rivalsa morale. Una storia dove il bene indossa una divisa e il male viene da una terra straniera. Una storia dai risvolti prevedibili eppure lontani dalla banalità, personaggi "unilaterali" ma non per questo meno definiti. I Padroni della Notte (così tristemente adattato dall' originale We Own the Night) è un poliziesco dalle tinte noir che si rifà ad i classici di genere dove, attori in parte e alcune sequenze che meritano veramente tutte le lodi possibili (e mi riferisco sia alla scena nella fabbrica di droga che all' inseguimento in macchina), non fanno che dimostrare con convinzione come sia possibile fare un certo tipo di cinema di ieri ancora oggi, senza farlo apparire per nulla datato.
Per quanto io possa essere allo scuro dei meccanismi che stano dietro la creazione di un film horror, sta di fatto che si tratti di un genere dove le novità latitano, che si ricicla continuamente e dove spesso si prende ispirazione dai classici. I film di Romero, ad esempio, con i suoi morti viventi, sono stati fonte d'ispirazione per remake, parodie e variazioni sul tema, non sempre riuscite ma alle volte parecchio apprezzabili. Trovando queste creature parecchio affascinanti, per quanto inquietanti possano essere, sono sempre attratto da film che le vedono protagoniste. Ed è con questo mio interesse che, passeggiando tra gli scaffali della mia videoteca di fiducia, mi sono trovato tra le mani un piccolo film di cui avevo letto qualcosa su internet e che in sala naturalmente non è uscito: Zombie Strippers!. Ora, mentirei se dicessi che l'accoppiata morti viventi/tette al vento non mi abbia, per così dire stuzzicato, e credo che forse lo scopo di riunire in un solo film zombie, un' icona del porno come Jenna Jameson e Robert "Nightmare" Englud, fosse proprio quello di richiamare un' ampia fascia di pubblico. La storia prende piede in un non meglio (e per fortuna al momento scongiurato) futuro nel quale la nudità è bandita per legge e dove George W. Bush è stato eletto Presidente degli Stati Uniti d' America per il suo quarto mandato consecutivo. Con il suo vice Schwartzenegger stanno lentamente cancellando ogni traccia di democrazia oltre a combattere conflitti in ogni angolo del pianeta. I soldati cominciano a scarseggiare e così un gruppo di scienziati cerca di risolvere il problema attraverso un composto chimico in grado di ridare vita ai tessuti morti. Naturalmente la situazione (apparentemente) sfugge al controllo e il composto trasforma le persone in famelici zombie. Un infetto riesce a fuggire e a nascondersi in un locale clandestino di strip dove morde una delle ballerine trasformandola in una super-sexy zombie che manda in visibilio il pubblico maschile. L'avido proprietario del locale decide di sfruttare la situazione per fare un bel po' di soldi. Il giovane regista Jay Lee dirige, scrive, monta e fotografa questo piccolo film dal retrogusto grindhouse, che non ha certo la classe del progetto tarantin-rodreguizzano ma si accoda senza particolari pretese alla sua scia. Ben lontano dall' essere omaggio al cinema di Romero, Lee utilizza i morti viventi come pretesto per mettere in mostra, in un contesto molto particolare, le procaci e siliconate protagoniste. Il giovane regista americano miscela horror, gore, critica socil-politica, umorismo politicamente scorretto e donne nude, non riuscendo a tenere tutti questi elementi in equilibrio e facendo spesso perdere al film un po' di solidità. Non che questo sia un elemento necessario in una pellicola dove un branco di uomini libidinosi sbava per delle ballerine in putrefazione. Se siete in vena di trash questo film fa per voi e, se lo guardate senza particolari pregiudizi, può essere che vi divertite pure.
Produttore: BiM
Produttore: Buena Vista
Produttore: Miramax
Produttore: Fox
Alla fine del diciannovesimo secolo, la Cina si trova ad essere l' oggetto del desiderio dei colonizzatori occidentali: gli inglesi ad Hong kong, i portoghesi a Macao, i francesi in Vietnam e gli americani alla ricerca di preziosa forza lavoro da portare in patria con la promessa di oro e ricchezza. Mentre il governo cinese si adagia ad una connivenza con gli "invasori", solo il leggendario maestro di arti marziali Wong Fei-hung e la sua scuola si oppone al saccheggio del popolo e delle risorse ed allo "stupro" culturale che la Cina sta subendo.
E si che Wanted si candida (con altissime probabilità di dare un grande distacco agli altri concorrenti) a "Film più Tamarro dell' Anno", ma vogliamo forse fargliene una colpa? O vogliamo star li forse a setacciare una trama votata a "l'impossibile a tutti i costi" o puntigliosamente far notare quanto i personaggi siano appena abbozzati e privi di spessore? Bé, io sinceramente non me la sento proprio perché, per quanti difetti gli si possano imputare, io sono uscito dalla visione del film di Timur Bekmambetov contento come un bambino. Questo perché quando un film fondamentalmente vuoto come Wanted si propone allo spettatore in maniera onesta, io non me la sento di attaccarlo e me lo godo per quello che è. Di onestà si parla e non a caso, perché fin dai primissimi minuti, a scanso di equivoci, vengono messe bene in evidenza le carte in tavola: un uomo prende la rincorsa in un corridoio, lo spostamento d'aria fa volare fogli, sposta persone. Arriva ad una vetrata, la sfonda e durante il salto di diverse decine di metri per raggiungere il palazzo di fronte, spara ai cecchini sul tetto. E i proiettili curvano, aggirano gli ostacoli e volano per chilometri attraverso appartamenti, treni in corsa, prima di raggiungere, con una precisione mostruosa, il proprio bersaglio. Se al termine di questa sequenza pensate solo "che cazzata gigantesca!" allora è meglio se sospendete la visione, non vi fate del male ulteriormente. Ma se invece avete la mascella a penzoloni ed applaudite in preda all' euforia, bé, forse il caso che vi mettete comodi e vi godete lo spettacolo perché siamo solo all' inizio. Infatti ancora non abbiamo fatto la conoscenza del protagonista, Wesley Gibson, un impiegatuccio vessato dall' obesa capo ufficio, fidanzato con una ragazza che lo tradisce con il suo migliore amico e vittima di violenti attacchi di panico. Vive tutto questo in maniera distaccata, almeno fino al giorno in cui viene avvicinato dalla Confraternita, una associazione di assassini che da mille anni conservano l'ordine naturale delle cose uccidendo determinati ed influenti personaggi. Ma un ex affiliato vuole distruggere l'organizzazione e ha preso di mira Wesley in quanto figlio di un membro della Confraternita. E adesso anche lui verrà addestrato per diventare un killer professionista e scoprirà che i suoi attacchi di panico altro non sono che il suo istinto assassino che cerca prepotentemente di emergere. Basato sull' omonimo fumetto di Mark Millar (genio!!!), Wanted è un action puro con l'unico obiettivo di stupire e intrattenere. Bekmambetov punta tutto su questo e centra l'obiettivo regalandoci sequenze su sequenze veramente mozzafiato (spettacolare quella del deragliamento del treno). Cerca il divertimento non la profondità. Vuole l'emozione non la riflessione. E se per farlo i proiettili devono curvare, ben vengano i proiettili che curvano, dico io.
C'è un motivo per l' incredibile ricerca della perfezione nel film di Makoto Shinkai, per la meticolosa riproduzione delle luci e delle ombre, per la maniacale attenzione al dettaglio. Il motivo non è il raggiungimento di nuovi apici estetici fini a se stessi, ma rendere quelle immagini come delle istantanee, "congelare" degli attimi, dei momenti, anche i più comuni (una classe vuota, una strada, un passaggio a livello) e marchiarli a fuoco nella nostra memoria così come nella mente del protagonista. Lo spazio e il tempo, concetti sui quali il film si focalizza a partire dal titolo "Cinque centimetri al secondo" (la velocità alla quale i petali di ciliegio cadono al suolo), assumono quindi un ruolo fondamentale in questo racconto, sviluppato nell' arco di tre segmenti, che vanno a comporre questo mediometraggio animato. Nel primo facciamo la conoscenza di Tono e Akari, spiriti affini che sviluppano una profonda amicizia. Quando Araki è costretta a trasferirsi da Tokyo, i due si fanno la promessa di incontrasi alla prossima fioritura dei ciliegi. Ma anche Tono è costretto a trasferirsi a breve e prima che le distanze divengano incolmabili, decidono di anticipare l'incontro. Nel secondo frammento ritroviamo Tono ormai adolescente, inserito nella sua nuova scuola ma perso in pensieri che lo portano lontano, troppo lontano perché il cuore di una sua coetanea, segretamente innamorata di lui, possa in qualche modo raggiungerlo. Nel terzo è ultimo segmento, Tono è un uomo adulto. E' tornato a vivere a Tokyo dove lavora per un'azienda. Insoddisfatto della sua vita, ha troncato da poco una relazione e pensa di lasciare anche il lavoro. Passa i suoi giorni nella speranza di poter incontrare Akari ancora una volta. Mentre per noi spettatori è impossibile non avvertire il trascorrere del tempo (molti dei dettagli di cui parlavo prima, permettono addirittura di farsi un'idea dell' anno in cui ci troviamo) per il protagonista è diverso: dalla partenza di Araki, i minuti e le ore appaiono dilatarsi sempre di più quasi a dare maggior risalto alla distanza fisica che li separa. Ma è proprio durante il loro ultimo incontro che il tempo si ferma, si paralizza in quell'attimo in cui un bacio trasforma la paura e l'incertezza del futuro in felicità. E anche se il suo "peregrinare" lo porta a spostarsi per tutto il Giappone, da Tokyo a Tokyo nell'arco di una vita, lui non si è mai mosso da quel posto ideale creato nella sua mente, quella collina battuta da una leggera brezza dalla quale osserva, con Akari al fianco, galassie sconosciute. Il film di Shinkai, da racconto di amori adolescenziali, si tramuta lentamente in un opprimente "sguardo" nostalgico su di una vita immobile: mentre le altre hanno continuato a muoversi verso il futuro, Tono è rimasto indietro, frenato dai suoi stessi desideri, perso tra occasioni mancate e e-mail mai spedite.
TITOLO ORIGINALE: BORIS 2







