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Le eredità sono spesso un fardello pesante da portare, soprattutto a livello cinematografico, particolare che non interessa alle major vista la quantità di titoli pescati dal passato ed aggiornati per il pubblico di oggi. Anche la Disney non si tira indietro e a quasi trent'anni di distanza ripesca Tron con un progetto ibrido tra sequel e rivisitazione in chiave moderna dell' originale. In un confronto diretto con l' originale però, Tron Legacy di Joseph Kosinski ne uscirebbe sicuramente, se non sconfitto, certamente in ombra, soprattutto considerando che difficilmente può aspirare a diventare un cult assoluto come il film di Lisberger. Senza contare il fatto che, mentre Tron era un film che guardava con precisione quasi profetica al futuro dello sviluppo informatico, Legacy è legato assolutamente al presente, all' utopia di una rete libera dove i programmi siano accessibili e gratuiti per tutti e alla realtà dei sistemi operativi aggiornati con sistematico tempismo allo scopo di lucrare sulle spalle degli utenti. Per fortuna questo non è uno di quei casi nei quali un confronto decreta un fallimento, anzi, Tron Legacy dimostra di avere le frecce giuste al suo arco e di poter ribaltare le più nere aspettative: fin dai primi minuti infatti, in un crescendo ininterrotto quando il film ci porta dentro la Rete, Legacy ci mostra la sua vera natura, una esperienza audio-visiva coinvolgente merito, in primis, della colonna sonora dei Daft Punk che "conduce" a tempo ogni singola sequenza. Da un punto di vista visivo, lasciato da parte il rotoscope su pellicola in bianco e nero, il film di Kosinsky punta ad un look dark, con tonalità scure sulle quali si stagliano le linee e i contorni luminosi del mondo digitale, dai veicoli ai costumi. La computer grafica riveste un ruolo principale, come nel film dell' '82, sia per quel che riguarda la realizzazione degli ambienti che dei personaggi (il villain Clu è un Jeff Bridges con il volto da giovane), ma anche il 3D fa il suo dovere in quanto usato, non solo a scopi commerciali (cosa che avviene fin troppo raramente), ma per dare quella "dimensione" in più alla Rete, rappresentandola con la massima espressione tecnologica in materia di proiezione cinematografica di oggi. A dispetto di ogni previsione insomma, Tron Legacy si merita una promozione per essere riuscito, nonostante i suoi limiti, a ritagliarsi una propria e solida identità tra la pressante sensazione di film omaggio e le inevitabili esigenze commerciali.
Sorprenderebbe sapere quanto è comune e diffusa la paura di essere sepolti vivi. Forse proprio per questo, la terrificante sensazione di trovarsi intrappolati ad attendere una lenta ed inevitabile morte, ha ispirato la letteratura (il bellissimo racconto di Edgar Allan Poe "Sepolto vivo") ed in tempi recenti anche TV (Lost) e cinema (la famosa sequenza di Kill Bill parte II). Ed è proprio il cinema a riportare in auge l 'argomento con un film che, fin dalle prime notizie trapelate, ha fatto pensare soprattutto ad un esperimento o ad una sfida: con Buried infatti, il regista Rodrigo Cortez si propone di imprigionare lo spettatore, insieme al protagonista del film, in un' angusta bara di legno a chissà quanti metri sotto terra, e questo per tutti i novanta minuti di durata del film. Esperimento riuscito? Sfida superata? La risposta è senza ombra di dubbio, si. Cortez non solo mette in piedi un perfetto meccanismo di tensione crescente, ma riesce a farlo lavorando con un solo attore è con una location piccola e angusta. La camera sfrutta ogni angolazione possibile (e impossibile) ed il montaggio sopperisce alla quasi totale immobilità del protagonista mentre le diverse fonti di illuminazione (uno zippo, il cellulare, una torcia elettrica) forniscono in qualche modo una diversa profondità alle scene. La storia, che ci viene svelata pian piano fino a rivelare le motivazioni che hanno portato il personaggio di Ryan Reynolds a finire prematuramente interrato, non arriva mai ad approfondire gli argomenti trattati (la guerra in Iraq, il terrorismo e la politica del Governo USA nell' affrontare le minacce terroristiche) ma funge da funzionale metodo per scandire lo scorrere del tempo, sempre a beneficio di quel meccanismo di tensione di cui si parlava poco sopra. Evitando puntigliose questioni su questo o quel dettaglio poco plausibile, e lasciandosi semplicemente avvolgere dalla claustrofobica sensazione che il film vanta, a ragione, di poter trasmettere allo spettatore, ci si può godere appieno dell' esperienza di Buried e magari immedesimarsi a tal punto da dimenticare perfino che ci possa essere qualcos' altro oltre a quelle sei pareti di legno grezzo.
Quello che mi colpisce in positivo di registi come Jean-Pierre Jeunet è come riescano, indipendentemente che rimangano lontani dalle scene per diversi anni, a mantenersi fedeli alla propria idea di cinema, portando aventi progetti personalissimi senza dover necessariamente chinare la testa o cadere in tentazione di questo o quel blockbuster. A cinque anni da "Una lunga Domenica di Passioni" e quasi a dieci da quel "Il Favoloso Mondo di Amelie", che ne fece conoscere il nome al grande pubblico, Jeunet porta sul grande schermo L' Esplosivo Piano di Bazil (Micmacs a Tire-Larigot in originale) pellicola dove ancora una volta, visonarietà, romanticismo, ironia e grottesco si fondono in una sorta di favola moderna dove un gruppo di reietti, che vivono in una sorta di "hideout" costruito tra i rifiuti di una discarica, si scontrano contro due colossi dell' industria bellica che in qualche maniera hanno sconvolto la vita del protagonista Bazil. Elementi al limite del fantastico (la circense e un po' "freak" nuova famiglia di Bazil) si fondono genuinamente con una fin troppo reale macchia nelle candide facciate delle più grandi democrazie mondiali (rappresentata dalla coppia di mercanti di morte), grazie ad una sceneggiatura brillante e ad un cast encomiabile dal primo all' ultimo nome. Ma L' Esplosivo Piano di Bazil è anche un film molto ispirato dal punto di vista visivo e dove non mancano piacevolissimi omaggi squisitamente cinefili.
Il Profeta di Jacques Audiard è un superbo dramma carcerario ma anche racconto di formazione del giovane Malik, costretto per mera necessità di sopravvivenza a lavorare per un boss corso e i suoi scagnozzi. Dopo un infanzia passata in orfanotrofio e quasi totalmente analfabeta, Malik trova nel carcere la sua scuola, nella più ampia accezione del termine, ed impara e assimila tutto quello che può, dal leggere e scrivere fino a gestire traffici illeciti all' interno e all' esterno della prigione. Audiard ci mostra attraverso il percorso di Malik, che lo porta ad essere iniziato alla malavita prima e a scalarne i vertici poi, quanto il concetto di libertà possa essere relativo e di come si possa essere prigionieri tanto fra le mura di un carcere quanto al di fuori. Elementi in attrito ma che convivono, una costante ne il Profeta anche a livello di tematiche e suggestioni visive, dove atti sanguinari e momenti visionari si susseguono senza strappi. Considerazioni queste che valgono anche per la straordinaria interpretazione del giovane Tahar Rahim che si stacca di diverse spanne da quella del seppur bravissimo Niels Arestrup proprio per la maniera in cui alcuni aspetti del suo personaggio, apparentemente inconciliabili, ne rivelino invece la complessità: Malik è giovane ma ha il viso già segnato, capace di rimanere impassibile di fronte alla violenza e di emozionarsi in maniera innocente al suo primo viaggio in aereo.
Dev' essere che a Jessica Hausner piace lasciare il fato delle sue protagoniste in sospeso: succedeva così in Hotel e succede così anche in Lourdes con un finale, molto bello, ma che lascia tanti (e giusti) dubbi ed interrogativi. Non potrebbe essere diversamente per un film che sceglie di affrontare tematiche come la fede, i miracoli e i luoghi di pellegrinaggio, mantenendo una posizione assolutamente neutrale. La Hausner, con un distacco che definirei esemplare, racconta quanto accade durante un pellegrinaggio a Lourdes ad una giovane donna costretta sulla sedia a rotelle a causa di una forma avanzata di distrofia muscolare, e pone così lo spettatore nella posizione di riflettere, non soltanto su quanto accade (assistiamo davvero ad un miracolo?) ma sui limiti stessi della Fede che, nel chiedere al credente di accettare il Mistero, non sa fornire risposte a tutte quelle domande che spinte da paura, invidia e rabbia emergono con forza anche dai più spessi gusci di devozione. Il miracolo in questo caso rappresenta la risposta tanto desiderata, la conferma che esiste un potere più grande che veglia su di noi, che non siamo abbandonati a noi stessi. Luoghi come Lourdes sono diventati metà continua di pellegrinaggi per tutti coloro che spinti spesso dalla disperazione, sperano che il loro atto di fede sia ricompensato proprio con un miracolo. Ed è in questi stessi luoghi che il miracolo, non soltanto è sottoposto allo scetticismo scientifico, ma utilizzato come pubblicità, come qualcosa da vendere ai fedeli neanche si trattasse di una qualsiasi meta turistica. La Hausner, si diceva in apertura, racconta tutto questo senza giudicare. A tutti gli altri il compito di tirare le somme ed arrivare alle proprie conclusioni.
Si pensava che con Achille and the Tortoise si fosse chiusa quella fase del cinema di Kitano nella quale il regista giapponese esamina il suo difficile rapporto con la settima arte passando dall' omaggio, alla rottura, fino alla riconciliazione. Eppure il suo ultimo film, Outrage, presentato in concorso a Cannes 2010, ci mostra un Kitano non ancora soddisfatto, non ancora pronto ad affrontare una nuova (e tanto attesa dai suoi estimatori) fase della sua carriera registica, ma pronto invece a demolire una delle figure chiave del suo cinema, lo yakuza. Outrage è infatti uno yakuza movie che segue di dieci anni Brother, ultimo suo film del genere, e ne prende decisamente le distanze raccontando la decadenza della malavita organizzata giapponese, dove i soldi sono diventati più importanti dei legami tra "aniki", dove la lotta fra clan è diventata una cruenta battaglia senza onore, proprio come sarebbe piaciuta a Fukasaku. In tutto questo Kitano veste i panni di Otomo, un boss di un clan affiliato che finisce per essere usato e tradito. E' proprio attraverso questa figura che avviene la rottura con la precedente filmografia del regista e con i personaggi da lui stesso interpretati, da Boiling Point, passando per Sonatine, fino al già citato Brother, uomini guidati da precisi principi che rispettano pur nella consapevolezza di andare incontro alla morte. Otomo invece è uno yakuza che si adegua ai tempi ed anela alla salvezza personale piuttosto che ad una morte onorevole. Questo taglio netto con il passato, con il quale Kitano desidera probabilmente chiudere un ennesimo capitolo del suo passato, crea però anche un vuoto (forse intenzionale, forse no) proprio perchè ad Outrage, pur essendo un buon film, manca l' impronta autoriale del regista, capace come sempre di far emergere il lato comico anche dalla violenza più estrema, ma non a coinvolgere emozionalmente gli spettatori quando è lui il primo a non sembrare più coinvolto.
Gone Baby Gone, sorprendente esordio alla regia dell' attore Ben Afflek, aveva riscosso consensi praticamente unanimi di pubblico e critica. Si attendeva perciò di vedere cosa sarebbe riuscito a fare con il suo lavoro successivo, un po' con viva curiosità ed un po', a giudicare dalle reazioni fin dalla proiezione al Festival di Venezia 2010, come se si aspettasse di vederlo inciampare per poterlo attaccare ed affondare. Diciamo subito che The Town è inferiore al suo primo film, forse meno profondo, ma comunque un onestissima pellicola di genere assimilabile a lavori come Point Break che ad altro. Oltre a stare dietro la macchina da presa, questa volta Ben Affleck si ritaglia per se anche il ruolo di protagonista e racconta ancora una volta la sua Boston, i bassifondi, i legami che ti tengono ancorato al passato e agli errori ai quali è quasi impossibile porre rimedio se non mettendo in gioco tutte le cose importanti con la certezza quasi assoluta di perderle. Ora, Affleck non è certo il migliore attore di Hollywood sulla piazza (anche se qui fa una discreta figura così come il resto del cast), ma alla regia dimostra di saperci fare e con tre belle sequenze (che corrispondono poi alle tre rapine), distribuite in maniera precisa, definisce non soltanto la struttura del film ma la sua solidità. Lo sviluppo del film risulta certo risaputo ed il finale prevedibile, ma in The Town c'è abbastanza per quella conferma che si stava aspettando dal buon Ben.









Realtà virtuale, Internet, computer grafica, open source.

Brent rifiuta l' invito ad accompagnare alla "prom" night Lola, una ragazza all' apparenza timida, viene rapito poco prima della serata dal padre di lei e costretto a partecipare ad una versione "particolare" e privata della festa. Un' idea semplice, forse banale, accompagnata da un trailer che lasciava presagire un' altro gustoso torture porn e niente più. Eppure, come da piccoli semi possono nascere grandi alberi, anche le piccole idee possono diventare grandi film se sviluppati nel giusto contesto. E forse è da ricercarsi proprio qui la crisi del cinema horror americano che è andato sempre più inaridendosi a favore della necessità di vendere i propri prodotti ad un pubblico sempre maggiore. Ma in Australia sembra che non sia così. In Australia il terreno sembra ancora fertile per raccontare gli orrori che si nascondono nel suo outback, distese sterminate che "divorano" le persone senza lasciarne traccia. Ci aveva provato Greg Mclean con il suo Wolf Creek, film che ricalcava la principale opera di Hopper, Non Aprite Quella Porta, senza però allontanarcisi in maniera decisiva. Discorso totalmente diverso per The Loved Ones di Sean Byrne, film sorprendente che non si limita a seguire la strada tracciata da Hopper ma prende tutto ciò che quel tipo di cinema ha lasciato sedimentare per anni e lo rimescola portando in superficie tutte quelle suggestioni che il tempo non ha certo reso meno forti: l' orrore non ha bisogno di manifestarsi attraverso deformità o maschere ma si può nascondere dietro un padre (fin troppo) amorevole, un adolescente dal viso grazioso con un vestito da sera rosa, si alimenta dietro mura domestiche apparentemente comuni all' esterno, ma che all' interno nascondo segreti, botole che si aprono sul buio di orrori inimmaginabili. Byrne non si limita ad esplorare gli incubi che nascono nella provincia, ma procede nell' illustrarci uno spaccato dei rapporti genitori figli ai loro estremi, dalle problematiche e le fratture all' interno delle famiglie così dette "normali" da una parte, fino al rapporto incestuoso tra Lola e suo padre dall' altra, trovando la misura nel mezzo solo in un finale sinceramente insperato e necessario. Perchè The Loved Ones, per quanto non indugi nella violenza preferendo il fuori campo o "nascondendola" nell' inquadratura, è un film tesissimo che ti costringe a stare a pugni stretti e chiusi per quasi un' ora e venti, merito soprattutto dei personaggi e degli interpreti eccellenti come John Brumpton, che ricopre il ruolo del padre, e Robin McLeavy nei panni di Lola, una teenager terrificante come mai se ne erano viste, probabilmente character horror del decennio.
Il Detective Ho è il più esperto negoziatore in caso di ostaggi della polizia di Hong Kong. Peter Cheung è un malato terminale che nelle sue ultime quattro settimane di vita decide di tentare un colpo in una società finanziaria prendendo in ostaggio uno dei manager. Su stessa richiesta di Cheung, Ho viene chiamato sul posto solo per assistere impotente alla fuga del malvivente. Ma all' intuito del detective non sfugge che dietro la particolare richiesta di Cheung ed il suo strano tentativo di furto si possa nascondere un piano molto più complesso dove lui potrebbe essere coinvolto direttamente. Running Out of Time esce nel '99, lo stesso anno di The Mission e se è vero che "non tutte le ciambelle riescono col buco" non significa certo che siano da buttare, anzi. Il primo non può certo vantare le coreografiche sparatorie del secondo ne quel particolare legame che unisce il quartetto di protagonisti, quasi una costante nel cinema di To. Running Out of Time è sicuramente più essenziale nella forma (attenzione, ciò non significa che sia più povero) ma gode comunque di una storia a sfondo poliziesco incalzante, ben scritta e ben sviluppata, dal retrogusto drammatico anche se venata da improvvise sferzate ironiche. Gran parte del merito della riuscita del film va ai due personaggi protagonisti interpretati da Andy Lau e Lau Chin-wan, due individui che per la loro sottile intelligenza si trovano ad essere rivali naturali ed allo stesso tempo spiriti affini tanto da sviluppare con il tempo un legame molto forte, un amicizia che si ritrova spesso nella filmografia di To e che segue dei principi che trascendono la rigidità di concetti come legalità o illegalità, più legati alla coscienza che alla comune morale.
TITOLO ORIGINALE: THE WALKING DEAD

Non è un segreto il profondo apprezzamento e rispetto che, chi vi scrive, ha per Kim Ji-woon e per le sue opere, apprezzamento e rispetto divenute inconsapevolmente armi di difesa per un' autore spesso e ingiustamente bistrattato. Obiettivamente il regista coreano sta da sempre un passo indietro rispetto ai suoi colleghi compatrioti, grandi nomi che non è neanche il caso di citare, ma nel corso della sua carriera, dagli esordi fino ad oggi, ha sempre seguito un onestissimo percorso cinematografico basato sulla ricerca di un grande impatto visivo e sul non rimanere mai ingabbiato in un genere preciso: black comedy, horror, noir, western fino ad arrivare alla sua ultima fatica, I Saw The Devil, thriller sul tema della vendetta. Neanche ci fosse bisogno di dirlo, da un punto di vista tecnico il film è inattaccabile: Kim Ji-woon dietro la macchina da presa ci ha già mostrato quello di cui è capace e qui non fa eccezione riuscendo a caricare di tensione, vera struttura portante del film, sia le sequenze "immobili" che quelle più concitate. Rispetto al suo lavoro precedente, l'imperfetto ma godibilissimo The Good The Bad The Weird, I Saw the Devil non ha mancanze in reparto sceneggiatura, risultando teso e compatto per tutte le due ore e venti di durata. Certo, c'è da dire che la tematica della "vendetta" è stata abbondantemente affrontata nel cinema coreano e I Saw the Devil non aggiunge nulla a quanto già detto fino ad oggi, risultando anzi piuttosto "guidato", non lasciando molti spazi a messaggi o approfondimenti se non quelli che vengono direttamente dalla bocca dei personaggi. Detto questo però, il film di kim Ji-woon ci trascina in un viaggio disturbante e violento verso il confine che separa legge e giustizia, uomini e mostri. Ad accompagnarci in questo percorso da incubo due grandissimi attori, Lee Byung-hun, da considerarsi a tutti gli effetti attore feticcio di Kim Ji-woon, e il grandissimo Choi Min-sik, volto e corpo di un personaggio agghiacciante non tanto dissimile da quello da lui stesso interpretato in Sympathy for Lady Vangeance di Park Chan-wook.
Prima di passare a qualsiasi considerazione sul film, è bene precisare che con The Last Exorcism ci troviamo di fronte ad un classico esempio di marketing ingannevole, il classico tentativo di vendere un film, soprattutto al fruitore di cinema occasionale o poco attento attirato, ad esempio, dai nomi in produzione (in questo caso Eli Roth), per qualcosa che non è. Se prendiamo in esame il trailer, ad esempio, oltre a notare la significativa mancanza di alcune sequenze nel film vero e proprio, non si può che pensare all' Esorcista datato 1973. Eppure per quanto posa essere richiamato soprattutto dal titolo della pellicola, The Last Exorcism ha decisamente molti più punti in comune con pellicole come The Blair Witch Project: il film di Daniel Stamm è a conti fatti un mokumentary che vede protagonista un prete, Cotton Marcus, che troupe al seguito decide di documentare uno dei tanti esorcismi che pratica da ormai tanti anni. Maturata ormai da tempo una crisi di fede diventata un vero e proprio distacco, il prete ha come fine ultimo dimostrare, complice lo sguardo inflessibile ed impossibile da influenzare della telecamera, che i riti esorcistici non sono niente più che spettacoli o recite abilmente organizzate che riescono a liberare, complice la fede, persone così dette "possedute" da quelle che si rivelano essere principalmente suggestioni e niente più. La cecità della Fede (se credi in Dio DEVI credere anche nel Diavolo) contro la visione totale della macchina da presa, alla quale è affidata la "catturà" di una verità indiscutibile, è forse lo spunto più interessante che viene da The Last Exorcism, proprio perché tale sottotesto è veicolato attraverso la finzione cinematografica. Sfortunatamente queste riflessioni non vengono sfruttate pienamente e da una premessa interessante il film cede lentamente il passo all' horror, senza calcare neanche in questo caso la mano ma regalando comunque qualche bel momento bello teso (complice anche il tipo di ripresa) che si risolve però in un finale fin troppo concitato, confusionario, molto aperto e discutibile, che lo avvicina in maniera netta alla pellicola di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez. Film poco incisivo insomma, da qualsiasi parte lo si voglia prendere ed è bene non cadere nell' equivoco più evidente: se l'avete amato, il primo e unico esorcismo sarà sempre quello di William Friedkin.


Basta davvero poco per evitare ad un film di essere etichettato come "vaccata", per quanto possieda di base tutti i requisiti per potersi fregiare di tale appellativo. Quel tanto in più che salva un film alle volte è solo un po' di sana autoironia, la capacità di saper giocare sulle proprie debolezze e lasciare che sia il resto a fare la differenza. Voglio dire, ok che mi piacciono i viaggi nel tempo, ma una vasca idromassaggio che proietta i protagonisti del film nel passato proprio non si può sentire. Eppure è proprio questa vasca a dare il titolo al film di Steve Pink "Hot Tub Time Machine", che vede protagonisti tre amici e il nipote di uno di questi, decisi a trascorrere una vacanza in una località di montagna dove circa vent' anni prima passarono uno dei weekend fondamentali della loro vita, che da quel momento in avanti diede in qualche modo inizio alle loro attuali fallimentari esistenze. Il loro desiderio di rivivere un fine settimana come quello, e magari rinsaldare i rapporti logorati dal tempo e dalle vicissitudini personali di ciascuno di loro, si infrange quasi subito con la dura realtà di un posto di villeggiatura che non è sopravvissuto agli anni '80. Delusi decidono comunque di sfruttare il tempo a propria disposizione e, complici l' alcol, la vasca idromassaggio della loro suite e l' ingrediente segreto di una bibita energetica russa, si trovano catapultati proprio in quel weekend nel 1986. Ora, tralasciando la parte della vasca idromassaggio, idea talmente ridicola che gli stessi protagonisti ne sottolineano più volte l' assurdità (impagabile lo sguardo in macchina di Craig Robinson dopo aver lui stesso coniato il termine "hot tube time machine") il film di Steve Pink sfrutta il pretesto dei viaggi nel tempo per tirare fuori una commedia nel complesso riuscita e anche parecchio divertente. Il merito è certamente da attribuire ad un cast perfettamente funzionale ma anche ad una sceneggiatura che, seguendo le tracce dei grandi capisaldi del genere "time-travel", gioca con i paradossi (il finale è da applausi) e mette i protagonisti in particolari situazioni nelle quali devono scegliere se affrontare la loro disavventura temporale come una seconda occasione per cambiare le cose o con un atteggiamento "geek" del tipo "fare tutto esattamente come vent' anni fa per non alterare il continum spazio temporale". E tutto questo da vita anche a irresistibili dialoghi e spassosissime gag dove gli '80, con tutto quello che nel bene e nel male hanno portato con se, dalla musica alla moda, sono gli assoluti e indiscussi protagonisti.
La riprova che la Pixar, nella sua ventennale carriera, non ha sbagliato mai un colpo, arriva proprio con quello che a conti fatti può essere considerato un lavoro "minore" ma che è stato oltremodo sottovalutato: Cars. Il film rappresenta il ritorno alla regia di Lasseter, dopo Toy Story 2, con un film molto personale, frutto dell' esperienza maturata con le pellicole precedenti, sia in termini artistici che di crescita personale. L' impegno di dirigere uno studio d'animazione l'ha spinto infatti alla saggia decisione di staccare per dedicarsi alla sua famiglia in un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti. Proprio da questa esperienza personale e familiare nasce quello che sarebbe poi diventato il cuore pulsante di Cars. Il protagonista Saetta McQueen rappresenta in qualche modo l' uomo moderno ed il suo modo di affrontare la vita, a tutta velocità, curandosi solo dell' obiettivo finale e trascurando tutto quello che c'è tra l'arrivo e la partenza, anche amicizie ed affetti. Ma è anche la società che si è adattata (o ha spinto) verso questa "way of life" e l'autostrada che ha tagliato fuori dal mondo la vecchia cittadina di Radiator Spring, ne è un esempio lampante. Nonostante sia parzialmente ambientato nel mondo delle corse e il suo protagonista sia un' automobile da gara, Cars è un invito a rallentare, perchè spesso gli obiettivi che ci siamo preposti danno gioie momentanee o felicità effimera, mentre le cose importanti che ci lasciamo alle spalle finiamo per non poterle più recuperare e riscoprirle diventa sempre più difficile, come schegge preziose di un passato recente finite nascoste tra le pieghe del mondo moderno. La cosa importante alla fine "non è la destinazione ma il viaggio".


Prendete 24 e togliete tutta l'azione, le esplosioni, gli inseguimenti, le sparatorie. Lasciate soltanto il contesto della lotta al terrorismo in una America post 11 settembre. Ora prendete un protagonista come Jack Bauer, uno che lavora sopra le regole, indipendente dalle agenzie governative. Togliete il suo impegno sul campo e lasciate la sua abilità negli interrogatori ma privo di qualsiasi scrupolo di coscienza. Il risultato è il sorprendente film di Gregor Jordan, Unthinkable ed il suo protagonista H, interpretato magistralmente da Samuel L. Jackson. Le vicende raccontate nel film cominciano negli uffici della sezione anti-terrorismo dell FBI. Il torpore di indagini di routine, condotte dall' agente Brody e dal suo team su alcuni possibili sospettati di appartenere a gruppi estremisti, viene interrotto quando gli investigatori si trovano per le mani, ed in maniera totalmente indiretta, una minaccia vera ed immediata: un cittadino americano, ex soldato ora convertitosi all' Islam, ha recapitato alle principali emittenti televisive un messaggio video nel quale minaccia di far detonare tre ordigni nucleari in tre diverse città degli Stati Uniti se le sue richieste non verranno soddisfatte. Una volta catturato l' attentatore, l' Esercito chiede la collaborazione dell' agente Brody per scoprire dove l' uomo ha nascosto le bomba e a lei affianca H, un misterioso individuo protetto dal Governo ed esperto di interrogatori e tortura. L' inizio di Unthinkable è assolutamente ingannevole e a conti fatti la sua funzione è quella di presentarci i personaggi e di condurli in quella stanza dove si svolgerà il 90% del film, dove Brody, H e alcuni militari avranno per le mani la vita del terrorista Yussur e quelle di centinaia di migliaia di americani. Da qui in avanti il film si fa brutale ed implacabile, un po' come la violenza fisica e psicologica che H dispensa con estrema lucidità, nel portare allo spettatore, diretto come un pugno in faccia, il dilemma morale che vivono i protagonisti: fino a quando si è disposti a mascherarsi dietro la propria moralità e lasciare che siano gli altri a fare il lavoro sporco? Quanta della nostra integrità siamo disposti a sacrificare per il cosiddetto "bene di tutti"? Unthinkable ci porta in quella zona d' ombra (la realtà?) che spesso il cinema di consumo ha paura di attraversare (non è un caso se il film ha trovato difficoltà nell' essere distribuito), dove si perde la differenza tra bene/male, tra giusto/sbagliato, buoni/cattivi. Rimane solo la responsabilità per le proprie scelte e il coraggio di affrontarne le conseguenze e non importa da che parte della barricata si stia tanto alla fine si perde tutti.
Prima di iniziare a parlare dell' ultima e enorme fatica di Edgar Wright, Scott Pilgrim vs. the World, è giusto soffermarsi un' attimo su ciò che sono i cosiddetti film generazionali, pellicole a loro modo uniche che creano un feeling ed un' empatia con persone nate e cresciute in un determinato periodo o decennio. Scott Pilgrim vs. the World ha la straordinaria caratteristica di poter abbracciare più di una generazione in quanto film moderno e all' avanguardia, nella forma così come nel "linguaggio", e allo stesso tempo irresistibilmente retrò. Dopo Shawn of the Dead e Hot Fuzz, Wright si butta nel cinecomic portando questo sotto-genere alla sua massima (almeno fino ad ora) evoluzione, riempendo il quadro di didascalie e onomatopee fino ad elementi tipici dei videogiochi, ma soprattutto utilizzando il montaggio in maniera superlativa, rendendo l' unione tra diverse sequenze, o lo sviluppo "orizzontale" di alcune, quanto di più simile al susseguirsi delle vignette di un comic book. Ma proprio come il fumetto ad opera di Bryan Lee O'Malley dal quale è tratto, Scott Pilgrim vs. the World si distingue per la quantità di linguaggi che si sovrappongono: comic, manga, videogiochi e cinema. Una stratificazione che diventa contaminazione, con risultati difficili da descrivere a parole e solo guardando il film si riesce a comprendere la maniera in cui i classici meccanismi comunicativi dei fumetti o dei videogiochi (i punti e l'esperienza guadagnati dai combattimenti o gli avversari che si dissolvono in una pioggia di monete) si integrano perfettamente al "lessico" cinematografico. Rimanendo in tema "comunicazione" e senza nulla togliere a chi è nato alla fine del ventesimo secolo, Scott Pilgrim vs. the World è un film che si rivolge in maniera più che esplicita a chi è stato adolescente negli anni '90 ed è cresciuto con i fumetti, con i manga, con i videogiochi (quelli Nintendo, of course) e con la musica di quel periodo. Tra una strizzata d' occhio a tutti coloro che hanno vissuto l' exploit dei picchiaduro (diciamo da Street Fighter II fino al Tekken) e che nel riconoscere il tema di Zelda o nell' invidiare la collezione di t-shirt del protagonista si sentono orgogliosamente nerd, si raccontano in fondo le vicende di un ventiduenne piuttosto comune, nullafacente ma impegnato con la sua band indie, che trova la donna dei suoi sogni ma è costretto a superare l'annoso problema dei suoi ex fidanzati. Una storia ordinaria, divertente e romantica, raccontata in maniera esplosiva e straordinaria con un cast perfetto (applausi per Kieran Culkin) ed una colonna sonora, curata tra gli altri da Nigel Godrich, che ti rimane in testa fin dagli psichedelici opening credits.



Kill Zone di Wilson Yip è un classico poliziesco made in Hong Kong ma anche un film dove ci si mena, e non poteva essere diversamente visto che tra i protagonisti, oltre all' immancabile Simon Yam, troviamo Donnie Yen ed il mito assoluto Sammo Hung (trio che tra l'altro troveremo riunito, grazie allo stesso Yip, in Ip-Man 2). Simon Yam interpreta il detective Chung divenuto padre di una bambina rimasta orfana dopo che i genitori sono stati uccisi per essere testimoni scomodi del Boss, Wong Po, interpretato invece da Sammo Hung, tanto desideroso di diventare padre quanto spietato nel togliere la vita ai suoi nemici. Chung è malato di cancro e presto verrà sostituito alla guida del suo team anticrimine dal giovane ispettore Ma, Donnie Yen. Dopo un inizio che, tra cliffhanger, flashback ed ingombranti didascalie sembra quasi un trailer più lungo del solito, il film prende forma proprio intorno ai tre protagonisti, al loro incontro/scontro guidato da antagonismo, giustizia, vendetta che li porterà verso le più nefaste conseguenze. Da buon dramma a sfondo poliziesco, Kill Zone ci mostra un gruppo di uomini legati da rapporti ben più profondi di quelli lavorativi, disposti a qualsiasi cosa per coprirsi le spalle anche a superare il limite imposto dalla legalità per ottenere un briciolo di giustizia. Dall' altra parte abbiamo invece un criminale di una crudeltà inflessibile quando si tratta di proteggere ciò che è suo ma estremamente umano quando in ballo c'è la sua famiglia. Ma dicevamo anche del lato action del film: ebbene, anche se condensati in tre sequenze specifiche, non si può certo dire che i combattimenti presenti nel film di Yip siano roba da niente anche considerato che la direzione artistica è dello stesso Donnie Yen. Ed è quasi inutile sottolineare che quando di trova faccia a faccia con Sammo Hung i due facciano letteralmente scintille, soprattutto perchè quest' ultimo, nonostante una mole non trascurabile, continua a sfoggiare un' agilità impressionante. Non ci troviamo di fronte ad un film memorabile ma neanche trascurabile: Kill Zone alla fine appare abbastanza bilanciato tra violenza, dramma e azione, con un finale ben lontano dall' essere in qualche modo consolatorio.