Wednesday, January 14, 2009

SAW V...e non se ne vede ancora la fine...

Allora, vediamo di fare un po' di chiarezza: Jigsaw è morto. Amanda è morta. L' agente Strahm ha trovato i corpi nel loro nascondiglio ma ne è stato imprigionato all' interno dal Detective Hoffman divenuto l' unico erede dell' opera punitrice/salvatrice di Jigsaw. All' inizio di questo quinto film assistiamo all' ennesima vittima dei sadici giochi del nostro Enigmista, un ragazzo legato ad un tavolo con un pendolo affilato (che rimanda tanto al bellissimo racconto di Edgal Allan Poe) pronto a tagliarlo in due se non trova il coraggio di farsi schiacciare la mani da due morse. Dopo questa breve ma intensa parentesi gore l'azione si sposta nel nascondiglio su citato, mostrandoci come l' agente Straham riesce a salvarsi e come Hoffman allontani i sospetti su di lui risultando addirittura un eroe. Strahm però non crede che Hoffman sia pulito e decide di indagare sul suo conto nonostante il caso gli venga tolto. Nel frattempo altre cinque persone si trovano a dover affrontare l' ultimo macchinoso gioco di Jigsaw. Accettato ma non condiviso, il fatto che Saw abbia reso la serialità, con puntuale cadenza annuale, il suo principale marchio di fabbrica, mi viene da pensare che erano parecchi anni che una saga horror non raggiungeva il quinto capitolo. Lungi da me far sembrare questo un merito, sia ben chiaro, anche perché il caro John/Jigsaw, non può certo vantare il carisma di "mostri" sacri del genere come Freddy Krueger, Jason o Michael Mayers (giusto per citare i più famosi) ma soprattutto non appare una scelta furba far morire il protagonista al terzo film ed arrivare al quinto capitolo riempendo i vuoti narrativi lasciati in precedenza, portando avanti la storia a piccolissimi passi. Se da un lato si può premiare la volontà di dare maggiore coerenza alla moltitudine di incastri di cui la saga è composta, dall' altro si nota come questa "costruzione" che si va, film dopo film, a complicare sempre di più (diventando anche molto forzata), sia fragile quanto un castello di carte e costringa il pubblico a ricordarsi molto bene tutti i vari avvenimenti. In caso contrario, è bene che lo sappiate, si rischia seriamente di perdersi nella moltitudine di flasback che arrivano a coinvolgere anche la pellicola capostipite. Ancora più che nei film precedenti è impossibile non accostare la serialità di Saw a quelle delle serie TV (ormai manca solo un "previously on Saw" all'inizio dei film), innanzi tutto per la presenza di diversi attori provenienti da show televisivi (Julie Benz da Dexter, o Carlos Rota da 24) e poi per una regia ormai standardizzata, tanto che non si avverte più di tanto il cambio di testimone dietro la macchina da presa, da Darren Lynn Bousman a David Hackl. Non temano gli affezionati di Saw: diverse porte sono state lasciate aperte per far si che le avventure di Jigsaw tornino anche il prossimo anno (cosa avrà lasciato il vecchio John alla moglie in quella grossa scatola nera?). Più che una certezza è quasi una minaccia.

Tuesday, January 13, 2009

NEVE E SANGUE A STOCCOLMA

Secondo post dedicato al film di Tomas Alfredson (il primo qui) in occasione della sua uscita nelle sale italiane. Un nuovo post in cui ho cercato di ripulire i miei pensieri dall' entusiasmo che segui alla prima visione. Non credo di esserci riuscito comunque, e il giudizio sul film rimane invariato: meraviglioso. Grazie a chi avrà la pazienza di leggere anche queste righe.

Let The Right One In arriva anche in Italia, dopo il passaggio fuori concorso all' ultimo Festival di Torino, con il titolo "Lasciami Entrare" proprio come il romanzo di John Ajvide Lidqvist che qui cura anche la sceneggiatura. Fuorviante e profondamente errato affrontare la visione di questo film come se si trattasse di un horror convenzionale. Mai come in questo caso si tratta di una semplice etichetta, visto che Lasciami Entrare è più una cupa favola di amore e morte, ambigua e romantica al tempo stesso. L' amore tra un vampiro ed un essere umano può far pensare ad un prodotto che facilmente fa presa sul pubblico, visto anche il risalto recentemente dato a questa figura sia al cinema che in TV, ma quello di Alfredson non è un cinema che possiamo certo definire commerciale. La regia, quasi immobile, centellina i movimenti, si posa impalpabile sulla spoglia periferia di Stoccolma come la neve che ricopre ogni cosa. La storia è raccontata quasi sottovoce, i dialoghi sono essenziali, le immagini spesso esplicitano quello che le parole non arrivano a definire, come la natura enigmatica dei personaggi ad esempio. Oskar è quello più limpido in questo senso: ragazzo solo, riempie il vuoto di essere figlio di genitori separati e di studente vessato dai compagni di scuola, con un insana passione per i sanguinosi fatti di cronaca, sfogando la sua rabbia contro la corteccia di un albero. Anche Eli è per sua stessa natura sola, nonostante conviva con una persona adulta, forse il padre, ma non sarebbe strano se si trattasse di un amante, considerato che lei ha “dodici anni da tantissimo tempo”. Appare chiaro che per sopravvivere e allo stesso tempo rimanere nascosta, ha bisogno di un compagno e Oskar appare un candidato perfetto per assumere questo ruolo che il padre/amante non è più in grado di portare avanti. Una visione forse cinica ma che nulla toglie ad un profondissimo rapporto che comporta, da ambo le parti, assoluta devozione e totale dipendenza. Ma c’è anche qualcosa di incredibilmente poetico e struggente nella maniera in cui Alfredson racconta l’amore tra Eli e Oskar, del loro modo di comunicare che non ha bisogno di parole, di come l ‘alfabeto Morse diventa un linguaggio segreto per tenere il resto del mondo a distanza. Un amore platonico fatto di gesti dolcissimi (il dettaglio sulle due mani che si sfiorano o tutta la sequenza nella camera di Oskar) fino ad arrivare a quelli più disturbanti e inquietanti (il bacio "insanguinato" o la splendida scena finale in piscina). Come Oskar, che per la prima volta “lascia entrare” qualcuno nella sua vita fino alla sua parte più profonda e nascosta (“siamo simili io e te: tu uccideresti per vendetta, io uccido perché devo vivere”), anche noi rimaniamo rapiti da questa figura ambigua eppure così affascinante: il Male ci guarda con gli occhi grandi e profondi di una ragazzina di dodici anni e noi ricambiamo lo sguardo.

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Monday, January 12, 2009

Fuga dalla QUIET ROOM e dal MADAGASCAR

Chi ha avuto il piccolo piacere di vedere In The Pool di Miki Satoshi, sicuramente non avrà dimenticato la figura dell' eccentrico psicologo che prende in cura i tre personaggi principali del film. Sazuki Matsuo, questo il nome dell' attore, evidentemente ha messo di suo in quel personaggio perché questa personalità strampalata la si ritrova anche nel suo ultimo film "Welcome in The Quiet Room" di cui ha curato anche la sceneggiatura, adattata da un suo romanzo. Riscopriamo quindi un artista a tutto tondo in questa pellicola, guarda caso, ambientata in un istituto d' igiene mentale dove viene rinchiusa la protagonista, Asuka, dopo aver rischiato di morire per un pericoloso mix di pillole e alcol. In un rapido incipit scopriamo che Asuka è una scrittrice affermata che lavora per un giornale. La sua vita sempre di corsa subisce un improvviso stop quando si risveglia, immobilizzata ad un lettino, in quella che scoprirà essere una "quiet room", dove vengono tenuti i pazienti particolarmente agitati o quelli con tendenze suicide. Oltre ad essere una zone di restrizione, la quiet room rappresenta anche una zona neutra per la protagonista, tra un passato doloroso da esorcizzare e un presente con il quale convivere, per trovare nel mezzo una via per il futuro, per una vita nuova. Per raccontare questa storia così particolare, Sazuki utilizza sia il registro comico (che oscilla tra il demenziale ed il grottesco) che quello drammatico, magari non riuscendo ad amalgamarli sempre in maniera fluida ma regalandoci comunque qualche deriva onirica/surreale veramente azzeccata. Forse qualche passaggio risulta tirato un po' per i capelli ma bisogna dare atto al regista di aver messo su una storia ricca di personaggi folli (e non tutti dentro l'ospedale psichiatrico) tra i quali è impossibile non citare la dottoressa con fattezze maschili ma voce femminile e i due splendidi cameo di Hideaki Anno e Shinya Tsukamoto.

Per affrontare il discorso Madagascar 2 vorrei, se fosse possibile, evitare quello ben più complesso de "è meglio la Dreamwork o la Pixar?" anche se le mie preferenze ricadono sicuramente sulla seconda. Il fatto è che la casa di papà di Spielberg ha fatto di una certa comicità e di un certo citazionismo cinefilo, in grado di catturare sia i bambini che gli adulti, il suo marchio di fabbrica, preferendo quindi volare basso e sicuro senza mai sfiorare la profondità dei titoli Pixar. Sarà per questo che mi vengono gli occhi lucidi ancora oggi pensando a WALL-E, mentre ben poco mi è rimasto dei seguiti di Shrek o del primo Madagascar ad eccezion fatta per gli splendidi pinguini, forse tra i personaggi più riusciti in campo animato degli ultimi anni. Ed è inutile dire che anche in Madagascar 2 la fanno loro la parte del leone nonostante sia proprio il leone Alex il vero protagonista. Dopo un breve flashback dedicato al felino ballerino, ritroviamo Alex, Martin, Melman e Gloria in un rocambolesco tentativo, organizzato dagli efficientissimi pinguini, di far decollare un vecchio rottame d'aereo e poter così finalmente lasciare il Madagascar. L' operazione sembra avere successo ma la benzina finisce ben prima di New York e i nostri precipitano nel cuore dell' Africa. Ritorno a casa, riscoperta delle proprie origini, sono forse i due argomenti principali del film, trattati con estrema leggerezza ed in fondo è anche giusto così. Il film non tenta neanche un briciolo di approfondimento e preferisce intrattenere e divertire riuscendoci in maniera piuttosto semplice. Ancora una volta i personaggi principali vengono messi in secondo piano quando i pinguini entrano in scena e va a loro il premio per la miglior sequenza del film che li vede confrontasi contro un "sindacato lavoratori" per scimmie. Memorabile. So già che presto mi sarò scordato tutto il resto.

Sunday, January 11, 2009

Lyric of the Week + Video / THE VERVE - RATHER BE

**UH UH UH! Nuovo singolo!**


There’s no need for introductions
No dark corridors and fame
You’ll find your fortune
You might find some pain
I wanna lie, lie together
Feels like our last embrace
In a world full of confusion
Yeah, human race

But I’d rather be here than be anywhere
Is there anywhere better than here?
You know these feelings I’ve found they are oh so rare
Is there anywhere better than here?

Sometimes life seems to tear us apart
Don’t wanna let you go
Sometimes these feelings hidden
I start to cry
Cause I won’t ever let you go

Mmm… Multiplying

Always livin’ under some vow
Always on the eve of destruction
Make you wanna scream out loud
and as I watch the birds soar
Amount of lies of which you spun
O mmm, while I’m still crying
Oh another day is come

Cause i’d rather be than be anywhere
Ss there anywhere better than here?
You know these feelings I’ve found they are oh so rare
Is there anywhere better than here?

Sometimes life seems to tear us apart
Don’t wanna let you go
Sometimes these feelings hidden
I start to cry
Cause I won’t ever let you go

But I’d rather be here than be anywhere
Ss there anywhere better than here?
You know these feelings I’ve found they are oh so rare
Is there anywhere better than here?

Friday, January 09, 2009

CLASSIFICA FILM 2008

Non avrei mai stilato questa classifica se non fosse servita per la Playlist 2008 de Il Barone del Male (a proposito, andate a vedervi i tre titoli sul podio) ma visto che l'ho fatta tanto vale pubblicarla anche qui. Si noteranno differenze dalla mia precedentemente, relativa alla stagione 2007/2008, primo perché molti titoli non possono rientrarci e secondo perché, avendo praticamente visto tutti i film una seconda volta, alcune posizioni sono dovute per forza di cose cambiare. Non citerò neanche i titoli che sono rimasti esclusi perché erano sicuramente meritevoli e non è stato facile tenerli fuori. La parola alle locandine:

1.

2.

3.

4.

5.

6.

7.

8.

9.

10.

Thursday, January 08, 2009

DEXTER - SEASON 03 -

TITOLO ORIGINALE: DEXTER
TITOLO ITALIANO: DEXTER
NUMERO EPISODI: 12

-TRAMA-
Dopo aver portato a galla tutte le ombre del suo defunto padre, Dexter non è più intenzionato a seguirne il "codice" ma a farne uno tutto suo. Un omicidio per nulla previsto lo porterà a stringere amicizia con il Vice procuratore di Miami e a scatenare la brutalità di un assassino soprannominato lo "Scorticatore".

-COMMENTO-
La splendida Miami, soleggiata, multietnica, luogo dove anche gli insospettabili hanno una seconda faccia che vogliono tenere nascosta, è per la terza volta teatro delle avventure del serial killer più amato della TV ed è con grande piacere che constatiamo che per la terza volta consecutiva la serie fa centro. Traguardo importante, considerato che altre serie "top" hanno un po' inciampato alla terza (si veda Lost o Prison Break), e che non delude le aspettative dei fan sempre più numerosi che il nostro Dexter sta raccogliendo attorno a se.
Giunto alla ragguardevole cifra di 36 puntate, il personaggio Dexter continua la sua crescita personale alla ricerca di un' umanità che non gli appartiene. I suoi rapporti interpersonali, con la fidanzata, con i colleghi e con la sorella, sono basati sempre su sentimenti simulati ma si fa sempre più forte in lui il desiderio di trovare qualcuno con cui non doversi nascondere, qualcuno con cui poter essere finalmente se stesso. Discorso già avviato nella seconda stagione con il personaggio di Lila, prosegue qui attraverso l'ambigua amicizia con il vice procuratore Miguel Prado che sembra avere un' idea di giustizia molto simile a quella del nostro.
Citata non a caso in un episodio, la "Teoria del Caos" sembra riassumere perfettamente questa stagione dove le azioni di Dex, le sue scelte fuori dal codice paterno, porteranno a impreviste conseguenza.
Si potrebbe segnalare una mancanza di profondità nelle varie sotto trame o una partenza un po' lenta ma, alla fine, le varie storie sono parzialmente legate alla storyline principale non rallentandone lo svolgimento e la serie trova presto un ritmo che fa letteralmente divorare gli episodi avidamente fino alla fine.
Fine che, tra l'altro, preannuncia interessanti sviluppi per la prossima stagione che già si aspetta con impazienza.

-DVD-
Nessun cofanetto previsto al momento per la terza stagione.

Wednesday, January 07, 2009

"Why are you doing this to us?"

Credo si possa essere, senza risultare troppo buoni o accomodanti, un po' più indulgenti con i registi emergenti, soprattutto con quelli che si cimentano in un genere come l' horror, dove le buone idee scarseggiano e di conseguenza anche i buoni risultati. Al giovane Bryan Bertino, che fino ad allora si era trovato su di un set cinematografico come tecnico elettricista, per un caso fortuito gli viene affidata la regia del film da lui stesso scritto, The Strangers.
La base su cui il regista texano costruisce le fondamenta del suo film sono piuttosto semplici: una giovane coppia, di rientro da una cerimonia di nozze, decide di passare la notte in una isolata casa per le vacanze. Gli evidenti problemi tra i due cedono presto il posto al romanticismo, ma un bussare insistente alla porta interrompe bruscamente le loro effusioni. Sarà solo la prima avvisaglia dell' assedio che la coppia subirà da parte di tre sconosciuti mascherati in maniera inquietante.
L' elemento principale che incontra subito il mio favore, è l'idea di horror che Bertino vuole sviluppare: il Male non è identificabile, non riconoscibile ne riconducibile in un volto (non vedremo mai, per tutto il film, le facce degli assalitori). La violenza non trova giustificazione ne esiste motivo di cercarla ("Perché ci fate questo?" "Perché eravate in casa"), concetto che rimanda al cinema di Haneke. Non esistono spazi sicuri e inviolabili. L'intimità delle quattro mura è nulla, la casa da protezione diventa prigione (espediente già usato sia da Romero che dallo stesso Haneke).
Poco importa poi, ai fini della godibilità del film, gli avvisi iniziali che ci avvertono che gli eventi narrati si basano su fatti realmente accaduti. E neanche snocciolare i dati dell' FBI che riferiscono di un impressionante numero di morti violente ogni anno negli USA. Quello che realmente ci interessa è immergerci nell' atmosfera creata da Bertino che dimostra subito un' ottima padronanza del mezzo e un' incredibile abilità nel trasmettere tensione e paura: suoni improvvisi e violenti fuoricampo, oggetti che si spostano o si infrangono, ombre nelle quali si palesano figure silenziose e minacciose, sono solo alcuni degli elementi che rendono lo spettatore totalmente partecipe della violenza psicologica subita dai protagonisti. Forse, per una sopraggiunta mancanza di ispirazione, Bertino cede alla tentazione e, nella seconda parte del film, si abbandona tristemente ad alcuni classici cliché del genere (comportamenti di una stupidità intollerabile e apparizioni improvvise per spaventare a comando) e ad un finale tristemente inutile.
Considerato però che ci troviamo di fronte a quella che è, a tutti gli effetti, un' opera prima, il risultato finale ottenuto da Bertino non è da sottovalutare e The Strangers si può tranquillamente considerare come un prodotto di genere riuscito nonostante gli evidenti ed evitabili difetti.


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Tuesday, January 06, 2009

Otomo vittima dei Mushi

Il nome Katsuhiro Otomo non può che riportare alla mente quell' opera immensa che è Akira, sia nella sua versione manga ma ancor di più in quella filmica. Questo capolavoro infatti, che a distanza di più di vent' anni continua ad essere ancora moderno, è uno di quei film ai quali si deve lo sdoganamento dei lungometraggi d'animazione giapponesi, dando finalmente a noi occidentali una valida alternativa ai Classici dello Zio Walt. Autore non particolarmente prolifico, il suo penultimo lavoro è il lungometraggio animato Steamboy, mega produzione che purtroppo non è riuscita a raggiungere i livelli di Akira probabilmente a causa di una sceneggiatura che non riusciva a stare al passo con una realizzazione tecnica di prim' ordine. Due anni più tardi, Otomo presenta a Venezia il suo ultimo lavoro, Mushishi, live action tratto dal manga di Yuki Urushibara e sceneggiato a quattro mani dallo stesso Otomo e da Sadayuki Murai. Ambientata nel Giappone medievale, la storia ha per protagonista Ginko, medico errante conosciuto come Bugmaster. I Bugmaster sono esperti di Mushi, creature sovrannaturali che come parassiti albergano nell' organismo ospitante creando infezioni e malattie. Ginko viaggia per tuto il Giappone usando le sue conoscenze per guarire le persone infestate dai Mushi. Nel suo peregrinare sarà costretto ad affrontare un avvenimento traumatico del suo passato strettamente legato ad un Mushi che alberga nel suo corpo sin da quando era bambino. Il film ci introduce in questo mondo come meglio non si potrebbe: la parte iniziale sfrutta a meraviglia la particolare ambientazione storica con tutto il suo carico di misticismo e superstizioni. La regia di Otomo pare particolarmente ispirata e la fotografia (che diventa più "sporca" durante i flashback) mette in risalto le splendide location giapponesi. Nella prima parte assistiamo al lavoro di Ginko mentre aiuta una bambina a liberarsi di un Mushi particolarmente insidioso, intervallato dai suoi ricordi d' infanzia quando, rimasto orfano della madre, si affidò alle cure di una Bugmaster di nome Nui. A quest' introduzione assolutamente affascinante (per i motivi indicati poco sopra) non segue però uno svolgimento e una conclusione che lo siano altrettanto: quando il film si inoltra nella storyline principale la magia si rompe e il film perde in un attimo quell' aura di film d'autore che si stava appena costruendo. La regia di Otomo si fa anonima e la scrittura si dimostra quanto mai approssimativa, mentre sullo schermo si alternano personaggi principali e comprimari piatti e del tutto superflui forse introdotti soltanto per mantenere il più possibile la fedeltà verso l'opera originale, non che questo rappresenti in alcun modo una giustificazione. Mentre il film si adagia stancamente su di un finale aperto ai limiti della comprensibilità, a rimanere impressa è soprattutto la bella colonna sonora che da sola non basta però a salvare Mushishi dal' insufficienza.

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Monday, January 05, 2009

"Something you wouldn't recognize. It's called love"

La Città Incantata è un film ricco di sfaccettature, tante almeno quanti sono i variopinti spiriti che si rigenerano nella stazione termale che fa da teatro alle avventure della giovane Chihiro, costretta a lavorare per la strega Yubaba per poter tornare nel mondo degli umani insieme ai suoi genitori, trasformati in maiali a causa della loro ingordigia. Nel corso della sua filmografia, Hayao Miyazaki ha affrontato ripetutamente tematiche a lui care e ne La Città Incantata se ne possono trovare diverse: innanzi tutto, tra le pieghe della storia e tra i suoi bizzarri personaggi, emerge un forte messaggio ecologista rafforzato da una critica neanche tanto velata verso l' uomo e sulla su ainnata capacità di "rovinare ogni cosa". Miyazaki punta il dito in maniera decisa, ma i posti magici che racconta non sono certo esenti da quelle "falle" che caratterizzano la nostra realtà: se i genitori di Chihiro vengono puniti per essersi ingozzati liberamente del cibo degli spiriti, le creature che si aggirano nelle terme di Yubaba non sono certo meno ingorde e guidate soprattutto da una forte avidità. A cavallo di questi due mondi, il regista giapponese inserisce quello che negli anni ha saputo raccontare meglio, quel mondo che racchiude l'infanzia ed il passaggio dall' adolescenza all' età adulta, momento in cui l'innocenza ancora permette di distinguere il bene dal male. Chihiro rientra perfettamente in questa categoria e il percorso di crescita a cui sarà costretta a sottoporsi per salvare i propri genitori, la porterà da ragazzina insicura a diventare responsabile ed indipendente, conscia di quei valori più alti, come l'importanza nel difendere la propria identità (cosa di cui Yubaba priva i suoi dipendenti rubandogli il nome) o quella ricchezza che nulla ha a che vedere con il denaro e i beni materiali. Chihiro, insomma, diventa progressivamente l'ideale di eroina che Miyazaki predilige nelle sue opere e la rende portatrice di un messaggio d' amore come forza dirompente in grado di abbattere qualsiasi barriera (o di rompere incantesimi). Ma al di la dei profondi significati di cui la pellicola è pregna (che per quanto possa sembrare, non appaiono mai stucchevoli), La Città Incantata è l'ennesima meraviglia visiva che il regista giapponese e lo Studio Ghibli ci regalano. Le animazioni tradizionali, miscelate con quelle 3D, si sposano per dare vita ad un mondo colorato e vivo, abitato da un numero incredibile di creature. Un mondo simile al nostro eppure così diverso, così pulito, dove il respiro si blocca e l' occhio si perde in un oceano gigantesco che sembra non avere confini, attraversato da un treno che sfreccia su dei binari a pelo d'acqua, mentre nuvole di pioggia si addensano nell' orizzonte. Uno dei suoi film più belli giustamente premiato con l' Oscar e l' Orso D' Oro.

Sunday, January 04, 2009

Lyric of the Week + Video / OASIS - DON'T LOOK BACK IN ANGER

**100° POST DELLA RUBRICA!!!**


Slip inside the eye of your mind
Don't you know you might find
A better place to play
You said that you've never been
But all the things that you've seen
They slowly fade away

So I'll start a revolution from my bed
'Cause you said the brains I had went to my head
Step outside, summertimes in bloom
Stand up beside the fireplace
Take that look from off your face
You ain't ever gonna burn my heart out

And so, Sally can wait
She knows it's too late as were walking on by
Her soul slides away
But don't look back in anger
I heard you say

Take me to the place where you go
Where nobody knows
If it's night or day
Please don't put your life in the hands
Of a rock and roll band
Who'll throw it all away

I'm gonna start a revolution from my bed
'Cause you said the brains I had went to my head
Step outside, 'couse summertimes in bloom
Stand up beside the fireplace
Take that look from off your face
'Cause you ain't ever gonna burn my heart out

And so, Sally can wait
She knows it's too late as she's walking on by
My soul slides away
But don't look back in anger
I heard you say

So, Sally can wait
She knows it's too late as were walking on by
Her soul slides away
But don't look back in anger
I heard you say

So, Sally can wait
She knows it's too late as she's walking on by
My soul slides away
But don't look back in anger
Don't look back in anger
I heard you say

At least not today.

Friday, January 02, 2009

Di strenne vi parlerò oggi...

Le feste sono decisamente finite.
Il detto "l' Epifania tutte le feste si porta via" vale solo quando sei più piccolo o quando ancora vai a scuola. Dopo le feste praticamente neanche ti accorgi di averle trascorse vista la rapidità con la quale ti ritrovi a lavoro.
Comunque, non sono qui solo per lamentarmi ma per condividere con voi le cosettine gustose che questo Natale ha portato con se, o meglio, quello che mi è stato gentilmente regalato:



Questo gioiellino di casa Canon e la fotocamera digitale compatta che mi accompagnerà da ora in avanti e che userò spesso per il blog. Rosuen ha voluto farmi questo bellissimo e graditissimo regalo così io non dovrò più chiedere in prestito la sua ^__*


In aggiunta alla fotocamera, Rosuen ha pensato bene di prendermi anche la prima stagione di Dexter. Non ho parole. Davvero ^__^


Mia mamma ha insistito tanto per volermi regalare qualcosa nonostante le ripetessi che non c'era nulla di particolare che mi servisse. Alla centesima richiesta mi son buttato sul volume di oltre 800 pagine, edito da PaniniComics, che raccoglie tutto il Devil di Frank Miller. Prezzo proibitivo. Forse lei si è pentita, io no ^__*


I sempre attenti Deiv & Nick hanno puntato sul sicuro e di certo non hanno sbagliato. Quarta stagione di Lost in attesa della quinta che comincia il 21 gennaio...slurp ^__^


Infine, mio bro, mi ha regalato l'ultimo gigantesco capitolo della saga videoludica dei Bethesda, The Elder Scrolls IV : Oblivion. Non si può che apprezzare.

Su alcune di queste cose tornerò a parlare in seguito, of course ^__^

Wednesday, December 31, 2008

FINE ANNO 2008 - CHI BEN FINISCE...

Non sembra essere passato molto tempo dal post di chiusura del 2007, eppure son volati altri dodici mesi, così, come un lampo.
E mentre mancano poche ore all' arrivo dell' anno nuovo, si da un veloce sguardo indietro a questi passati 365 giorni nella speranza che i prossimi che verrano siano decisamente migliori.
Sperando che sia di buon auspicio, io e Rosuen abbiano iniziato a fare la nostra piccola (piccolissima) parte per un 2009 un pochetto migliore almeno per qualcuno


Nell' invitarvi ancora una volta a dare un piccolo contributo per la causa dei
Visionauti, auguro a tutti un

FELICE 2009 FOLKS ^___^

Tuesday, December 30, 2008

Omaggio a Eisner o semplicemente Sin City 1.5 ?

Denny Colt è un poliziotto. Morto in servizio, ritorna misteriosamente in vita benedetto/maledetto dall' immortalità. Decide così di abbandonare la sua vecchia identità e diventare lo spirito protettore di Central City contro la criminalità.
Will Eisner minimizzava il suo fondamentale ruolo nel mondo dei comics americano, dicendo "stava piovendo e io avevo un secchio".
Frank Miller, invece, probabilmente crede di aver inventato il secchio dopo essere riuscito a far piovere.
Proprio in questo atteggiamento sta il più grande e profondo limite di The Spirit, primo film che vede Miller solo alla regia dopo l'esperimento "Sin City" in coppia con Robert Rodriguez. Ora, da lettore di comics americani ormai da più di dieci anni, sono perfettamente consapevole che, un' autore, soprattutto uno dalla forte personalità creativa come Miller che si trova per le mani un personaggio creato da altri, faccia il possibile per "appropriarsene" imprimendogli la propria personalità senza però snaturarlo (si veda, ad esempio, lo straordinario ciclo di Devil o Il Ritorno del Cavaliere Oscuro). A vederle oggi, le tavole di Eisner (si parla degli anni '40) stupiscono per alcune sorprendenti soluzioni visive ma fanno un po' sorridere per la semplicità narrativa, per quei personaggi tagliati con l'accetta, per quelle atmosfere noir sempre in bilico tra il serio e il faceto. Miller, ormai totalmente rapito dal suo nuovo giocattolo "cinema", decide di riportare Spirit in vita direttamente su pellicola, aggiornandolo ai nostri tempi e forte della sua esperienza fumettistica e del successo di Sin City, divora totalmente il personaggio di Eisner lasciando della creatura originale solo poche briciole che sanno più di citazione che di sentito omaggio.
Forse convinto di aver trovato la perfetta formula con la "Città del Peccato", non cerca nuovi percorsi visivi ma ripercorre (anche se sarebbe meglio dire "ricalca") quanto fatto con Rodriguez giocando su quei contrasti (bianco/nero con improvvisi colori accesi) che risultarono allora vincenti e pertinenti ma che qui sembrano solo delle stonature. Queste stonature si fanno più evidenti quando, immersi fin dai primi minuti in un atmosfera cupa e fredda, entrano in scena personaggi al limite del caricaturale, dialoghi sopra le righe e siparietti più che altro paradossali (ad esempio quello in stile Giappone medievale). Il film prova a convivere con queste due anime, non ci si deve stupire perciò se prima vediamo il nostro eroe saltare di tetto in tetto e ascoltiamo il suo monologo interiore su quanto "lui faccia parte della città e la città parte di lui", per poi ritrovarlo con un cesso a tracolla nella scazzottata successiva.
Quali che fossero le intenzioni di Miller (e da suo estimatore, credo fossero buone) appare chiaro che sia rimasto vittima della sua stessa convinzione che "2 + 2 e 3 + 1 danno comunque 4" regola che, per fortuna, con il cinema non vale.
Forse i tempi (e Miller) sono maturi per un nuovo Sin City. Per The Spirit purtroppo no.

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Monday, December 29, 2008

Ma qualcuno si ricorda di: KIMBA IL LEONE BIANCO

24° post della rubrica dei Ricordi (rigorosa- mente con la "R" maiuscola) e considerato che si è proceduto fino ad oggi con cadenza mensile, sono ben due anni che tiro fuori dal più nascosto cassetto della mia mente, argomenti da condividere con tutti coloro che hanno memoria di quelle piccole grandi cose che hanno fatto parte della nostra infanzia. Per questo secondo anniversario di "Ma Qualcuno Si Ricorda Di...?" ho pensato fosse giusto parlare di uno dei cartoni animati fondamentali, sia per il suo valore artistico che per quello sentimentale: Kimba Il Leone Bianco, partorito dalla mente geniale di Osamu Tezuka, che dietro la storia di un giovane leone trasmette forte e chiaro un messaggio di pacifica convivenza fra l'uomo e la natura. Un vero gioiello di cui vi propongo, al solito, la ormai storica sigla italiana:


P.S.: è altamente probabile che, da questo momento in avanti, la mensilità della rubrica non verrà più rispettata. Si continuerà comunque, con diversa frequenza, ma si continuerà ^__^

Wednesday, December 24, 2008

STOP NATALIZIO

Al solito, carissimi ed affezionati lettori, WELTALL'S WOR(L)D si prende la sua meritata pausa natalizia.
Si ritornerà in attività il prima possibile, forse già domenica o al più tardi lunedì.
Naturalmente il mio consiglio è sempre quello di non esagerare nel mangiare (ma vi immaginate che brutta cosa vomitare davanti a tutto il parentado? ^__*) e di non farvi venire le bolle alle mani aprendo i regali!
A proposito:
Siete stati buoni quest' anno?

BUON NATALE DI CUORE A TUTTI!!!

Tuesday, December 23, 2008

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI - GOMORRA : SPECIAL EDITION / IL DIVO : SPECIAL EDITION

Produzione: 01 Home Entertainment
Distribuzione: 01 Home Entertainment
Video: 2.35:1 anamorfico
Audio: Italiano Dolby Digital 5.1, DTS
Sottotili: Italiano non udenti, Italiano, Inglese
Extra: Featurette "Gomorra 5 storie brevi", Scene tagliate, Intervista al regista, Intervista agli attori, Galleria fotografica, Trailer
Regione: 2 Italia
Confezione: custom case



Produttore: Lucky Red
Distributore: Medusa Video
Video: 2.35:1 anamorfico
Audio: Italiano Dolby Digital 5.1, DTS
Sottotitoli: Italiano non udenti, Inglese, Francese
Extra: Disco1 - Trailer; Disco2 - Dietro il Divo: Making of, Dietro il Divo: Effetti speciali, Scene tagliate, Featurette "Il Divo et le Festival de Cannes", Intervista a Paolo Sorrentino, Galleria Fotografica, Booklet
Regione: 2 Italia
Confezione: slipcase



Occasione più unica che rara trattare due DVD insieme in questa rubrica (a meno che non si tratti di un confronto diretto naturalmente) ma è altrettanto occasione unica avere nello stesso anno due film di questa portata le cui edizioni su disco argentato escono a distanza di un mese l'uno dall'altro. E adesso che abbiamo potuto mettere le nostre manine su queste belle Special Edition (naturalmente sono disponibili anche edizioni a disco singolo) non possiamo che ritenerci soddisfatti del lavoro fatto dalle nostre case italiane 01 e Lucky Red. Formato anamorfico e aspect ratio originali rispettati, codifiche audio multicanale sia in Dolby che in DTS e un comparto extra piuttosto corposo (ma si sente in entrambi i film la mancanza di un commento audio di Garrone e Sorrentino), fanno di queste edizioni due pezzi pregiati che ogni cinefilo e collezionista dovrebbe possedere. Valore aggiunto di queste edizioni, e che spesso il mercato italiano tende ad ignorare, è un set di sottotitoli decisamente completo: sottotitoli italiani, non udenti e in lingua straniera (inglese per entrambi, francese solo per il film di Sorrentino) che rende questi due DVD decisamente esportabili. Troppo spesso ci troviamo costretti, da edizioni "monche", a rivolgerci al mercato d' importazione. Questa volta (almeno fino a quando qualcuno non acquisterà i diritti) possiamo dire con orgoglio di avere due bei film in edizioni appetibili per gli acquirenti esteri. Finalmente una soddisfazione.

Monday, December 22, 2008

La follia di Ishii e l'orgoglio nazionale di Sato

Samehada fugge con i soldi della malavita. Toshiko fugge da uno zio un po' troppo attratto da lei. Samehada è inseguito da un gruppo variopinto di gangster pericolosissimi. Toshiko e braccata da uno strambo killer assoldato dallo zio. Si incontrano in maniera fortuita nella fuga (Toshiko salva "accidentalmente" la vita a Samehada) e da quel momento diventano inseparabili. Un albergo nel mezzo del nulla, una foresta da sogno/incubo, sono gli scenari di questa folle caccia all' uomo. Adattando il manga di Minetaro Mochizuki, il regista Katsuhito Ishii, qui alla sua opera prima, mette in scena una serie incredibile di personaggi sopra le righe fra cui spicca su tutti il killer Yamada, interpretato dal bravissimo caratterista Gashuin Tetsuya. Difficile davvero dare una definizione di questo film anche se sembra facilmente accostabile ai primi gangster movie di Guy Ritchie (quelli fatti prima che si bevesse il cervello insieme alla cara mogliettina). Ishii punta tutto su di una partenza folgorante, preme forte l'acceleratore attraverso dei fantastici titoli di testa e ci fionda nel cuore del feroce inseguimento. Poi però succede qualcosa: il regista giapponese sembra rimanere invischiato nella stessa follia che ha messo in moto, si ritrova con troppe carte da giocare e le mette giù con criterio discutibile. Ne risulta una dilatazione dei tempi spesso insopportabile che separa un assurdo siparietto comico da una scena particolarmente geniale. E quando tutto rallenta, le imperfezioni saltano fuori come funghi e i primi a cadere sono proprio i personaggi, macchiette indubbiamente originali, ma quasi tutti prive di spessore (ed infatti eliminati in quattro e quattr' otto). Ho gradito molto invece l'uso del montaggio e l'interpretazione di Tadanobu Asano che riesce a ritagliarsi il suo giusto spazio. Dispiace naturalmente per le potenzialità un po' sprecate, ma ci si rallegra pensando a questa pellicola come banco di prova per il grandissimo film che Ishii partorirà in seguito, quel The Taste of Tea che non smetterò mai di elogiare.

Giappone, giorni nostri. Alla vigilia del sessantesimo anniversario dall' affondamento della nave ammiraglia della flotta giapponese, la corazzata Yamato, una donna si rivolge all' autorità portuale nella speranza di trovare qualcuno che le noleggi una barca per portarla fino al luogo dove giacciono i resti della nave. Quando un vecchio marinaio scopre che la ragazza è la figlia di un suo compagno d'armi che credeva morto sulla Yamato, si offrirà di accompagnarla. Nel tragitto fino al luogo dell' affondamento, torneranno a galla nella mente del vecchio i dolorosi ricordi di quei tristi giorni durante la Seconda Guerra Mondiale. In parte ambientato nel presente, grande uso di didascalie e voce narrante, fanno da contorno alla vera anima del film, i lunghi flashback che ripercorrono gli eventi di un gruppo di giovani giapponesi imbarcati sulla Yamato per difendere il loro Paese. Titolare il film "I ragazzi della Yamato" che significato ha? Parlare delle giovani vite spente troppo presto sui ponti della famigerata nave da guerra o guardare con orgoglio ai figli del Giappone pronti a morire per il loro Paese? Un' ambiguità che purtroppo il film non riesce a sciogliere. Credo fermamente che, nella fine fatta dalla Yamato e dal suo giovane equipaggio, mandati volontariamente contro la morte, c'è poco di cui essere orgogliosi. Con questo non voglio dire che la pellicola di Junya Sato sia un film pro-bellico o quant'altro, solo che non mi sembra si sia dato il giusto peso ad una delle pagine più nere della recente storia giapponese che avrebbe meritato una critica molto più feroce. Sato preferisce adagiarsi su ottimi effetti speciali (bella la ricostruzione storica e della nave) e su eccessi drammatici e melodrammatici veramente stucchevoli (ma tipici di certo cinema giapponese), per non parlare poi dell' enfasi recitativa propinata dagli attori che, se non fosse dannatamente irritante, risulterebbe anche comica. Da segnalare la notevole sequenza dell' ultima battaglia della Yamato, spettacolare e violenta come doveva essere, ma per il resto un film quasi del tutto sbagliato.

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Sunday, December 21, 2008

Lyric of the Week + Video / JULIA NUNES - MAYBE I WILL

**Una perla trovata su Youtube!!!**


This bed is so hot I can not get the covers off
They stick to me like leather seats in cars at 80,000 degrees

Did you leave something behind
It looked like nothing at the time
Now you fear that it's too late

They just can't believe that there is nothing between you and me
I'd rather plead the 5th than talk about the girl you're still in love with

Did you leave something behind
It looked like nothing at the time
Now you fear that it's too late

But I don't know what I was expecting to find
Am I losing my mind or just biding my time

Maybe I wont
Maybe I will
Maybe I wont
Maybe I will
Maybe I wont
Maybe I will
Maybe I wont
Maybe I will

Did you leave something behind
It looked like nothing at the time
Now you fear that it's too late

But I don't know what I was expecting to find
Am I losing my mind or just biding my time

Maybe I will

Friday, December 19, 2008

Autism: a curse or a blessing?

L' improvviso sentimento d'amore che nasce tra uno Yakuza e la donna di un boss della mala tailandese, non è visto di buon occhio da quest ultimo che giura di farla pagare ai due giovani amanti. Quando lui è costretto a tornare in Giappone, lei rimane in Tailandia a crescere la loro piccola figlia affetta da una forma di autismo. La bambina ha i sensi e i riflessi particolarmente sviluppati ed "assimila" tutto ciò che vede, imparando a combattere guardando in TV i film di Bruce Lee e Tony Jaa. Giunta all' adolescenza, la madre si ammala gravemente e i soldi per le cure non bastano mai. Così, insieme ad un' amico d'infanzia, decidono di riscuotere i crediti accumulati dalla madre, soffocando con una valanga di calci in faccia chiunque cerchi di opporsi. Naturalmente le gesta dei due improvvisati "esattori" non lasciano indifferente il vecchio boss che pensa sia arrivato il momento di saldare tutti i conti lasciati in sospeso. Un' imbarazzante incapacità sceneggiativa affligge il cinema tailandese e questa è una cosa che ho potuto tristemente constatare nonostante la mia non profonda conoscenza della cinematografia di questo paese. Non siamo certo a livello di mettere insieme una serie di scene senza soluzione di continuità, ma le lacune in fase di scrittura sono tante e si fanno notare. Chocolate, terzo film del regista Prachya Pinkaew, non è certo esente da questi difetti. Nonostante sia scritta a quattro mani, la sceneggiatura appare pesantemente sbilanciata soprattutto nella prima parte dove ci si dilunga un po' troppo nel maldestro tentativo di dare una profondità alla storia. Profondità che i fruitori di questo genere di film non vedono di buon occhio se questo comporta ritardare in maniera esagerata l'entrata in scena dell' azione nuda e cruda. Tanti personaggi definiti in maniera molto superficiale e qualche buco di troppo (ma il ragazzo cicciobomba perché se lo portano in casa?) chiudono il quadro. Detto questo però, non si può negare come questi macro difetti vengano accantonati quando si comincia menare le mani: i combattimenti sono belli e coinvolgenti, merito soprattuto di grandiose coreografie e di attori che non hanno certo paura di farsi male (guardare i titoli di coda se credete che si usino cavi o controfigure). Spettacolare e citatissima l'ultima sequenza, una lotta con gli attori che si muovono su tre livelli, in verticale, sulla facciata di un edificio, che probabilmente dovrà essere considerata nuovo termine di paragone per il genere. Ma il vero motivo per il quale bisognerebbe fare il possibile per recuperare questo film, è la giovane attrice protagonista Vismistananda Yanin, per gli amici Jeeja. Splendida in ogni movimento, postura, nella esecuzione di finte, calci e capriole, perfetta nel ruolo che le viene cucito addosso. Inutile dire che è il mio nuovo idolo ed il film è meglio di quel che mi aspettavo perciò lo si promuove, con una bella sufficienza, ma lo si promuove.

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Thursday, December 18, 2008

"Don't make me use my stuff on ya, baby!"

E se Elvis non fosse morto e al suo posto fosse passato a miglior vita uno dei tanti imitatori?
E se il vero RE stesse trascorrendo la vita in anonimato in una casa di riposo per anziani, rimpiangendo gli affetti lasciati alle spalle e aspettando che i medici capiscano cos'è l'escrescenza che gli sta crescendo sulla punta del pene?
E se con lui ci fosse anche un vecchio uomo di colore che afferma di essere il presidente JFK sopravvissuto all' attentato di Dallas e vittima di un complotto.
E se per i corridoi della casa di riposo, la notte vagasse un'antica mummia egizia, vestita da cowboy, in cerca di anime da divorare per poter sopravvivere?
Se si avesse il coraggio di dare risposta a questi interrogativi, si avrebbe fra le mani la materia di cui è fatto Bubba Ho-Tep, film del 2002 di Don Coscarelli tratto da un racconto breve di Joe R. Lansdale e interpretato da un Bruce Campbell (che ricopre il ruolo di un Elvis avanti con gli anni) straordinario.
Bubba Ho-Tep è un film di contaminazioni, a partire dal titolo formato dalle parole "bubba", che sta ad indicare un campagnolo del sud degli Stati Uniti, e Ho-Tep, faraone egiziano.
Ma è nella contaminazione di generi che il film di Coscarelli da il suo meglio, spostandosi senza scossoni tra la commedia e l'horror, tra le amare riflessioni di un vecchio RE ormai sul viale del tramonto e le deliranti teorie su di una mummia che succhia anime dal sedere delle sue vittime, in un mix dannatamente folle ma incredibilmente convincente.
E così, in un atmosfera da film di serie B che da queste parti non si smetterà mai di apprezzare abbastanza, ci si lascia trasportare da dialoghi meravigliosi, riflessivi e spassosissimi, da due improvvisati eroi claudicanti, nella lotta tra due RE ormai fuori dal tempo.
Uno dei film più originali che vedo da un po' di tempo a questa parte che naturalmente la distribuzione italiana ha completamente ignorato.


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Wednesday, December 17, 2008

JOHNNIE TO IN DIRETTA

6' 30'', circa. No dico, sei minuti primi e trenta secondi. Questa è la durata (secondo più, secondo meno) dello splendido piano sequenza che apre Breaking News, film del 2004 di Johnnie To. La macchina da presa si muove senza sosta in uno spazio limitato, tra il primo piano di un edificio e la strada sottostante coprendone le estremità, poi un marciapiede nella sua lunghezza e lo stesso per quello opposto, diventando testimone del cruento conflitto a fuoco tra un gruppo di rapinatori e la polizia. Quando i malviventi si danno alla fuga su di una camionetta delle forze dell' ordine, e successivamente su di un' ambulanza, entra in gioco il "terzo incomodo" che diventerà anche l'arma principale tra le due parti: i media. Troupe televisive e centinaia di fotografi riprendono le gesta dei rapinatori, la violenza, i morti e un poliziotto che con le braccia alzate invoca pietà per la sua vita. Le immagini circolano in fretta, la situazione precipita e la gente si chiede se la polizia è in grado ancora di poterli proteggere. La giovane tenente Rebecca Fong, incaricata di catturare i fuggitivi (che nel frattempo si sono rifuggiati in un appartamento di un palazzo popolare), decide di combattere il fuoco col fuoco e di utilizzare i media stessi per ridare alla stampa e alla gente, fiducia nei confronti delle forze dell' ordine. Johnnie To, coaudivato dall' ormai collaudatissimo team di scrittori della sua ditta di produzione cinematografica Milkyway, si/ci tuffa in un' ennesima storia di criminali e malavita, ambientata nella sua Hong Kong di cui questa volta ci mostra solo qualche breve scorcio, preferendo ambientare gran parte della caccia all' uomo tra i labirintici corridoi di un palazzo. Anche la classica tematica de l' "onore tra criminali", abbondantemente sviluppata da To in altri suoi film (si vedano ad esempio A Hero Never Dies, The Mission o Exiled), qui è affrontata in maniera piuttosto superficiale. Tema portante della pellicola è invece una riflessione sull' importanza dei media in un epoca dove le informazioni sono accessibili a più livelli, e di come la loro manipolazione (con espedienti anche semplici come un particolare montaggio o un' adeguata colonna sonora) ne possa alterare il contenuto o il messaggio: nel duello mediatico tra Fong e Yuen (il capo dei rapinatori) infatti, la polizia cerca di conquistare l'opinione pubblica dotando i poliziotti di microfoni e telecamere, preparando poi dei filmati con il girato, "arrangiati" in maniera accattivante. Dall' altra parte, Yuen, mostra alla gente solo la nuda e cruda verità. Un' altro esempio del grande cinema di To.

Tuesday, December 16, 2008

From My Personal Library: JON KRAKAUER - NELLE TERRE ESTREME

Chris McCandless non è certo personaggio che lascia indifferenti.
Impossibile addentrarsi nel conoscere questa figura e provare a giudicarla in maniera imparziale, distaccata. Lo consideri un idiota, arrogante ed egoista oppure l'unica persona abbastanza intelligente da aver seguito quello in cui credeva liberandosi di tutti i legami.

Riguardando per l'ennesima volta INTO THE WILD di Sean Penn, mi sono reso conto di come anche il regista americano non sia certo rimasto immune al fascino della figura di Chris e il suo modo di mitizzarlo, rendendolo quasi un Messia, ne è una conferma anche abbastanza evidente. Anche se Penn vuole sottolineare come il ragazzo sia sordo a quanto le persone che incrociano la sua vita cercano di comunicargli (verbalmente e non) è il lato libero di Chris, quello che vuole abbandonare la società degli uomini per abbracciare la società della "natura", ad arrivare forte e preciso agli spettatori.
Sicuramente il regista ha cercato di tradurre nella maniera più limpida e precisa possibile (con l'utilizzo anche di una discutibile voce narrante) quanto emerge dalle pagine del libro di Jon Krakauer, Nelle Terre Estreme, giornalista che per primo rimase affascinato dalla curiosa storia di questo ragazzo che decise di abbandonare la sua famiglia benestante, liberarsi di tutti i beni materiali e vivere con le sue sole forze.
Krakauer, intervistando parenti e le persone che Chris ha incrociato nel suo peregrinare, ne ricostruisce il background familiare cercando di definire quale sia stata la scintilla che l'ha portato ad una scelta così drastica. Ne segue tappa per tappa il viaggio fino al suo grande traguardo, l' Alaska, che ne diventerà sfortunatamente anche la tomba. Nel suo cercare di delineare la figura di questo controverso personaggio, lo scrittore affronta anche paralleli con "avventurieri" che per scelte e fato ricordano molto quelle di Chris e non nasconde di aver tentato lui stesso in gioventù un' impresa simile. Un' affinità che da sola spiega la passione infusa nelle pagine di questo libro, nel desiderio di far conoscere una storia di certo non comune e che, come si diceva all' inizio, non lascia indifferenti. Ad ognuno poi il suo giudizio.
Da leggere che si sia visto, o no, il film.

Monday, December 15, 2008

"FIGOSO!!!"

Il mondo della moda è seriamente in pericolo.
Il nuovo Primo Ministro malese, da poco eletto, ha intenzione di apportare significativi cambiamenti nel mondo del lavoro innalzando, per esempio, il salario minimo dei lavoratori. Ma quello che sembra essere maggiormente minacciato e il tanto caro lavoro minorile che permette da sempre, all' industria della moda, grandi produzioni a costi ridottissimi. Un cartello delle più famose Firme, decide allora di ingaggiare lo stilista Mugatu per trovare il perfetto agente "dormiente" e lo addestri per uccidere il premier malese, ospite alla presentazione di una nuova collezione. Per le sue piuttosto limitate capacità intellettive viene scelto come agente Derek Zoolander, in crisi con la sua professione a causa di un giovane modello, Hansel, che sta riscuotendo molto più successo di lui.
Trovandomi a dare un giudizio a caldo su questo Zoolander, non posso che trovarlo inferiore all' ultima fatica ddel regista/attore Ben Stiller: forse dipenderà dall' affascinante avventurarsi in percorsi metacinematografici, da un cast che è già leggenda (Robert Downey Jr e Tom Cruise su tutti) o dal fatto che Stiller si prende liberamente gioco di quel mondo che gli da da mangiare, ma Tropic Thunder mi sembra decisamente più riuscito.
Ciò non toglie che anche Zoolander, seppur in maniera inferiore, mi abbia convinto e che l'appellativo di "cult movie", che in tanti gli hanno affibbiato, non sia poi così esagerato.
Accompagnato dal top della commedia americana di oggi (Owen Wilson, Will Farrel), un numero notevole di attori che si sono prestati anche per piccole parti (Jon Voight, Milla Jovovich, David Dochovny) e altre "guest star" che si sono divertite ad interpretare se stesse (Cuba Gooding Jr, Christian Slater, Lenny Kravitz ecc.), Ben Stiller ripulisce il "magico mondo dell'alta moda" dalla sua sfavillante facciata di modelli bellissimi, firme importanti e vestiti stravaganti, mettendo alla berlina tutto quello che c'è dietro: ed ecco quindi un affondo alle case di moda che sfruttano il lavoro minorile e a basso costo dei paesi asiatici, modelli bellissimi ma senza un briciolo di cervello che passano le loro giornate a sfidarsi in sfilate a due, provare nuove affascinanti espressioni o a giocare con la benzina come se fosse acqua (la sequenza più divertente del film, vedere per credere). Un mondo fuori dal mondo di cui Stiller mette in risalto gli aspetti più superficiali (il modello d'orologi che mantiene giovane la sua mano in una camera iperbarica fatta su misura) e paradossali, che fanno spesso ridere ma anche porsi fatidici interrogativi: quanto è semplice parodie e quanto cruda realtà?
Da segnalare la colonna sonora che pesca spesso e volentieri dagli anni '80 cosa che, da queste parti, è sempre molto apprezzata.

Sunday, December 14, 2008

Lyric of the Week + Video / THE LONELY ISLAND - JIZZ IN MY PANTS

**Oddio! Stavo per schiattare dal ridere ^__^**


Lock eyes from across the room
Down my drink while the rhythms boom
Take your hand and skip the names
No need here for the silly games
Make our way through the smoke and crowd
The club is the sky and I'm on your cloud
Move in close as the lasers fly
Our bodies touch and the angels cry
Leave this place go back to yours
Our lips first touch outside your doors
A whole night what we've got in store
Whisper in my ear that you want some more
And I

JIZZ IN MY PANTS
This really never happens you can take my word
I won't apologize, that's just absurd
Mainly your fault from the way that you dance
And now I
JIZZ IN MY PANTS
Don't tell your friends or I'll say your a slut
Plus it's your fault, you were rubbing my butt
I'm very sensitive, some would say that's a plus
Now I'll go home and change

I need a few things from the grocery
Do things alone now mostly
Left me heart broken not lookin' for love
Surprised in my eyes when I looked above
The check out counter and I saw a face
My heart stood still so did time and space
Never felt that I could feel real again
But the look in her eyes said I need a friend
She turned to me that's when she said it
Looked me dead in the face, asked "Cash or Credit?"
And I

JIZZED IN MY PANTS
It's perfectly normal, nothing wrong with me
But we're going to need a clean up on aisle 3
And now I'm posed in an awkward stance because I
JIZZED IN MY PANTS
To be fair you were flirting a lot
Plus the way you bag cans got me bothered and hot
Please stop acting like you're not impressed
One more thing, I'm gonna pay by check

Last week - I saw a film
As I recall it was a horror film
Walked outside into the rain
Checked my phone and saw you rang and I
JIZZED IN MY PANTS

Speeding down the street when the red lights flash
Need to get away need to make a dash
A song comes on that reminds me of you and I
JIZZ IN MY PANTS

The next day my alarm goes off and I
JIZZ IN MY PANTS

Open my window and a breeze rolls in and I
JIZZ IN MY PANTS

When Bruce Willis was dead at the end of sixth sense I
JIZZED IN MY PANTS

I just take a grape and I
JIZZED...IN...MY PANTS
JIZZED...IN...MY PANTS

Ok seriously you guys can we...ok...

I jizz right in my pants every time you're next to me
And when we're holding hands it's like having sex with me
You say I'm premature I just call it ecstasy
I wear a rubber at all times it's a necessity

Cuz I
JIZZ...IN...MY PANTS
(I jizz in my pants, I jizz in my pants, yes I jizz in my pants, yes I jizz in my pants)
yes I JIZZ...IN...MY PANTS
(I jizz in my pants, I jizz in my pants)

Friday, December 12, 2008

TRUE BLOOD - SEASON 01 -

TITOLO ORIGINALE: TRUE BLOOD
TITOLO ITALIANO: N.D.
NUMERO EPISODI: 12

-TRAMA-
La vita di Sookie Stackhouse, cameriera in un piccolo bar di un paesino nella provincia della Luisiana, cambia radicalmente quando incontra il vampiro Bill. L'evento coincide con l'inizio di alcuni misteriosi omicidi.

-COMMENTO-
Iniziamo subito col dire che, la nuova serie di Alan Ball, è la vera rivelazione di questa stagione televisiva. Il titolo "True Blood" è anche il nome della bevanda a base di sangue sintetico divenuta il sostituto del sangue umano per i vampiri. "Ma come? La serie rivelazione è una serie su i vampiri?" Si. Ma sarebbe troppo riduttivo definirla così. Approfondendo la visione ci si rende conto che i vampiri sono una parte dell' insieme, anche se hanno un ruolo fondamentale nel definire il background dove la serie è ambientata. Nel mondo immaginato da Ball infatti, i vampiri sono usciti allo scoperto, hanno fatto cadere il velo di leggenda dietro il quale si nascondevano, mostrandosi agli uomini con l'intenzione di integrarsi. Naturalmente, in entrambe le "fazioni", c'è chi è favorevole e chi invece preferirebbe che le cose rimanessero come sono. Nel loro piccolo questi eventi coinvolgono la comunità di Bon Temps in Luisiana, nel sud degli Stati Uniti ancora profondamente razzista. Certo, si son fatti passi avanti dai tempi della tratta degli schiavi, ma ancora la gente mostra diffidenze e spesso disprezzo per tutto ciò che è diverso, magari mascherando questi pensieri dietro facce sorridenti. La giovane Sookie Stackhouse è cresciuta in questa comunità senza poter ignorare tutti quei pensieri visto che fin dalla nascita possiede il dono di "sentirli" nella sua testa. Forse proprio perché perfettamente conscia di quanto sia difficile farsi accettare perché diversi, rimane totalmente affascinata da Bill, un vampiro che vorrebbe inserirsi pacificamente a Bon Temps, dove viveva con la sua famiglia circa cent'anni prima. Da una partenza così, diciamo, prevedibile (il nascere di un sentimento romantico tra i due protagonisti) si sviluppa, pezzo dopo pezzo, il mondo di True Blood, dove coesistono creature fantastiche (oltre ai vampiri veniamo a conoscenza di mutaforma e lupi mannari) ed orrori molto più reali come il razzismo, l'intolleranza o l'ipocrisia (politici omosessuali e drogati, impegnati in campagne omofobe), il tutto condito con uno sguardo ironico rivolto al nostro di mondo (il giornale scandalistico che recita "Angelina adotta bambino vampiro") che di certo non guasta. A fare da collante per questi 12 episodi da un' ora ciascuno, la caccia all'assassino che sembra prendere di mira le donne che hanno avuto rapporti molto ravvicinati con i vampiri. Insomma, sembra che la HBO abbia tra le mani un' altra potenziale serie di successo e la speranza è che la qualità si mantenga inalterata anche nella seconda stagione. Lo ripeterò fino alla nausea ma, anche True Blood, è una serie caldamente consigliate in lingua originale per non perdere i caratteristici accenti dei personaggi.

-DVD-
Nessun cofanetto DVD disponibile al momento.

Thursday, December 11, 2008

Wednesday, December 10, 2008

Ping Pong, ovvero, quando il tennis tavolo diventa protagonista

Il Giappone è una terra meravigliosa agli occhi di noi occidentali. E nonostante ne abbiamo viste tante di cose curiose arrivare da quel lontano Paese, riescono ancora a stupirci. Per esempio, io rimango veramente colpito dalla capacità, in ambito fumettistico, di creare storie basate sugli sport. Pensate a Capitan Tsubasa (Holly & Benji) per il calcio, Rocky Joe per la box o Slam Dunk per il Basket. Ebbene, i nostri amici del Sol Levante sono riusciti a partorirne una anche sul tennis-tavolo, lo sport che tutti chiamiamo ping-pong. Il manga, ad opera di Taiyo Matsumoto, come spesso accade, è diventato un film cinematografico nel 2002 ad opera del regista esordiente Fumihiko Sori. Protagonisti indiscussi delle vicende narrate sono Hitomi e Tsukimoto, conosciuti anche come Peco e Smile. Caratterialmente sono agli opposti e forse proprio per questo stringono un' amicizia fortissima: il primo è solare ed espansivo, il secondo introverso e passivo. Peco ha una grande passione per il tennis tavolo e Smile lo segue diligentemente negli allenamenti provando ad imparare a sua volta. Diventati grandi, Peco è convinto di poter aspirare a diventare il miglior giocatore del mondo, mentre Smile, scopre di avere per questo sport un talento innato ma che per sua stessa natura non ha nessuna intenzione di sviluppare o utilizzare. Un torneo scolastico li costringerà ad affrontare le proprie debolezze. Ping Pong è il film "piacione" tipicamente Giapponese, fatto per farsi apprezzare e per riempire le sale: personaggi principali piacenti contrapposti ad avversari bruttini o imbruttiti ed una storia che segue un percorso ben collaudato (caduta-riscatto ed immancabile confronto finale), risaputo e per questo anche abbastanza prevedibile. La pellicola si fa portabandiera degli altissimi valori dell'amicizia e di come lo sport e l'agonismo ne possano essere un potente veicolo. Con un gran dispendio di animazione digitale, ralenty e quant'altro, Sori ci mette un grande impegno a rendere interessanti e coinvolgenti le partite di tennis tavolo, riuscendo nell' intento anche quando le cose si fanno inverosimili ma, trattandosi di adattamento da manga, un occhio lo si chiude più che volentieri. Certo, inutile aspettarsi molto da un film fatto con lo stampino e infatti, preso nel verso giusto, Ping Pong regala giusto un' ora e mezzo di relax anche divertente, sempre che vi piacciono i siparietti umorismo made in Japan.

Tuesday, December 09, 2008

"Quando sarà grande, come lo spiego a mio figlio perchè viviamo dietro ad un muro?"

A Città del Messico c'è un quartiere residenziale come quelli che si possono trovare in tantissime città: belle villette monofamiliari, prati verdi, giardini curatissimi e campi da golf. L' unica differenza è che questo quartiere rimane separato dal resto della città, dai bassifondi, da un muro sorvegliatissimo che ne circonda il perimetro. Questo piccolo "paradiso" artificiale è chiamato "La Zona" e i suoi benestanti abitanti godono al suo interno di particolari benefici grazie ad uno statuto speciale. Una notte tre ragazzi entrano nella Zona approfittando di un blackout con l'intento di mettere a segno qualche furtarello. Sfortunatamente vengono scoperti e la loro sortita finisce in tragedia. Un' anziana abitante della Zona rimane uccisa, così come una guardia e due dei ragazzi. Il terzo si da alla fuga ma i residenti, temendo che l'intervento della polizia possa influire in negativo sui vantaggi del loro statuto, decidono di risolvere le cose a modo loro dando inizio ad una vera e propria caccia all' uomo. Molto interessante e per nulla da sottovalutare l'esordio registico del giovane messicano Rodrigo Plà. Il suo film, La Zona, comincia mettendo in evidenza un forte contrasto tra l' "interno" e l' "esterno": veniamo accolti dalle belle e solari immagini della Zona fino a quando non ci rendiamo conto che questo posto idilliaco è circoscritto da un muro altissimo e, dall' altra parte, nient'altro che il grigiore dei quartieri poveri. Benestanti e meno abbienti. Chi guadagna con il proprio lavoro e chi vive di espedienti. Proprio quando pare evidente che l'accento viene posto su queste sostanziali differenze, Plà procede, minuto dopo minuto, ad abbattere quel simbolico "muro" (ma anche quello fisico non appare poi così invalicabile) e a mostrarci, rimanendo comunque super partes, quanto tutte le persone, qualsiasi sia il loro ceto sociale, poste in particolari condizioni si trasformino in belve assetate di sangue: i giovani ladruncoli non esitano ad uccidere per un esiguo bottino. Gli abitanti della zona si auto nominano giudici, giuria e boia pur di difendere il loro benessere. L' unico sguardo disincantato è quello dell giovane Alejandro che da ignaro abitante della zona, diventa responsabile ed unica speranza di Miguel, il ladruncolo in fuga. Alejandro è l'impotente testimone (così come noi) del drammatico epilogo della vicenda, della violenta presa di coscienza di come i soldi comprano tutto: fuori dal muro, la polizia. Al suo interno, la vita delle persone. Trovarsi da una parte o dall'altra di quella barriera nulla cambia. E' tutto uguale, tutta la stessa merda.

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Sunday, December 07, 2008

Lyric of the Week + Video / COLDPLAY - DON'T PANIC


Bones sinking like stones
All that we've fought for
All these places we've grown
All of us are done for

And we live in a beautiful world
Yeah we do, yeah we do
We live in a beautiful world

Bones sinking like stones
All that we've fought for
All these places we've grown
All of us are done for

And we live in a beautiful world
Yeah we do, yeah we do
We live in a beautiful world

And we live in a beautiful world
Yeah we do, yeah we do
We live in a beautiful world

Oh all that I know
There's nothing here to run from
'Cos yeah, everybody here's got somebody to lean on