Tuesday, January 22, 2013

SUKIYAKI WESTERN DJANGO su I-FILMSONLINE


Il cinema giapponese incontra il western. E' già successo in tempi non certo recenti che il jidai-geki si sia prestato ad interpretazioni in chiave western, basti pensare al capolavoro di Kurosawa, I Sette Samurai e I Magnifici Sette di John Sturges. Ma viceversa? Per un genere considerato di nicchia non dovrebbe sorprendere che praterie, pistoleri e cowboys non abbiano trovato certo spazio nel paese del Sol Levante. Almeno fino a Takashi Miike. Quello che è considerato, a ragione, uno dei più prolifici ed importanti autori del cinema giapponese di oggi, arriva al film di genere (ufficialmente il primo nella sua sterminata filmografia) a suo modo, puntando già dal titolo ad una completa ibridazione: paesaggi polverosi nei quali si stagliano architetture tipicamente nipponiche. Costumi che miscelano componenti orientali ed occidentali. Uomini armati di pistole e katane. Basta il titolo però per capire quanto Sukiyaki Western Django voglia essere una reinterpretazione/omaggio allo Spaghetti Western italiano in generale, e al leggendario pistolero di Sergio Corbucci nello specifico.

Questo è l' inizio della mia nuova recensione per Sukiyaki Western Django di Miike, riscritta per i-filmsonline in occasione dell' uscita nelle sale del nuovo film di Quentin Tarantino, Django Unchained. La potete leggere per intero qui.
Mentre se vi va di leggere la precedente, la trovate qui di seguito.

Monday, January 21, 2013

"Just trying to understand why we keep making the same mistakes... over and over."

Nel 1836 un giovane avvocato attraversa l' Atlantico e salva la vita ad uno schiavo di colore. Nel 1938 un giovane omosessuale lavora come copista per un vecchio compositore e scrive il "Sestetto Altalnte delle Nuvole". Nel 1973 una giornalista rischia la vita per indagare su di una importante compagnia energetica e la loro centrale nucleare. Nel 2012 un vecchio editore finisce rinchiuso in una casa per anziani a causa di una macchianzione da parte del vendicativo fratello. Nel 2144 una giovane clone scopra la verità dietro la sua esistenza. Nel 2332 un allevatore intraprende un viaggio nel quale scoprirà l' origine del culto che guida lui e la sua gente da secoli. Queste sono le sei storie che compongono l' ultima fatica di Andy, Lana Wachowski e Tom Tykwer, Cloud Atlas, tratto dall' omonimo romanzo di David Mitchell. Un' opera ambiziosa ed affascinante, produzione americana / tedesca, scritta e diretta a sei mani miscelando generi e registri totalmente diversi, necessari a raccontare queste sei storie così distanti nel tempo e nello spazio eppure unite in maniera indissolubile. Il film fortunatamente non rimane impantanato in una narrazione "densa" che invece scorre come un fiume in piena perchè imbrigliata in una struttura di ferro che procede a balzi da un' epoca all' altra e sulla cui fluidità gioca a favore un lavoro di montaggio davvero efficace. Una scelta di forma questa certamente ponderata che i tre registi usano per sottolineare alcune delle tematiche sulle quali Cloud Atlas fonda le proprie basi, il destino, la reincarnazione, il karma: ogni vita non conduce un' esistenza fine a se stessa ma è collegata a quelle passate e future in maniera così solida che anche un singolo gesto d' umanità lascia una traccia indelebile, un' eco udibile nei secoli. Attraverso un viaggio di centinaia di anni quello che emerge soprattutto è il ritratto di un' umanità in continua lotta contro forze che provano a renderla prigioniera, sia che si tratti di un regime totalitario o di discriminazione, di vecchiaia o di religione. Tutti concetti che i Wachowski e Tykwer ripetono però in maniera un po' troppo insistita forse perchè, di fronte ad un film tutto sommato complesso e dalla durata vicina alle tre ore, questa era la maniera più facile, ma meno coraggiosa, per provare a raggiungere un pubblico sempre più atrofizzato e meno disposto a soffermarsi nella lettura di qualsivoglia sottotesto. Decisamente più riuscito invece l' espediente di utilizzare gli stessi attori per tutte e sei le storie, impegnandoli in ruoli diversi e trasformandoli fisicamente anche nel sesso e nella razza, arrivando in questo ultimo caso a degli eccessi di trucco poco naturali ed in alcuni casi anche ridicoli. A parte questo però Cloud Atlas convince anche nelle singole parti, nel tocco europeo di Tykwer ed in quello americano dei Wachowski che si riavvicinano con convinzione alla fantascienza rimanendo lontani (fortunatamente) dagli onanismi e dalla filosofia spicciola dei seguiti di Matrix.

Recensione già pubblicata su CINE20.


Sunday, January 20, 2013

Lyrics of the Week + Video / TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - LA MIA VITA SENZA TE




La mia vita senza te non è così diversa 
Faccio tutto un po' più piano ed ho tempo per me 
La mia vita senza te non è così diversa 
Io lo canto per non piangere e non piangerò
 

La sua vita senza te io che lo vedo spesso 
Non capisco bene come farà ma sopravviverà 
La mia vita senza te non è così diversa 
Io lo canto per non piangere e non piangerò

C'è un momento per tutto vai pure dritto sai 
Devi farti un po' male che dopo capirai 
E' un momento poi passa giuro passerà 
Puoi chiamarla se vuoi libertà
 

La mia vita senza te non è così diversa 
Io lo canto per non piangere e non piangerò 
C'è un momento per tutto vai bene come vai 
Qualche cosa si spegne altre ne riaccenderai
 

Al dolore rispondi col sorriso che hai 
Le ragazze non piangono mai 
La mia vita senza te non è così diversa 
Io lo canto per non piangere e non piangerò.

Thursday, January 17, 2013

CINE20 - 82^ PUNTATA


La recensione di Cloud Atlas, enorme fatica congiunta dei Wachowski e di Tom Tyker che divide e dividerà, apre l' ottantaduesima puntata di CINE20.
Ma parliamoci chiaro, le vere bombe sono in sala questa settimana. Arrivano infatti due pezzi da novanta con le loro nuove fatiche: Tarantino con il suo Django Unchained e Tim Burton con Frankenweenie.
Pensate sia finita qui? E pensate bene, anche perchè non c'è nessuna uscita home video che valga la segnalazione.
Siamo online qui.

Tuesday, January 15, 2013

TOP TEN FILM - ANNO 2012

Eccola la classifica dei 10 migliori film del 2012 di WELTALL'S WOR(L)D! 
Mai come quest' anno però la sento incompleta e sono certo che alcuni dei film che ho perso (Pietà di Kim Ki-duk e Amour di Haneke) avrebbero trovato posto in una delle 10 posizioni.
Tanti anche i film esclusi ma ciò non significa che siano per questo meno validi o scartabili. 
E dopo questa breve introduzione i dieci, discutibilissimi, film selezionati. A voi!

1.


2.



3.



4.



5.



6.



7.



8.



9.



10.


Monday, January 14, 2013

"I am a man, a hopelessly inquisitive man, just like you."

"There will be blood" risuonava come una promessa rivelandosi poi una premonizione di quel che sarebbe successo, del sangue versato per porre le basi dell' America di oggi. Il Petroliere di Paul Thomas Anderson era così, un film potente e diretto supportato dalla gigantesca prova attoriale di Daniel Day Lewis. Messo direttamente a confronto, The Master appare un' opera più complessa, più stratificata ma legata a filo diretto con la precedente e forse per questo non meno importante. L' America in fondo è sempre la stessa, qualche anno più tardi certamente, ma ugualmente confusa, con un posto nel panorama mondiale che si va a rafforzare grazie al proprio ruolo nella Seconda Guerra Mondiale. Ed anche qui la promessa di sangue è stata mantenuta, lasciando sulle spalle di tanti ex soldati il peso di costruirsi un futuro con le ferite ancora aperte lasciate dalla guerra. Tra questi c'è Freddie Quell, ex soldato di Marina facile preda di istinti violenti e sessuali, che si avvelena quando può con intrugli alcolici di sua creazione. La sua strada si incrocia con quella di Lancaster Dodd, dottore, filosofo, scirttore, ciarlatano, sedicente leader di una sorta di culto conosciuto come La Causa. Dodd accoglie Freddie come un figlio per poi cercare di farne un allievo ed infine di domarlo alla stregua di un animale selvatico. La ricerca del "potere", questa volta incarnato nella deleteria ossessione per il controllo, è un altro dei punti in comune con Il Petroliere perchè è questo stesso "potere", seppur in forme diverse, a consumare i protagonisti. Impreziosito da momenti di altissimo cinema, ai quali Paul Thomas Anderson ci ha abituato fino a viziarci, e dalla cornice musicale di Jonny Greenwood, The Master racconta, nel suo strato più superficiale ma non meno importante, un confronto umano di grande impatto emotivo, costruito intorno alle titaniche interpretazioni di Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix. In questo confronto, dal quale entrambi usciranno segnati, le convinzioni di Dodd scricchiolano, cedono e si sbriciolano infine, di fronte all'impossibilità di comprendere un uomo difficile, forse malato, come Freddie e di poterlo tenere al guinzaglio, prova tangibile di un America che ha bisogno di una guida forte e decisa. Freddie in fondo rappresenta il "fattore x", imprevedibile e forse pericoloso, la mano che spazza la scacchiera, il soffio che fa crollare il castello di carte.

Recensione già pubblicata su CINE20.

Sunday, January 13, 2013

Lyrics of the Week + Video / ATOMS FOR PEACE - DEFAULT



(Hey)
(Yeah)
(Hah)

It slipped my mind
And for a time
I felt completely free

Oh what a troubled,
Silent, poor boy
A pawn into a queen

I laugh now 
But later's not so easy
I've gotta stop,
The will is strong, but the flesh is weak
Guess that's it
I've made my bed, I'm lying in it

I'm still hanging on
Bird upon the wires
I fall between the waves

I avoid your gaze
I turn out of phase
A pawn into a queen

Oooooohhhhh
I laugh now 
But later's not so easy
I gotta stop,
The will is strong, but the flesh is weak
Guess that's it
I've made my bed, I'm lying in it

But it's eating me up
It's eating me up
It's eating me up (if I could feel all the snails on my heads)
It's eating me up (if I could feel all my snails on my heads)
It's eating me up (if I could feel all my snares on my head)
Oooooohhhhh

Thursday, January 10, 2013

CINE20 - 81^ PUNTATA


Dopo le rigeneranti (?) feste natalizie, CINE20 ritorna con ben due recensioni: la mia sull' ultimo grandissimo film di Paul Thomas Anderson, The Master, e quella di Kusa sul film di Ang Lee, Vita di Pi.
Come al solito trovate anche le uscite settimanali in sala, non particolarmente stimolanti ma da tenere d' occhio, come Cloud Atlas ed il nuovo film di Gabriele Muccino che, ohhh, al solo pensarci ho già la pelle d' oca.
In home video, con un po' di ritardo rispetto a quanto annunciato, trovate nei negozi Achille e la Tartaruga di Kitano. Ma anche Prometheus di Ridley Scott ed il cult Wargames - Giochi di Guerra.
Leggeteci qui, come al solito.


Tuesday, January 08, 2013

Vita semplice in un cinema semplice

Nel 2009 con The Way We Are, Ann Hui era riuscita a raccontare, con un taglio quasi documentaristico, la vita in un quartiere periferico di Hong Kong, vite comuni di persone comuni alle prese con le difficoltà di tutti i giorni e con il tempo che passa. Uno spaccato sincero dal quale emergeva con forza una commovente umanità, forse anche frutto della semplicità del progetto. Possibile replicare le stesse sensazioni in una pellicola più importante per produzione e nomi coinvolti? La regista di Hong Kong risponde a questa domanda con A Simple Life dove, basandosi su fatti e personaggi reali, racconta di Ah Tao, immigrata cinese da oltre sessantanni al servizio della famiglia borghese dei Leung. La donna ha un rapporto affettivo speciale con Roger, famoso produttore cinematografico, di cui si è occupata fin da tenera età. Quando la donna, per problemi di salute, deciderà di ritirarsi in un ricovero per anziani, Roger inizierà a prendersi cura di lei con instancabile costanza. Portare sullo schermo nomi del calibro di superstar come Andy Lau, Deanie Ip (forse meno conosciuta ma meritevole della Coppa Volpi assegnatale al Festival di Venezia) e tanti altri volti coinvolti in piccoli cameo (Tsui Hark e Sammo Hung) o ruoli minori (Anthony Wong e Chapman To), non ha impedito alla Hui di raccontare la storia commovente di un rapporto affettivo che abbatte qualsiasi barriera culturale e sociale. Con la solita regia mai invadente, atipica per il cinema di Hong Kong ma perfetta nel catturare i volti ed i gesti dei protagonisti, si ritraggono scene di grande intimità dove la quotidianità si infrange contro l' inesorabile incedere del tempo che consuma ogni vita, particolare che la regista di Hong Kong racconta quasi totalmente fuori campo, senza mai soffermarsi sui dettagli più tristi e dolorosi. Preferisce  invece ritrarre una toccante inversione di ruoli ed una riflessione sul vero significato di famiglia, non solo definibile dalle proprie radici o dal sangue, ma riconducibile e legami più profondi, al modo in cui ci relazioniamo con gli altri, al modo in cui lasciamo un segno negli altri, una traccia profonda che rimane viva, nei ricordi delle persone che abbiamo incrociato ed amato, quando non ci siamo più.

Sunday, January 06, 2013

Lyric of the Week + Video / U2 - UNTIL THE END OF THE WORLD




Haven't seen you in quite a while 
I was down the hold just passing time 
Last time we met was a low-lit room 
We were as close together as a bride and groom 
We ate the food, we drank the wine 
Everybody having a good time 
Except you 
You were talking about the end of the world 

I took the money 
I spiked your drink 
You miss too much these days if you stop to think 
You lead me on with those innocent eyes 
You know I love the element of surprise 
In the garden I was playing the tart 
I kissed your lips and broke your heart 
You 
You were acting like it was the end of the world 

Love...love...love...love...love...love... 
Love...love...love...love...love...love... 
Love...love...love...love... 

In my dream I was drowning my sorrows 
But my sorrows, they learned to swim 
Surrounding me, going down on me 
Spilling over the brim 
Waves of regret and waves of joy 
I reached out for the one I tried to destroy 
You, you said you'd wait 
'Til the end of the world

Wednesday, January 02, 2013

CONNECTED su I-FILMSONLINE

E' attribuibile all' uscita di Infernal Affairs, del duo Lau / Mak nel 2002, la nuova alba del poliziesco made in Hong Kong. Il film e i suoi due seguiti trovarono nel pubblico, non solo asiatico, un riscontro positivo cosa che convinse più di un produttore ad investire nel genere. Ad oggi il rappresentante più in vista è certamente Dante Lam con i suoi poliziotti tormentati e la deriva puramente action dei suoi film. Nel mezzo sarebbe davvero un peccato non citare Benny Chan con il suo New Police Story del 2004 ma sopratutto Connected nel 2008. Lontano dai personaggi "duplici" di Infernal Affairs e dagli intrecci impossibili di un qualsiasi film di Lam, Connected è una pellicola molto più semplice, partendo proprio da personaggi ben inquadrati nei loro ruoli: il protagonista (Louis Koo, Bullets Over Summer), ad esempio, classico uomo qualunque (difatti non sapremo mai il suo vero nome) esattore di crediti e padre fallito che si ritrova suo malgrado a fare l' eroe per salvare la bella Grace (Barbie Hsu) rapita senza apparente motivo. C' è poi il poliziotto buono (Nick Cheung, Beast Stalker) relegato alla stradale ma dall' indomito istinto da detective, e i cattivi che ricoprono il loro ruolo a tutto tondo, senza se e senza ma. Ognuno di loro ha il suo spazio e la sua entrata in scena che sembra tracciare le coordinate di un copione già visto parecchie volte: tutto si svolge nell' arco di una giornata qualsiasi nella quale Grace viene rapita e rinchiusa in un capanno. Al suo interno un telefono fatto a pezzi attraverso il quale la nostra riesce ad effettuare una chiamata random che raggiunge l' ancora inconsapevole eroe che, dopo una prima diffidenza, decide di aiutare la donna in difficoltà. Incipit (rapimento), svolgimento (ricerca) e fine (confronto buoni/cattivi), un paio di efficaci twist narrativi e qualche macroscopica ingenuità danno l' idea che Connected sia un film piuttosto canonico e, se non vecchio, almeno fuori tempo massimo. Cosa che sarebbe potuta anche essere vera se al timone non ci fosse stato uno come Benny Chan. Il regista di Hong Kong infatti, conscio del fatto di trovarsi per le mani una storia che sarebbe potuta andare bene alla fine degli anni '80/ primi '90, decide di non sprecare un solo minuto dando al pubblico, ma sopratutto agli estimatori del genere, pane per i loro denti: la regia, sia che si tratti di una sparatoria o di uno scontro fisico, è sempre di ottimo livello, "pulita", mai confusionaria, esemplare anche quando riesce a trasformare un (lungo) inseguimento in auto nella sequenza che da sola si vale la visione del film. Ma bisogna attribuire a Benny Chan anche un altro merito: Connected è infatti il remake di Cellular, film americano del 2004 con Kim Basinger e Jason Statham, trascurabile al punto che se lo ricordano in pochi. Considerata la tendenza del recente cinema americano, è quanto mai curioso notare un caso di remake "al contrario" dove è il cinema orientale che pesca dall' occidente evitando però una mera ricalcatura ma infondendo alla pellicola una riconoscibile impronta personale, quella di Chan nello specifico. E Hong Kong impartisce ad Hollywood un' altra importante lezione.

Recensione già pubblicata su i-filmsonline.


Monday, December 31, 2012

FINE ANNO 2012 - Nella speranza di voltare pagina...

...ci lasciamo alle spalle un anno pesante e grosso modo negativo, iniziato in salita della quale ancora non si vede la relativa discesa.
Ma siamo ancora qua, positivi nell' animo e pronti a ripartire carichi e motivati. Il giusto spirito con il quale desidero spingere anche WELTALL'S WOR(L)D per i prossimi 12 mesi a venire.
Non resta quindi che augurarvi un

FELICE ANNO NUOVO

Ci rileggiamo nel 2013!

Sunday, December 30, 2012

Lyric of the Week + Video / NEIL FINN - SONG OF THE LONELY MOUNTAIN




Far over the Misty Mountains rise
Leave us standing upon the heights
What was before, we see once more
Our kingdom a distant light

Fiery mountain beneath the moon
The words unspoken, we’ll be there soon
For home a song that echoes on
And all who find us will know the tune

Some folk we never forget
Some kind we never forgive
Haven’t seen the back of us yet
We’ll fight as long as we live
All eyes on the hidden door
To the Lonely Mountain borne
We’ll ride in the gathering storm
Until we get our long-forgotten gold

We lay under the Misty Mountains cold
In slumbers deep and dreams of gold
We must awake, our lives to make
And in the darkness a torch we hold

From long ago when lanterns burned
Till this day our hearts have yearned
Her fate unknown the Arkenstone
What was stolen must be returned

We must awake and make the day
To find a song for heart and soul

Some folk we never forget
Some kind we never forgive
Haven’t seen the end of it yet
We’ll fight as long as we live
All eyes on the hidden door
To the Lonely Mountain borne
We’ll ride in the gathering storm
Until we get our long-forgotten gold
Far away from Misty Mountains cold.

Thursday, December 27, 2012

In un buco nel terreno viveva uno Hobbit

Una volta entrati in contatto con il potere dell' Unico Anello, l' unica cosa che rimane da fare è dirigersi ai Porti Grigi per lasciare la Terra di Mezzo. Ed un po' come per i personaggi di Tolkien, anche per Peter Jackson deve essere stato lo stesso alla fine del colossale lavoro per portare sul grande schermo la trilogia de Il Signore degli Anelli, la necessità di prenderne le distanze e dedicarsi ad altro, smentendo a più riprese la sua intenzione di dedicarsi alla trasposizione de Lo Hobbit. Dopo due film personalissimi però (King Kong e Amabili Resti) la possibilità di prendere in mano le redini di un progetto tanto atteso dai fan si sono fatte molto più concrete e, insieme al suo collaudato team creativo, il regista neozelandese ha messo in moto la sua macchina produttiva trovando in Guillermo Del Toro l' uomo giusto da mettere dietro la macchina da presa per le due pellicole previste nelle quali si sarebbero dovute dividere le gesta di Bilbo, Gandalf e i nani. Poi tutto cambia: Del Toro abbandona la produzione e, per non far naufragare il tutto, Peter Jackson fa marcia indietro e si fa carico della regia. Tutti tirano un sospiro di sollievo. I film da due diventano tre. Tutti, sentendo puzza di mera operazione commerciale, storcono il naso. Con delle premesse così rimaneva sempre un sospeso timore di trovarsi di fronte a qualcosa di non voluto, di sbagliato. Qualcosa che potesse in qualche modo intaccare la figura di un autore le cui visioni e passioni l' hanno portato a rischiare tutto, anche la salute. Considerazioni di questo tipo hanno portano anche a sottovalutare Peter Jackson e non si potreva fare davvero cosa più sbagliata. Il motivo è presto detto: Lo Hobbit - Un Viaggio Inaspettato è davvero un bel film che alterna momenti dal grande respiro epico ad altri che sembrano attingere direttamente a quelle atmosfere da favola che si respirano nel libro di Tolkien. E a tal proposito bisogna chiarire bene una cosa: questo non è, così come Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit di Tolkien. Questo è Lo Hobbit di Peter Jackson. E' una cosa banale ma che si fa in fretta a dimenticare rischiando di perdere parte del fascino dell' opera cercando le differenze con la carta stampata. Jackson si prende le sue (grosse) libertà con lo scopo di creare un' opera di grande respiro che si integri perfettamente con la trilogia precedente e non lo fa con delle "invenzioni" fini a se stesse ma, da fino conoscitore del lavoro tolkeniano, pesca a piene mani dalla sua mitologia con la precisione di un cultore e non con la mera avidità di uno sciacallo. Ne risulta un film curato nel dettaglio con una precisione maniacale, nel quale si cerca il giusto compromesso tra la componente narrativa e la spettacolarità nella quale Peter Jackson può finalmente dare sfogo a tutto il suo talento (arrivando ad autocitarsi un paio di volte) anche se, a sequenze grandiose come l' attacco di Smaug a Ereborn o la battaglia alle porte di Moria, quella che più risalta e il gioco ad enigmi che il protagonista Bilbo (un grande Martin Freeman) intavola con Gollum per aver salva la vita. Nonostante le ottime sensazioni ricevute portino a sbilanciarsi, è necessario però trattenere il proprio giudizio il più possibile in quanto Lo Hobbit - Un Viaggio Inaspettato è solo la prima parte di un progetto che potremo definire concluso, e quindi valutabile nel suo complesso, solo nel 2014. Per il momento il viaggio è cominciato sul giusto sentiero.

Recensione già pubblicata su CINE20.

Monday, December 24, 2012

LO HOBBIT DEVE ASPETTARE

E si, perchè qui si chiude per un paio di giorni, giusto il tempo di festeggiare il Natale in famiglia e poi si riprende proprio con la recensione del nuovo film di Peter Jackson (se non volete aspettare potete già leggerla qui) e altre cosette.
Nel frattempo non posso che lasciarvi i miei migliori auguri


BUON NATALE A TUTTI FOLKS!!!

Sunday, December 23, 2012

Lyric of the Week + Video / FRANCOISE HARDY - LE TEMPS DE L' AMOUR




C'est le temps de l'amour 
Le temps des copains 
Et de l'aventure 
Quand le temps va et vient 
On ne pense à rien 
Malgré ses blessures 

Car le temps de l'amour 
C'est long et c'est court 
Ça dure toujours 
On s'en souvient 

On se dit qu'à vingt ans 
On est le roi du monde 
Et qu'éternellement 
Il y aura dans nos yeux 
Tout le ciel bleu 

C'est le temps de l'amour 
Le temps des copains 
Et de l'aventure 
Quand le temps va et vient 
On ne pense à rien 
Malgré ses blessures 

Car le temps de l'amour 
Ça vous met au cœur 
Beaucoup de chaleur 
Et de bonheur 

Un beau jour c'est l'amour 
Et le cœur bat plus vite 
Car la vie suit son cours 
Et l'on est tout heureux 
D'être amoureux 

C'est le temps de l'amour 
Le temps des copains 
Et de l'aventure 
Quand le temps va et vient 
On ne pense à rien 
Malgré ses blessures 

Car le temps de l'amour 
C'est long et c'est court 
Ça dure toujours 
On s'en souvient

Friday, December 21, 2012

CINE20 - 80^ PUNTATA


Puntata natalizia, il che significa un bel riassunto delle uscite delle prossime settimane curato da me e da Kusa  che per le feste non staremo certo attaccati al PC (ma vi vogliamo bene uguale). Ne risulta che le cose migliori da andare a vedere assolutamente sembrano essere il nuovo di Ang Lee, Vita di Pi, e The Master di Paul Thomas Anderson. Ci sono altre cosine interessanti ma scopritele da voi.
Ma c'è anche la non certo inaspettata recensione de Lo Hobbit - Un Viaggio Inaspettato, il ritorno in gran forma di Peter Jackson nella Terra di Mezzo.
Volete fare u bel regalo per Natale? Esce Ribelle in Bluray.
Online qui. Insieme ai nostri migliori auguri.


Tuesday, December 18, 2012

IP MAN 2 su I-FILMSONLINE

Anche volendo escludere l' importanza storica e sociale di una figura come il Maestro Ip, il successo commerciale del film a lui dedicato, Ip Man, è da ricercarsi soprattutto nella formula studiata in fase di produzione: un budget consistente, un ottimo cast tecnico e artistico ed un' attenzione particolare al lato puramente spettacolare del progetto, quello che riguarda le arti marziali. Con una base così, ma soprattutto con una storyline concentrata unicamente negli anni dell' invasione giapponese, non era difficile aspettarsi un seguito che arriva puntualmente con l 'aggiunta di un "2" al titolo originale e si concentra nel primo periodo in cui il Maestro si trasferì ad Hong Kong con la famiglia, per sfamare la quale inizia ad insegnare il Wing Chun entrando però in contrasto con i maestri delle altre scuole di kung fu e con i colonizzatori inglesi. "Squadra che vince non si cambia" ed ecco quindi Wilson Yip ancora saldamente al timone della regia, Donnie Yen nei panni di Ip Man e Sammo Hung, che nel precedente capitolo si era occupato esclusivamente dell' aspetto coreografico, questa volta interpreta anche il Maestro Hong, amico/rivale di Ip. L' incontro tra due pilastri del cinema d' arti marziali di Hong Kong ha fatto, fin dal trailer, da traino al film ma ha anche dato vita ad una delle sequenze di combattimento più belle ed esaltanti degli ultimi anni diventando, nonostante si violino una o due leggi della fisica, l' immagine stessa di questo seguito. Lo stesso non si può dire di quelle che vedono i due maestri confrontarsi con un campione di box inglese, per il semplice motivo che, tale confronto, mette in luce gli stessi limiti del film precedete forse in maniera anche più evidente. Edmond Wong, parte di quel team vincente di cui si parlava prima, scrive la sceneggiatura anche di questo seguito e con il minino sforzo possibile ricalca, con le dovute ed ovvie differenze, lo schema narrativo del precedente dove al posto degli invasori giapponesi troviamo gli inglesi. Lo scontro fisico tra kung fu e pugilato si configura quindi, ancora una volta, come uno scontro culturale, oriente contro occidente, anche se il ritratto che si fa dei sudditi di Sua Meastà risulta essere esageratamente macchiettistico. Non è un caso infatti che il film sia stato definito ironicamente un remake di Rocky IV, dove al posto degli spettri della Guerra Fredda troviamo il colonialismo, e anche se Ip Man 2 non raggiunge le vette kitsch del film di Stallone tanta superficialità e leggerezza fanno pensare ad un progetto quasi anacronistico. Ciò non di meno parliamo comunque di un gran film di arti marziali, minato da una scrittura che mira a compiacere (fin troppo) il pubblico cinese ma che non gli impedisce di riconfermare gli ottimi risultati di botteghino, piazzandosi però diversi passi indietro rispetto ad Ip Man.

Recensione già pubblicata su i-filmsonline.

Monday, December 17, 2012

"What kind of bird are you?"

In una delle isole sulle coste del New England, una coppia di dodicenni, Sam e Suzie, si conoscono ad una recita, diventano amici di penna ed organizzano insieme una fuga. E' il 1965 e una delle più imponenti tempeste del secolo si sta per abbattere sull 'arcipelago. "Rassicurante". Questo è uno degli aggettivi che meglio descrive il cinema di Wes Anderson, isola felice collocata su coordinate conosciute, ricca di punti di riferimento confortanti e riconoscibili. Un cinema che forse ripete se stesso ma che cresce e si arricchisce ad ogni sua tappa. Un cinema di grandi nomi ma dall' anima incorruttibile ed indipendente. E' proprio per questi motivi che fin dai primi minuti di Moonrise Kingdom si ha la sensazione di essere tornati in un posto conosciuto eppure totalmente nuovo: la costruzione precisa, calcolata eppure così naturale, di ogni quadro e di ogni set, le carrellate, la palette di colori, la musica, i divi di Hollywood che scompaiono dietro i personaggi che interpretano, giovani esordienti che sembrano quasi attori navigati. Ed in mezzo a tutto questo si racconta, con i soliti toni da favola "andersoniana", accompagnato nella stesura della sceneggiatura dal figlio d' arte Roman Coppola, una delicata ed innocente storia d' amore raccontata dal colpo di fulmine alla fuga, reale e metaforica, di due preadolescenti, problematici ma estremamente maturi, da un mondo di adulti totalmente inadeguati al loro ruolo, elemento quest' ultimo che ritorna costantemente nel cinema del buon Wes, spesso caratterizzato da figure paterne mancate o fallimentari. Per accompagnarci in questo nostalgico viaggio nel tempo alla (ri)scoperta dell' innamoramento nella sua forma forse più universale, il regista americano si affida a "collaboratori" fidati come Bill Murray o Jason Swartzman arricchendo le sue scuderie con nomi del calibro di Frances McDormand, Tilda Swinton, Bruce Willis, Edward Norton (al suo ruolo migliore da anni) senza dimenticare i giovanissimi e semplicemente perfetti Jared Gilman e Kara Hayward nei panni di Sam e Suzie rispettivamente. Moonrise Kingdom si rivela così l 'ennesimo gioiello firmato Anderson diventando parte integrante di un universo cinematografico che non ha eguali, luogo magico come una spiaggia senza nome rifugio di due innamorati.

Recensione già pubblicata su CINE20.

Sunday, December 16, 2012

Lyric of the Week + Video / CRASH TEST DUMMIES - MMM MMM MMM MMM



Once there was this kid who
Got into an accident and couldn't come to school
But when he finally came back
His hair had turned from black into bright white
He said that it was from when
The cars had smashed him so hard

Mmm Mmm Mmm Mmm

Once there was this girl who
Wouldn't go and change with the girls in the change room
But when they finally made her
They saw birthmarks all over her body
She couldn't quite explain it
They'd always just been there

Mmm Mmm Mmm Mmm
Mmm Mmm Mmm Mmm

But both the girl and boy were glad
Cause one kid had it worse than that

Cause then there was this boy whose
Parents made him come directly home right after school
And when they went to their church
They shook and lurched all over the church floor
He couldn't quite explain it
They'd always just gone there

Mmm Mmm Mmm Mmm
Mmm Mmm Mmm Mmm