
Secondo frame!!!

Soluzione: ...E TU VIVRAI NEL TERRORE - L' ALDILA'
Vincitore: Grace
Classifica:
Grace - pt. 7
Beld - pt. 3
Michele - pt. 1
Terzo frame:



Dopo aver seppellito un loro collega torturato e ucciso, un gruppo di poliziotti decide di organizzare una spedizione punitiva contro i responsabili. L' incursione in un palazzone nella periferia parigina però non va proprio secondo i piani ed i poliziotti si trovano presto in balia di un gruppo di trafficanti. Ma quando si dice che non ce limite al peggio, per le strade di Parigi, ma anche all' interno del palazzo, sembra cominciata la fine del mondo: i morti tornano in vita, violenti e affamati. La necessità ti porta a stringere strane alleanze e così poliziotti e criminali, loro malgrado, uniscono le forze per cercare di uscire vivi dal palazzo. Al loro esordio la coppia di registi francesi Yannick Dahan e Benjamin Rocher puntano su di una pellicola che sulle prime sembra un classico poliziesco alla francese ma che si rivela pian piano largamente (e senza nasconderlo) ispirato ai classici di Carpenter e Romero inserendosi a pieno diritto, sia da un punto di vista visivo, tematico e di violenza mostrata (anche se meno esplicita rispeto a quella dei colleghi Gens e Aja), tra gli horror d'oltralpe da tenere in considerazione. Trattandosi a tutti gli effetti di uno zombie movie, di quelli dove i morti sono tutt'altro che lenti e claudicanti, non è difficile trovare similitudini anche con 28 Giorni Dopo di Danny Boyle o ancora di più con Dawn of the Dead di Zack Snyder, nonchè un certo senso claustrofobico che arriva direttamente da Rec dei colleghi spagnoli Plaza e Balaguerò. Pur non spiccando per originalità quindi, e praticamente privo di chiavi di lettura politiche o sociali (seppur il contesto della periferia abitata da immigrati e poveri lo suggerisca) La Horde è un film compatto che non ti molla un solo attimo, che ti trascina, insieme ad un caratteristico e male assortito gruppo di protagonisti, in una sanguinolenta e feroce discesa negli inferi, letterale e figurata. Dahan e Rocher sfruttano i rodatissimi meccanismi del sottogenere "morti viventi" e allo stesso tempo li ribaltano (generalmente i protagonisti cercano di barricarsi ma in questo caso cercano una via per fuggire all' esterno), regalandoci alcune gustosissime scene di massa impressionanti (quella nel garage) e inseguimenti in stretti e soffocanti corridoi. Gli appassionati del genere dovrebbero concedergli una visione mentre per gli altri, soprattutto per chi cerca approfondite letture politiche o di critica sociale, è probabilmente tempo perso.
Kuroda, diplomatico giapponese arrivato in Italia per coordinare la sicurezza del Ministro degli Esteri in visita per il G8, si trova coinvolto in un caso di rapimento di una bambina nel quale suo malgrado svolge il ruolo di intermediario tra la madre e i rapitori. L' uomo si trova così diviso tra i suoi impegni con l' ambasciata e una donna disperata che può contare solo sul suo aiuto, e forse le due cose non sono così separate come può sembrare in apparenza. Amalfi : Reward of the Goddess di Hiroshi Nishitani si apre con un rapimento configurandosi da subito come un film drammatico diventando poi verso la fine un thriller a sfondo politico con tanto di colpi di scena, a dir la verità neanche tanto sconvolgenti. Se si dovesse valutare il film solo per questo non si riuscirebbe ad arrivare alla fine delle due ore di durata senza imprecare in qualsiasi lingua conosciuta e non. Amalfi sembra avere infatti ben altri scopi: se infatti noi italiani siamo affascinati dal Giappone, è vero anche l'esatto contrario ed il film di Nishitani ne è la conferma. Per nulla celata dietro una storia che si dipana tra Roma ed Amalfi, c'è tutta l'intenzione di fare un ritratto piuttosto lusinghiero della nostra Italia. Ci fa piacere certo l' interesse del popolo del Sol Levante per la nostra bella Penisola se non fosse che l' Italia da cartolina rappresentata in questo film è una raccolta piuttosto scontata di stereotipi: c'è il caffè al bar, la pizza e pure un suonatore di mandolino (senza contare gli zingari borseggiatori di Roma e i vari riferimenti alla mafia). Sicuramente il regista si sarà trovato bene a girare nelle nostre città visto che qui non ci si fa problemi a bloccare il traffico come accade in una città come Tokyo. Da segnalare il grande sforzo degli attori giapponesi di recitare in italiano mentre la parte di cast nostrano fa sinceramente pietà ed anche Rocco Papaleo, che qui interpreta un commissario di polizia, non sembra particolarmente ispirato se non proprio svogliato. Un filmetto curioso ma decisamente mediocre.



Specchi posti uno di fronte all'altro. Riflessi infiniti, infinite possibilità. False prospettive, paradossi. Sovrapposizioni di realtà e leggi della fisica. Unità di tempo dilatate all' infinito in cui è possibile perdersi. Con Inception Christopher Nolan rende il sogno qualcosa di tangibile eppure estremamente malleabile, restituendo allo spettatore i più classici "cortocircuiti sensoriali" (un ambiente familiare nel quale sono presenti elementi estranei o fuori contesto), stratificando il piano onirico in infiniti livelli rendendo sottilissimo il confine tra realtà e sogno, così come l' atto di creazione del sogno stesso, portato avanti da Cobb e la sua banda con lo scopo di rubare idee direttamente dalla mente delle loro vittime, rende quasi invisibile il confine con l' atto di creare il cinema, approfondendo in maniera netta ed inequivocabile un discorso cominciato con l' ottimo The Prestige. Un parallelo che si ritrova più volte nel film ad esempio, allo stesso modo in cui il subconscio del sognatore popola il sogno, Nolan popola Inception (in maniera decisamente più conscia) di elementi che ritornano nella sua filmografia quasi fossero state prove generali per questa sua ultima fatica (la sensazione di smarrimento che prova chi si accorge di essere in un sogno ricorda quella che prova il protagonista di Memento dopo i "reset" della sua memoria recente) ma rappresentano più che altro un preciso filo conduttore di tematiche care al regista: il protagonista guidato nelle azioni da un' ossessione di cui è soprattutto vittima, la perdita, il senso di colpa e la ricerca di redenzione. Un percorso cominciato con Following e che pellicola dopo pellicola ha portato il giovane regista inglese a trovare il giusto compromesso tra il "suo" cinema e quello "mainstream". La riprova arriva proprio con Inception che, al di la di qualsiasi approfondimento si voglia cercare nelle sue immagini, si presenta al pubblico come un thriller sci-fi dalla struttura solidissima, labirintica, sorretta da una regia che riesce a valorizzare le sequenze d'azione, tanto quelle più blasonate e particolari (la stanza che gira) che quelle più "canoniche" (l' inseguimento a Monbasa), un cast perfetto ed una colonna sonora dove Hans Zimmer da proprio il meglio di se. La maturità di Nolan permette insomma ad Inception di essere un film cervellotico ma non compiaciuto, aperto a svariati piani di riflessione e allo stesso tempo un enorme spettacolo cinematografico. Una pellicola che si apre ad una fetta di pubblico molto ampia e sta ad ognuno decidere fino a dove spingersi, fermarsi in superficie o andare in fondo. Scegliere il sogno o la realtà. La trottola gira, la trottola si ferma.
La visione di Ong Bak 3 mette sotto tutta un' altra luce i problemi produttivi intercorsi durante la realizzazione del secondo capitolo firmato Jaa/Rittikrai, che a quel tempo avevano assunto quasi carattere di leggenda. Ong Bak 2 era diventato infatti il film dove il regista/attore/action coreographer Tony Jaa, era scappato durante la produzione del film diventando un eremita nella giungla per alcune settimane. Risultato? Nonostante una storia "così, così" ed un finale apertissimo ai limiti dell' accettabile, il film era una goduria grazie ad una cura tecnica al di sopra della media e alle sequenze di combattimento lunghe, belle con coreografie da applausi. La crisi mistica o esaurimento nervoso, fate un po' voi, avuto da Tony Jaa, con Ong Bak 3 perde quell' aura leggendaria per definirsi, in maniera ben più chiara e lucida, come un grosso incidente di percorso che, se in Ong Bak 2 è stato efficacemente coperto, nel seguito mostra tutti i suoi più nefasti effetti collaterali. A voler essere proprio cattivi si potrebbe dire che il film sia stato messo insieme con gli scarti del secondo, ma siccome a questi film e al personaggio Tony Jaa si vuole un gran bene, diciamo che Ong Bak 3 sembra quasi il finale che manca ad Ong Bak 2 ma allungato all' inverosimile per arrivare alla durata di un lungometraggio. Tanto per fare un esempio, il protagonista, Tien, passa circa l' 80% del film in una fase tra il recupero fisico e la crisi mistica (che la fuga di Tony sia stata una scusa per lavorare sul personaggio? Naaaaaa), il resto sono i deliri allucinati dell' imperatore (il villain di Ong Bak 2) e l' uomo-corvo che qui si ritaglia un ruolo da protagonista (e da personaggio più riuscito del film). I combattimenti ci sono naturalmente, ma sembrano quasi delle prove rispetto a quanto già visto, non si è fatto nessun passo in avanti ma uno di lato sbilanciato all' indietro ed è forse questa la cosa più difficile da accettare: perchè si può tollerare una storia enigmatica che si tiene insieme con lo sputo, ma che le sequenze di lotta non diano allo spettatore la soddisfazione che va cercando in questi film, questo proprio no. E insomma, quello che è giusto è giusto.



Un fatto di cronaca nera realmente accaduto diventa attraverso il cinema, motivo per raccontare il lento percorso, o caduta, nella follia (?) di un giovane che lo conduce fino all' uccidere la madre trafiggendola con una spada. Quello che idealmente poteva rappresentare il climax della narrazione, qui Herzog lo usa come base di partenza per ricostruire, attraverso frammenti e ricordi, la figura di Brad McCallum (un Michael Shannon in stato di grazia), regista/attore della sua personalissima versione dell' Elettra di Sofocle che si svolge in un assolata via di un quartiere residenziale di San Diego sotto gli occhi di inconsapevoli attori ed attrici, mentre la sua voce tira le fila "dietro le quinte" di casa sua. Tutti recitano la loro parte anche quelli, come la fidanzata o il regista teatrale, che aiutano la polizia con i ricordi di Brad, frammenti di vita che palesemente vengono fuori dalla mente del ragazzo, dalla sua acquisita nuova percezione delle cose (il tempo rallenta fino a diventare immobile), spesso incomprensibile proprio perchè unica. My Son, My Son, What Have Ye Done è anche lei a suo modo un' opera unica, sfuggevole ma che sa trascinarti al suo interno, affascinarti e coinvolgerti in maniera inconsapevole come nell' osservare una lattina che rotola. Suggestioni, volti (grandissima Grace Zabriskie) ed elementi tipici del cinema di Lynch (qui in veste di produttore), dalle quali Herzog fa emergere un personaggio fuori da qualsiasi classificazione, figura potente ed enigmatica, avulso da qualsiasi legame con ciò che la società considera comune e ordinario. La musica infine, mai fuori posto o eccessiva, completa ogni quadro già di per se visivamente straordinari.
Dragon Trainer riabilita, almeno per chi scrive, l' immagine della Dreamworks Animation che dopo il successo di Shrek e Madagascar si è adagiata su un modo di fare film d'animazione sicuramente remunerativo da un punto di vista degli incassi, ma povero in quegli aspetti, storia e contenuti, particolarmente curati dai rivali della Pixar, per rimanere sul continente americano, o della Ghibli. Ed è bastato mettere da parte orchi e animali parlanti dalle espressioni fotocopiate, un umorismo tutt'altro che fine, spesso basato su di un citazionismo cinefilo diventato pian piano semplicemente fine a se stesso, per raggiungere un risultato davvero insperato. Nel film di Dean DeBlois e Chris Sanders si respirano atmosfere da leggende nordiche (ma anche quelle dei più classici giochi di ruolo da tavolo) tra pascoli e alte scogliere dove un villaggio vichingo combatte una lotta infinita contro i draghi che ciclicamente compiono razzie di bestiame. Un plot che si presenta fin da subito abbastanza chiaro e limpido ma che nasconde diverse sfumature che alzano il livello del film nel suo complesso: innanzi tutto, con lo scontro tra uomini e draghi si vuole parlare della guerra in senso generale, degli scontri che nascono tra culture diverse per paura o per l'incapacità (o la mancanza di volontà) di comprendere ciò che non si conosce. La maniere in cui la guerra porta il protagonista Hiccup e il drago Sdentato a perdere qualcosa di se e a colmare la mancanza diventando l'uno complementare all' altro, ma soprattutto l' impegno profuso dallo stesso ragazzo nel conoscere i secolari nemici piuttosto che combatterli, diventa subito a chiave di lettura di Dragon Trainer, un film che dimostra di avere un gran cuore (qualcosa che manca, spiace dirlo, nei film Dreamworks) che batte per portare un messaggio pacifista e di tolleranza piuttosto forte. Non bisogna tralasciare però l' aspetto tecnico perchè, se fanno tenerezza le animazioni “feline” della Furia Buia, si rimane sbalorditi e catturati dalle bellissime sequenze di volo e le battaglie, in particolar modo quella finale.
Kick-Ass è un film che riporta prepotentemente in auge il discorso "adattamento" e con esso i dubbi su quanto ci si possa allontanare dall' opera originale per ottenere del materiale adatto ad una trasposizione cinematografica, di quanto la libera interpretazione possa arricchire, impoverire o creare qualcosa di nuovo. Sotto quest' ottica Kick-Ass divide chi vi scrive tra il fondamentalismo fumettistico e quella voglia incontrollabile di gridare alla figata assoluta. Il tutto nasce dal personalissimo e profondo rispetto per l' opera da cui il film è tratto ma più in generale per i lavori di Mark Millar dove emerge con forza l' umanità del superumano, inserita in un contesto sempre molto vicino alla realtà in cui viviamo. In Kick-Ass queste tematiche vengono portate all' estremo (ma se ne trattano anche di altre, come il sentirsi inadeguati ad inserirsi in un contesto sociale e di conseguenza la necessità di essere qualcun' altro, perchè no, anche un eroe) ed in qualche modo Matthew Vaughn trova il modo di portarle sullo schermo in maniera molto convincente, soprattutto nella prima parte introduttiva dove conosciamo il protagonista, Dave Lizewski, classico nerd sfigato che da appassionato di fumetti decide di fare ciò che nessuno inspiegabilmente, almeno per lui, ha mai fatto prima: diventare un vigilante mascherato, con tutta le dolorose conseguenze e l' improvvisa popolarità che ne derivano quasi da subito. Ma i meriti del regista inglese non si esauriscono qui e se il film mantiene un ritmo sostenuto per tutte le due ore di durata, è durante le sequenze d'azione che esplode, travolgendoci con una combinazione perfetta di regia, montaggio e colonna sonora. Esemplari le entrate in scena di Big Daddy (un Nicolas Cage semplicemente perfetto) e della piccola e letale Hit-Girl, nei cui panni Chloe Moretz ci regala un' interpretazione da applausi scroscianti. Le perplessità, perchè di queste alla fine si tratta, nascono quando sull' altro piatto della bilancia mettiamo alcune scelte di adattamento in fase di sceneggiatura, riallacciandoci così a quanto scritto in apertura, che si allontanano in maniera decisa dal fumetto. Non mi riferisco certo alla svolta fracassona durante il combattimento finale che in un film del genere in fondo ci calza a pennello, ma allo stravolgere alcuni aspetti della storia (le origini di Big Daddy, ad esempio) rendendola decisamente meno impietosa rispetto a come Millar l' aveva pensata. C'è dietro una precisa scelta di alleggerire i toni rispetto al fumetto rendendo Kick-Ass un film di puro intrattenimento, o solo un modo per essere, al solito, accomodanti verso il pubblico pagante? Di certo non si tratta di mancanza di coraggio visto che il film si concede più di quanto si concedano altri film destinati al grande pubblico, tra le quali parentesi violente e brutalità perpetrate da una ragazzina dodicenne e sboccata in maniera irresistibile, giusto per fare un esempio. Ne risulta infine un giudizio diviso, una media tra l' essere riusciti a fare un film incredibilmente trascinante e un po' di amaro in bocca per aver preso le distanze dal fumetto proprio in quegli elementi a mio avviso intoccabili.
TITOLO ORIGINALE: DAMAGES

Pang Ho Cheung è sicuramente uno dei nomi più importanti e interessanti del cinema di Hong Kong eppure anche per i migliori è rischioso uscire con due film lo stesso anno soprattutto se uno di questi è una pellicola bella e importante come Dream Home. Il rischio più immediato è che l'altro film venga, con estremo pregiudizio, considerato un film minore, caso che non riguarda certo questo Love in a Puff. Pur essendo un film diametralmente opposto a Dream Home, condivide con quest' ultimo lo "sfondo" sul quale si svolge la storia narrata, una Hong Kong viva e reale che gioca un ruolo da "burattinaio" nelle vite dei protagonisti: se nel film con la bravissima Josie Ho si parlava della speculazione edilizia che ha portato il mercato immobiliare dell' ex colonia britannica ad essere alla portata di pochissimi, in Love in a Puff ritroviamo una città dove, nei primi mesi del 2009, si fa una lotta senza quartiere al fumo ed ai fumatori. E' in una delle tante "smoking areas" sparse per la metropoli che si incontrano i protagonisti di questa storia, pubblicitari, commessi, facchini e ragazzi delle consegne, per prendersi una pausa dai rispettivi lavori da dedicare al loro vizio e per raccontarsi storie di paura. In questi brevi momenti che si consumano in vicoli lontani dagli sguardi della gente, c'è anche il tempo per due sconosciuti di incontrarsi e di piacersi. Pang Ho Cheung si concede a suo modo alla commedia romantica non rinunciando a giocare con i generi come in "I Shoot, You Shoot" e "Men Suddenly in Black" (l' incipit/titoli di testa da film horror e le interviste su "fumo" e "amore" quasi da mockumentary), ma soprattutto raccontando il sentimento che nasce tra due persone senza il bisogno di smancerie, effusioni o dichiarazioni sdolcinate, ma riuscendo a rendere romantico anche il semplice andare a comprare insieme le sigarette. Il regista di Hong Kong parla insomma di amori che nascono e bruciano in fretta, il tempo di una fumata, e non è da tutti farlo con semplicità, delicatezza ed ironia ma soprattutto farlo così bene.
Los Angels non è Tokyo. Eppure anche senza quello scarto che si crea tra il singolo ed il resto della comunità a causa dell' ostacolo linguistico e culturale, è ugualmente possibile sentirsi soli e persi. Su questo presupposto Sofia Coppola racconta la storia di Johnny Marco, attore all' apice del successo e allo stesso tempo ancorato sul fondo di un baratro, una vita fatta di apparenza, di superficialità, ridotto ad una marionetta nelle mani di agenti, fotografi e truccatori, riconosciuto più come personaggio che come persona. Una routine fatta di feste, amanti occasionali e noia che si interrompe quando si ritrova gioco forza a dover badare alla figlia undicenne Cloe per un po' di tempo. Un' occasione per scoprire che il vuoto che lo circonda può essere colmato, solo per finirne nuovamente avvolto appena la ragazza lo lascia per andare in un campo estivo. Per questo suo ultimo film la giovane regista percorre una strada in salita fatta di sequenze lunghe, volutamente scollegate, solo apparentemente fini a se stesse, quasi sempre racchiuse in poche inquadrature, rischiando di essere snervante e ridondante nel raccontare la vita di un uomo ormai alla deriva. Ferma e coerente nelle sue scelte di forma, riesce a ritagliare in egual misura anche momenti solari e intimi come le buffonerie di padre e figlia nella piscina di un albergo o la complicità nella fuga dall' osceno glamour della televisione italiana. Pur non rinunciando ad una bella e ricercata colonna sonora, la Coppola sembra voler ripulire il suo film dal superfluo (a livello narrativo e visivo) puntando a metterne in risalto l' essenza se non proprio il cuore del suo progetto. Lo stesso percorso personale che segue anche il suo protagonista, nel lasciarsi alle spalle la superficialità di ciò che è materiale, di ciò che è apparenza, per recuperare pezzo dopo pezzo un po' di se stesso a partire da un semplice sorriso.