
Secondo frame:

Terzo frame:

Soluzione: ONCE UPON A TIME IN CHINA
Vincitore: Chimy
Classifica:
Jived - pt. 17
Tob - pt. 7
frenzmag - pt. 4
Beld - pt. 3
Chimy - pt. 3
Falketta - pt. 3
Killo - pt. 3
Nick - pt. 3
Para - pt. 3
Hawke - pt. 2



Anche ad una visione poco attenta e superficiale, non è difficile identificare quegli elementi che "frenano" A Dangerous Method di David Croneneberg, in primis la sua origine teatrale che arriva direttamente dal testo "A Talking Cure" di Christopher Hampton, autore anche dell' adattamento per lo schermo. Se da un lato si può notare una maniacale cura nella ricostruzione storica o nella ricerca del minimo dettaglio ambientale o scenografico, dall' altro abbiamo un Cronemberg quasi imprigionato nella forma, che non va molto oltre la rappresentazione verbale (e verbosa) del rapporto tra i due massimi padri della psicanalisi (o psicoanalisi), Jung e Freud, concedendosi qualche libertà extra testuale in solo in precisi momenti, circoscritti ma comunque notevoli. In secondo luogo poi, c'è il discorso recitazione. Per interpretare Jung e Freud, il regista canadese si affida rispettivamente ad un perfetto Michael Fassbender e ad un contenuto Viggo Mortensen ma per il ruolo di Sabina Spielrein compie forse la scelta più rischiosa con Kiera Knightley che, lasciata a briglia sciolta, si abbandona ad un' interpretazione (specie nei primi venti minuti) quantomeno forzata e fastidiosa, forse volutamente sgradevole ma sulla quale di sarebbe potuto mettere più di un paletto. Messi questi necessari puntini sulle "i", non si può negare l' importanza di questo film nell' ottica della cinematografia di Cronenberg nel suo complesso, in quanto le riflessioni al suo interno rappresentano chiave di lettura totale delle sue ossessioni, ben esplicitate fin dai primi lavori. A Dangerous Method risulta quindi essere un film potente, profondo da un punto di vista teorico, impreziosito da una messa in scena precisa, calcolata, che accentua comunque una sensazione di "freddezza" dalla quale non riesce a smuoversi, forse proprio per un mancato ed incisivo intervento personale dello stesso Cronenberg. Discutibile finché si vuole ma coerente.
E' tutta una questione di probabilità, come quelle che si trova davanti Adam, il protagonista di 50 e 50 di Jonathan Levine: sopravvivere alla rara forma di cancro che l' ha colpito o morire. Ed è ad un crudele gioco di probabilità che si sottopone il regista stesso nel tentare di affrontare un tema così delicato, coaudivato nell' impresa dallo sceneggiatore Will Reiser che, non si sa fino a che punto in maniera autobiografica, cerca di raccontare attraverso lo script del film la sua esperienza con la malattia, il come si affronta la vita da quel momento in avanti e il percorso di guarigione. Pur se con qualche sbavatura, forse fin troppo evidente e magari evitabile, l' operazione sembra nel complesso portata a casa con discreto successo: 50 e 50 è una commedia che parla della malattia senza particolari trappole o tranelli per il pubblico. Certo, non tutto fila esattamente liscio e le note stonate pesano specie quando si entra nella sfera della vita sentimentale del protagonista, dove si viene eccessivamente pilotati ad odiare un personaggio negativo ai limiti della macchietta. Ma si ride per fortuna, forse di più per il modo contenuto e quasi timido con il quale Adam affronta questa difficile fase della sua vita, che per gli eccessi del suo "best buddy" Kyle, interpretato da un Seth Rogen che, pur non discostandosi molto dai suoi precedenti personaggi, appare qui molto più maturo. Quello di Levine è un film che non evita però di affrontare l' argomento anche negli aspetti più difficili e dolorosi e se ci si commuove, ci si arriva per gradi, mentre seguiamo il protagonista nel suo percorso verso la realizzazione che la possibilità di non sopravvivere è qualcosa di davvero concreto e non una mera questione di percentuali.
Non facile la situazione di Daniel Radcliffe e non solo perchè è stato protagonista di una saga cinematografiche lunga otto film e durata quasi dieci anni, ma sopratutto perchè quando si pensa ad Harry Potter, è al suo volto che si fa riferimento essendo diventato la controparte "fisica" di un personaggio famosissimo della letteratura per ragazzi moderna. Che fare per scrollarsi di dosso questo ingombrante alter-ego prima che diventi una carogna putrescente in grado di pregiudicare la sua futura carriera? Cambiare aria, decisamente, ed ecco che le atmosfere fantasy lasciano il posto all' horror e, appesi i panni del maghetto, ci si mette quelli dell' avvocato Arthur Kipps, vedovo con figlio, che parte da Londra diretto verso un piccolo villaggio per sbrigare alcune pratiche su di una proprietà da mettere in vendita dopo la morte dei proprietari, trovandosi però contro l' ostilità dell' intera popolazione spaventata da tragici eventi legati proprio a quella proprietà stessa. Che quella del giovane attore inglese sia stata una scelta ponderata o dettata dalla necessità di dedicarsi al più presto a nuovi progetti, non ci è dato saperlo (ma possiamo ben immaginarlo) fatto sta che bastano pochi minuti di film per capire quanto sia sbagliata: il nostro, non solo da l' idea di essere totalmente spaesato (per la serie "ma cosa ci faccio qui?") ma di non essere proprio adatto a rivestire il ruolo di vedovo tormentato o tanto meno di padre. Sarebbe ingiusto però far carico solo sul protagonista delle responsabilità sulla mancata riuscita di un film non particolarmente brillante in senso generale. Il regista James Watkins, con all' attivo il più riuscito Eden Lake e le sceneggiature di My Little Eye e The Descent Part 2, si affida questa volta allo script di Jane Goldman che, con ovvi rimandi (a voler essere buoni le potremmo definire citazioni) al più recente cinema horror giapponese, mette insieme una ghost story piuttosto canonica che non prova minimamente ad uscire dai binari del genere adagiandosi su percorsi narrativi fin troppo risaputi, puntando tutto sullo spavento e sull' atmosfera. E qualcosa riesce pure a trasmettere, specie quando si tirano in ballo bambini morti tragicamente, ma credo che sia davvero troppo poco e, spiace dirlo, lo si vorrà dimenticare in fretta. Non certo per la paura, sia chiaro.


TITOLO ORIGINALE: SHERLOCK
Sotto l' incombente spettro del primo conflitto mondiale, un legame fortissimo nasce tra un giovane puledro ed il figlio di un contadino, un' amicizia destinata però a non durare proprio a causa della guerra. Il cavallo, acquisito dall' esercito britannico, guidato unicamente dall' istinto e dal coraggio, toccherà il cuore di tutte le persone che incontrerà nel suo percorso. Se si guarda agli ultimi lavori di Spielberg come produttore o regista (ed in senso più largo possiamo arrivare fino al quarto Indiana Jones) si può notare un filo conduttore che porta alla necessità di riscoprire il cinema del passato e riproporlo oggi. Una tendenza non circoscritta al solo Spielberg, visto il giusto interesse suscitato dai film di Hazanavicius (The Artist) e Scorsese (Hugo Cabret), ma che trova nel regista americano un valido sostenitore. Rispetto però a film come Super 8 o Tin Tin, dove ci si guarda indietro con i piedi ben piantati nel presente, War Horse è un film decisamente classico dove Spielberg non rinuncia a tematiche a lui care preferendo approfondire i risvolti dell' amicizia tra uomo e cavallo piuttosto, il lato umano dietro i protagonisti da una parte all' altra della barricata del conflitto, mostrato in tutta la sua brutalità (anche se abilmente celata) in una sola sequenza. La gamma di sentimenti sui quali si vuole fare leva insomma, è a questo punto abbastanza scontata così come i risvolti di una storia narrativamente semplice, circolare e, se vogliamo, anche prevedibile. Dall' altra abbiamo dietro la macchina da presa un regista che non ha certo bisogno di presentazioni, accompagnato da storici collaboratori come Janusz Kaminski e John Williams, in grado di rendere importante ogni sequenza, non ultima l' aratura di un campo. Soppesati questi due aspetti, quel che ne risulta è un film bilanciato ma non più che sufficiente, fermo restando l' impossibilità di accusare Spielberg di alcuna mancanza in fatto di continuità negli intenti o che il suo operato risulti in qualche modo subdolo o poco onesto. Semplicemente questo è un film geneticamente "spielberghiano" con tutto il peso che questo comporta, nel bene e nel male.


La morte rappresenta il momento esatto in cui si smette di cambiare. La vita, almeno fino alla spesso improcrastinabile sua battuta d' arresto, è essa stessa sinonimo di cambiamento, il quale può avere la forza impetuosa di un fiume in piena che ci costringe ad imparare a nuotare o finire per essere trascinati via dalla corrente. Questa è la fondamentale lezione che si trova ad imparare sulla propria pelle Matt King, avvocato, padre e marito distante, quando la moglie finisce in coma dopo un incidente in barca. Da un momento all' altro si trova costretto a riconsiderare i suoi ruoli, a riallacciare (o forse a ricostruire) il rapporto con le figlie e a prendere un' importante decisione circa la vendita di un pezzo incontaminato di territorio hawaiano di cui la sua famiglia è custode da generazioni. Paradiso Amaro di Alexander Payne è un film che sfiora la tragedia senza che questa metta radici diventando un ricattatorio espediente per lacrime facili, preferendo che funga invece da perno intorno al quale far ruotare le vicende dei vari personaggi, una molla che attiva la trasformazione. Il vero punto di forza risiede però nel modo in cui si gioca con i contrasti, partendo dalla location paradisiaca che fa da sfondo alle vicende tutt' altro che felici della famiglia King, fino al protagonista, un George Clooney che smette momentaneamente i panni del divo e comprime la sua gigioneria sotto camicia floreale e infradito, restituendo un personaggio quanto mai umano, sopraffatto e disorientato dagli eventi e dalle responsabilità verso chi è venuto prima di lui e per chi verrà.
Certo, non tutti possono essere Terrence Malick, ma esistono tanti registi/sceneggiatori che, con pochi progetti all' attivo, vantano una carriera più che dignitosa. Andrew Niccol poteva anche rientrare tra questi se non fosse che le buone premesse hanno finito per tradire pian piano le aspettative. Niccol si era fatto notare con la sceneggiatura di The Truman Show di Peter Weir per poi esordire dietro la macchina da presa con il bello e sorprendente Gattaca. La sua carriera è continuata poi con il sottovalutato S1m0ne e con l' invece fin troppo sopravvalutato The Lord of War. Da li in avanti il nulla fino a questo In Time progetto che, se non fosse scritto, diretto e prodotto dallo stesso Niccol, verrebbe da pensare ad un lavoro commissionato per raccattare un po' di soldi facili. Considerazione questa che emerge spontanea di fronte all' incredibile mediocrità nel quale il film è immerso fin dai primissimi secondi dove la voce narrante del protagonista ci spiega con grande enfasi come funziona il mondo in cui è ambientata la storia: in un non meglio precisato futuro l' uomo avrà sconfitto la morte e nessuno, raggiunti i venticinque anni, invecchierà più. Il restante tempo da passare sulla Terra dovrà però essere acquistato e solo i ricchi potranno permettersi l' immortalità con la nuova moneta di scambio, il Tempo. Quasi come in Gattaca, dove era la superiorità genetica a creare disparità sociali, ma senza la medesima intelligenza e sobrietà, Niccol spreca una preziosa occasione ed un soggetto dalle grandi potenzialità partorendo un ibrido tra sci-fi impegnata con virate action. Ma se da una parte è impossibile percepire il mimimo peso metaforico o un messaggio che vada oltre il p(i)attume didascalico che siamo costretti a subire, dall' altra le cose vanno pure peggio e nello scimmiottare cose già viste e già fatte da altri, il regista azzecca, ad esser buoni, giusto un paio di sequenze. Anche l' apporto superficiale e spaesato dato della coppia Timberlake/Seyfried (peccato per il sacrificato villain Cillian Murphy) trasmettono l' idea generale di un progetto fallimentare, debole e a tratti ridicolo, si spera, in maniera involuta. Da Niccol era lecito aspettarsi ben altro.


Enoch è un adolescente che passa il suo tempo intrufolandosi ai funerali di perfetti sconosciuti o conversando, tra una partita a battaglia navale e l'altra, con il fantasma di un kamikaze giapponese morto durante la Seconda Guerra Mondiale. Annabelle è una coetanea di Enoch ma, a differenza del ragazzo, il suo carattere solare la porta ad amare la vita nonostante un cancro in fase terminale le abbia drasticamente accorciato le aspettative per il futuro. Dopo la bella parentesi Milk, Gus Van Sant fa un passo indietro e torna ad esplorare dall' esterno, ma sempre con sguardo attento, la complessità dell' universo adolescenziale questa volta alle prese con la morte, unica vera costante presenza che aleggia su tutto il film. Il resto, dal curioso rapporto con il fantasma giapponese alla delicata storia d'amore con Annabelle, è un percorso salvifico che Enoch deve affrontare per uscire da un coma nel quale la sua vita è precipitata dopo tragici eventi luttuosi, un' elaborazione del lutto rivolta al passato ma anche al futuro, per accettare la morte in tutta la sua tragica ineluttabilità. Il superficiale (sotto)titolo italiano, L' Amore Che Resta (Restless), e le tematiche trattate, possono giustamente far pensare ad un film che rischia di rivelarsi ricattatorio nei confronti del pubblico e dei sentimenti che la triste storia dei due protagonisti può suscitare. Ma nonostante qualche semplificazione eccessiva ed un voler apparire "indie" in maniera forse anche forzata, la pellicola di Van Sant riesce a tenersi distante dalla banalità, e anche se la commozione arriva comunque, inevitabile, ci colpisce in maniera sincera con la semplicità di un sorriso piuttosto che con le lacrime.



TITOLO ORIGINALE: BREAKING BAD
Padre e figlio, travolti da un gravissimo lutto, si ritrovano incapaci di rimettere le loro vite in carreggiata quanto basta per ricompattare un nucleo familiare sbriciolatosi sotto il peso del dolore per la perdita. In aggiunta ad una situazione già di per se al limite, arriva Hesher, uno sbandato vagabondo metallaro che si instaura nel loro garage diventando, anche dietro minaccia, loro ospite poco gradito. Quasi come nel "miikiano" Visitor Q, la salvezza arriva dal fattore X inaspettato, l' elemento esterno che, anche con metodi poco ortodossi, mette ordine nel caos. L' elaborazione del lutto, in questo caso, passa attraverso l' anarchica follia di Hesher che spinge padre e figlio oltre quel limite dove, o ci si rialza o si sprofonda definitivamente. Le somiglianze, seppur superficiali, con il film di Miike non tardano però a farsi sempre più impalpabili lasciando la sensazione che il regista Spencer Susser, qui al suo esordio nel lungometraggio (2010), non sia riuscito a portare a compimento quanto di buono lasciato intuire sin dai primi minuti del film. Le potenzialità del personaggio di Hesher ad esempio (interpretato da un Joseph-Gordon Lewitt cappellone trasandato e malamente tatuato) si perdono strada facendo forse per una mancanza di coraggio nel tenere un approccio politicamente scorretto (perfettamente incarnato dal protagonista) anche di fronte al dramma. Susser preferisce la strada più facile, rifugiandosi appena possibile dietro la facciata da commedia agro-dolce tipica di un certo modo di fare cinema "indie" negli Stati Uniti, perdendo la preziosa occasione di lasciare il segno con un film che si dimostra, certo piacevole, ma nulla più.
Nella stazione ferroviaria di Parigi vive il giovane orfano Hugo Cabret impegnato a verificare il corretto funzionamento degli orologi del complesso e a raccattare, anche con piccoli furti, qualche ingranaggio per riparare un automa, unico lascito del defunto padre. Oggetto misterioso, forse magico, veicolo di ricordi e ponte tra generazioni, capace di catturare e "scolpire" frammenti di tempo, come i fotogrammi su di una pellicola. L' automa è il Cinema o perlomeno ciò che il Cinema rappresenta per i protagonisti della storia, Hugo, suo padre e il cineasta George Melies, un "meccanismo" che funziona grazie alla complessità dei suoi ingranaggi, nascosto dietro all' illusione, alla magia di un' instancabile fabbrica di sogni. Scorsese ci promette un' avventura, all' apparenza banale, risaputa, forse infantile, e ci regala invece un omaggio alla Settima Arte nella sua totalità, un viaggio alle origini che sfiora i Lumiere e arriva dritto a Melies, mago ed illusionista, artigiano di un cinema che fu e che rivive oggi grazie ad un 3D quanto mai importante nella sua funzione di giuntura fondamentale tra presente e passato. Tutto il film ruota intorno a questo legame imprescindibile tra ieri e oggi, sull' importanza della memoria non solo come inestimabile eredità ma come catalizzatore di quelle emozioni che stanno alla base dell' amore per il cinema. Un viaggio non facile, all' apparenza non per tutti, ma per il quale Scorsese mette a disposizione un treno capiente. E se per caso vi riconoscete in Hugo e Isabelle e nelle espressioni estasiate e divertite dei loro volti illuminati dallo schermo cinematografico, allora state pur certi che siete nelle carrozza giusta.


Il problema più grande che si può riscontrare nelle tre incarnazioni cinematografiche di Mission : Impossible è la totale mancanza di continuità sia nel trattare il personaggio principale che nell' approccio indeciso con il quale si è portato al pubblico uno spy-movie potenzialmente vincente ma mai all' altezza di James Bond o dei vari Bourne. A parte Ethan Hunt e qualche personaggio di contorno a fare da collegamento, i tre film sono incompatibili e solo nel terzo Abrams è riuscito a dare al franchise un' impronta solida e coerente virata all' action, non perfetta, tutt' altro, ma comunque gradevole. Sono dovuti passare sei anni prima che qualcuno rimettesse mano su di una serie creduta morta e sepolta ma, per fortuna, il tempo passato non ha fatto smarrire la giusta strada presa nel 2006 tanto da poter considerare Protocollo Fantasma il miglior Mission Impossible fino ad oggi. La Bad Robot rimane alla produzione ma il creatore di Lost si fa da parte cedendo la regia a Brad Bird. Curiosità cinefila vuole che sia proprio lui uno dei motivi per i quali ci si avvicina al film, sopratutto per vedere come se la cava un rinomato regista Pixar (suoi Gli Incredibili e Ratatouille) con un blockbuster live-action. Basterebbe l' arrampicata sul grattacielo di Dubai per promuoverlo a pieni voti, ma Bird si dimostra capace di gestire un action a tutto tondo dall' inizio alla fine, con un ritmo sostenuto che segue di pari passo una narrazione che concede pochissimi momenti per riprendere fiato, magari aprendo delle parentesi da commedia (Simon Pegg non è inserito nel cast per puro caso) mai eccessive. Un sequel finalmente all' insegna dell' equilibrio insomma che, a distanza di sedici anni dal capitolo d'esordio sul grande schermo, ha perlomeno l' onestà e l' intelligenza di non prendersi troppo sul serio trasformando l' "impossibile" in puro e semplice cinema d' intrattenimento.
Era il 1996 quando qualche produttore di Hollywood si svegliò con l' idea fissa che forse era arrivato il tempo di portare una classica serie TV come Mission Impossible al cinema e magari farci qualche soldino. Per operazioni di questo tipo servono nomi di un certo peso ed ecco spuntare Brian De Palma alla regia, score originale risuonato dall' accoppiata U2 "Clayton/Mullen Jr." e protagonisti del calibro di Tom Cruise e John Voight. Mission Impossible è un film che a guardarlo oggi fa un po' sorridere forse perchè sembra più vecchio di quello che in realtà è. Curiosamente è proprio il comparto tecnologico a dare questa particolare impressione quando, ad avveniristici occhiali telecamera (a dir la verità neppure tanto) si affiancano portatili spessi quanto un volume della Treccani, monitor a tubo catodico e floppy disk per salvare i dati. Per il resto quello di DePalma è un film di spionaggio con tutte le carte in regola, forse non originalissimo, ma coinvolgente nel trascinare lo spettatore in una vicenda che, tra intrighi internazionali, doppi/tripli giochi e colpi di scena, di sicuro non annoia mai. Si punta poi a dare al film una certa sobrietà anche nelle scene madri (inclusa quella nel ristorante/acquario anche se potrebbe sembrare il contrario) sopratutto in quella che è poi diventata simbolo del franchise, l' irruzione nella stanza più protetta del quartier generale CIA con il nostro Tom/Ethan Hunt sospeso a mezz'aria con un cavo. Una sequenza bella tesa, quasi totalmente priva di colonna sonora, che fa un po' a pugni in faccia con la svolta fracassona di fine film dove, il confronto finale con il villain di turno, avviene appesi su di un treno ad alta velocità, in galleria, con tanto di elicottero in inseguimento. Una scelta poco coerente con il resto del film ma che alla fine possiamo lasciarci alle spalle facendo spallucce.
Per il seguito di Mission Impossible si è visto necessario prendere strade diverse. La sobrietà del film di DePalma non poteva più andare bene e bisognava assolutamente puntare all' azione, ma sopratutto dare una controparte femminile al nostro eroe (per renderlo un po' più figo, mica per altro) e magari, perchè no, fargliela conquistare e trombare nei primi quindici minuti di film. Messo in pari il sex-appeal del personaggio con quello del più noto James Bond, si può pure passare ad altro. Per dare al film quella spinta adrenalica e un po' fracassona ricercata, si mette dietro la macchina da presa John Woo uno che le sue belle (bellissime) cose le ha fatte...prima di cedere alle lusinghe di Hollywood. Mi piace pensare infatti che proprio questo secondo capitolo di Mission Impossible, sia uno dei motivi che l' hanno convinto a fare i bagagli per tornare a fare grandi (grandissime) cose in patria. Il problema principale del film è proprio lo scarto, troppo marcato, con il precedente. A parte l' incipit, Mission Impossible 2 ci mette troppo tempo a portarci nel vivo della storia che comunque non sembra mai decollare veramente e tutto quello che rimane allo spettatore è un "gioco di maschere" condito con inseguimenti e sparatorie. Ethan Hunt poi appare proprio un personaggio completamente diverso, pronto a sparare alla prima occasione (anche con due pistole) e a menare con un' agilità improbabile. Naturalmente questo tipo di azione porta la firma, sbiadita, di John Woo ma non basta certo qualche ralenty o le colombe in volo a convincerci sulla bontà di questo progetto che sembra molto sbilanciato ma sopratutto inferiore rispetto al precedente.
Una volta intrapresa la svolta action non si può più tornare indietro a meno che non si voglia portare il franchise Mission Impossible ad un suicidio quanto meno probabile. Quello che si necessitava però era dare al terzo capitolo un pochino più di solidità cosa che, al film di John Woo, mancava proprio. Terzo film, terzo cambio di regia e questa volta si coinvolge uno che al cinema vuole farsi le ossa dopo aver cambiato radicalmente il modo di fare serie TV oggi: J.J.Abrams. Per questo suo esordio il (neo)regista si porta dietro il suo team creativo vincente (Orci, Kurtzman, per essere chiari) e punta a rendere il film narrativamente avvincente con un incipit davvero drammatico e tesissimo che si rivela essere un flashforward interrotto improvvisamente da un colpo di pistola, schermo nero e titoli di testa (qualcuno ha detto Lost?). Come nei precedenti due capitoli anche qui qualcuno cerca di rubare qualcosa di molto importante e pericoloso ma, a parte il nome in codice "zampa di coniglio", non ci verrà mai rivelato di che si tratta. Quello su cui puntano Abrams e soci non è tanto il "cosa" ma il il "come" e soprattutto il "chi". La sequenza sul ponte o quella sui tetti dei grattacieli di Shangai non sono soltanto una prova del fatto che Abrams ci sappia fare ma anche un paio di cose che, nel curriculum di un esordiente, sono oro puro. Troviamo poi un Ethan Hunt più maturo, deciso a lasciarsi il passato alle spalle ma trattenuto dalla responsabilità verso gli agenti che lui stesso ha addestrato e che lo porta a scontrarsi con quello che è probabilmente il miglior villain dei tre film, interpretato da un crudelissimo Phillip Seymour Hoffman. Non che sia tutto perfetto intendiamoci: risulta molto debole infatti rendere la moglie di Ethan parte integrante dell' azione nel finale del film, così come la sua reazione quando scopre il passato del marito. Per non parlare poi della sequenza girata in Italia che sfocia nel ridicolo involontario quando gli attori cominciano a recitare in italiano. Ma a parte questo, la serie Mission Impossible sembra aver imboccato con questo terzo capitolo i binari giusti, sperando che non la facciano deragliare nuovamente.



Ciò che da all' ultimo film di Steven Soderberg una decisa spinta in avanti è certamente il fatto di rifarsi, in maniera più esplicita che implicita, ai recenti casi, più mediatici che altro, di Sars e H1N1. Il regista americano immagina che a poca distanza da queste contenute emergenze sanitarie, si diffonda per tutto il globo, con una rapidità preoccupante, una nuova pandemia molto più aggressiva delle precedenti, il tutto raccontato da molteplici punti di vista, dal comune cittadino, ai membri delle organizzazioni sanitarie, ai media. Pur se frammentato dalla sua struttura corale, Contagion è un thriller teso e solidissimo dove molta dell' attenzione viene posta sull' estrema difficoltà che hanno le strutture sanitarie, da quelle più piccole fino a quelle mondiali, di gestire crisi a livello globale prima che panico e paura si diffondano con effetti più devastanti dei virus che si cercano di combattere. Ma non ci si risparmia neanche sulla necessità di un' informazione, non soltanto coerente, ma che sia capace di capire il peso delle proprio ruolo e di riflesso la responsabilità che questo comporta, tanto quella dei media tradizionali che quella libera (splendido a tal proposito il blogger interpretato da Jude Law). Contagion ha anche il pregio di essere un film tecnicamente sobrio, montato in maniera intelligente e musicato da uno score azzeccatissimo. Impressionante il numero di grandi attori coinvolti (Matt Damon, Marion Cotillard, Lawrence Fishburne o Josie Ho) che si prestano anche a parti davvero piccole ma tutte piuttosto essenziali nel complesso.