Nonostante l'abisso che li separa qualitativamente, il film di Takashi Minamoto "Until the Lights Come Back", mi ha riportato alla mente il bellissimo "Magnolia" di Paul Thomas Anderson con il quale condivide alcuni elementi. Il più evidente è sicuramente la struttura corale dell' opera seguita poi dall'elemento che mette in collegamento tutti i personaggi e le loro storie, rappresentato dall' apocalittica pioggia di rane alla fine di Magnolia e da un blackout nei primi minuti del film di Minamoto. Causato dalla caduta di un satellite denominato "dio", l'interruzione di corrente che investe tutta Tokyo assume valenza quasi divina soprattutto perché avviene un giorno prima della Vigilia di Natale. In questa atmosfera quasi surreale per la capitale giapponese in perpetuo movimento, si svolgono le vicende di una moltitudine di personaggi diversi, amanti abbandonate, mogli tradite, figli che ritrovano i genitori che credevano morti e via dicendo. Tutte storie di sentimenti irrisolte legate da un sottilissimo filo del destino che troveranno finalmente un giusto (sia buono che doloroso) epilogo nell' oscurità forzata di una notte di dicembre.La forza di Until the Lights Come Back sta proprio nel raccontare come in una città come Tokyo la vita moderna sia talmente frenetica che alle volte ci si fa semplicemente trascinare, dal lavoro o dagli eventi, e non si ha il tempo da dedicare alle propria famiglia o alle persone che ci stanno vicino. Lo stop imposto da un blackout tale da paralizzare un' intera città costringe le persone a fermarsi per dare finalmente una svolta alla propria vita, per riavvicinarsi alle persone care o per trovare il coraggio di lasciarle andare via una volta per tutte.
Purtroppo il film del regista giapponese mostra tutti i suoi limiti proprio nella gestione della coralità, non riuscendo a prendere le giuste misure tra tutte le storie che si trova a raccontare, finendo per sacrificare quelle potenzialmente più interessanti. Se infatti è il gruppo centrale di personaggi (quelli, diciamo, legati a doppio filo tra di loro) a risultare quello maggiormente sviluppato ma anche il più banale, sono le storie del ragazzino con la modella, del fattorino cinese o dell' ex galeotto, ad essere lasciate fin troppo ai margini del film. Forse è proprio la banalità delle relazioni raccontate a far apparire, le due ore abbondanti del film, fin troppo pesanti.
La pellicola ha comunque dei momenti veramente riusciti e considerata la difficoltà nel mettere insieme questo genere di film, non si può non apprezzare il tentativo di Minamoto.
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